LONDON, ENGLAND - JUNE 13: Raheem Sterling of England celebrates with Mason Mount after scoring their side's first goal during the UEFA Euro 2020 Championship Group D match between England and Croatia at Wembley Stadium on June 13, 2021 in London, England. (Photo by Carl Recine - Pool/Getty Images)

ANDIAMO A PRENDERCI LA CORONA

Ci siamo: sarà Inghilterra – Italia. Domenica sera dovremo  domare i tre leoni britannici. Ma facciamo prima un passo indietro e torniamo alla favolosa sofferenza che tra un tiro e l’altro dal dischetto ci ha portato a giocarci la finale di questo Europeo domenica a Londra.

Martedì scorso abbiamo assistito ad uno spettacolo magnifico, elettrizzante, ad alto rischio coronarie. Perché lo sport è anche sudore, fatica, lotta e lacrime. I rigori sono angoscia, tormento, dolore, illusione e tradimento. Sono crudeli, ingiusti, spietati. Questa volta a pagare il prezzo più alto lo è stata la Spagna, che è stata comunque una magnifica avversaria e merita gli applausi più sinceri. Ma noi abbiamo lottato e sofferto  contro i re  del tiki taka. Abbiamo sofferto a lungo senza beccare mai il pallone e stavolta siamo tornati italiani, cioè gente di cuore che si esalta nelle difficoltà. Loro col Tiki Taka e noi col Tuca Tuca. Alla fine l’abbiamo vinta col coltello tra i denti, con la capacità di difendere, soffrire e ripartire. In sostanza hanno giocato meglio loro, ma alla fine abbiamo vinto noi. Perché nel calcio non basta tenere il pallone e comandare il gioco per 100 minuti su 120, bisogna anche buttarla dentro. Alla Spagna è mancato il cazzotto del K.O. Noi abbiamo saputo incassare, resistere, praticamente un inno alla resilienza. Per i puristi del pallone ci sono vittorie più esaltanti di questa, ma è un merito anche vincere contro chi è più forte. Abbiamo affrontato i maestri del palleggio e alla vigilia forse con un po’ di presunzione abbiamo creduto di potercela giocare alla pari in mezzo al campo. “La Spagna siamo noi”, ci siamo detti. No, la Spagna sono ancora loro. E giocano con il loro marchio di fabbrica, tramandato da quel gentiluomo che siede nella loro panchina, quel Luis Enrique che meriterebbe tutte le gioie, anche se purtroppo non gli servirebbero lo stesso a pareggiare l’enorme dolore della perdita di una figlia di nove anni. Giù il cappello dunque per questo signore! Noi non siamo riusciti a reggere il confronto sul loro stile inconfondibile di gioco, però abbiamo messo in campo quello che nessun’altra nazionale sa mettere quando serve, e cioè la nostra proverbiale capacità di soffrire, la stessa che sta mettendo la nazione tutta nel tentare di ripartire. Perché quando c’è da stringere i denti, noi ci aggrappiamo al nasone di Chiellini come una volta ci aggrappavamo a quello di Bartali, tortuoso, roccioso e duro come una salita. E adesso siamo in finale, godiamocela. Anche se ci tocca di giocarcela praticamente in trasferta. Se si giocasse all’Olimpico di Roma, la spinta dei tifosi sarebbe l’uomo in più per noi, domenica invece saremo in minoranza. Però potrebbe essere un peso per gli uomini di Sua Maestà la Regina, che si rendono conto di avere l’occasione della vita: la prima volta in finale di un Europeo da giocarsela davanti a 60 mila supporters scatenati. La pressione di una nazione intera, alla ricerca del primo titolo importante dopo 55 anni da quel Mondiale (vinto sempre in casa) del 1966 contro la Germania. “ Football is coming home” è lo slogan dell’Europeo inglese. È dilagante, è cantato in modo ossessivo nelle radio e in TV, te lo ritrovi scritto nelle t-shirt e nei cappellini, è il passaparola del tifo inglese. Richiama un pezzo di un singolo del ’66 appunto, cantato dai Lightnig Seeds, una rock band formata a Liverpool e che ora è diventato un autentico tormentone. Per noi quindi si prospetta una sfida tutta in salita. Però storicamente per noi contro l’Inghilterra è sempre andata bene. Non abbiamo mai sofferto come contro gli spagnoli, anche se i confronti nei grandi tornei sono stati piuttosto rari, ma sempre a nostro vantaggio. Sicuramente ci permetteranno di ritrovare il nostro gioco, quello che la Spagna ci ha negato con il centrocampo ancora superiore nel palleggio. Invece degli inglesoni dovremmo essere più abili noi nel palleggio, abbiamo più idee, più soluzioni di gioco.

Il calcio torna a casa, è vero, ma non dimentichiamoci che i leoni inglesi nella loro storia hanno vinto solamente un mondiale, mentre noi ben quattro mondiali e un europeo. E quindi mi pare ovvio che sono loro quelli che ci devono temere di più. E dunque andiamo a giocarcela, questa finale. Proviamo a prenderci la Corona. E speriamo che – per una volta – Dio non salvi la Regina!

 

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