UN’ITALIA CHE CI PIACE

Si, questa Italia ci piace. E diciamo pure che per una volta non rispecchia l’identità atavica del Paese che rappresenta. Perché da che mondo e mondo l’identità pallonara riconducibile agli azzurri era la stessa che rispecchiava le sue istituzioni e il suo popolo, e cioè attendismo, faciloneria e soprattutto quell’opportunismo – sovente anche scorretto – che serviva per azzannare l’avversario al momento giusto. È anche vero che sul triangolo verde spesso si è vinto giocando pure così, basando cioè la nostra forza sull’orgoglio, sullo spirito di sacrificio e pure sulla scaltrezza genetica dell’italico pensiero. Ma vuoi mettere la soddisfazione di oscurare gli avversari sul piano del gioco? Di irriderli su quello del palleggio? Di costringerli ad abbassare la testa?
Questa Italia è composta da un gruppo di combattenti raffinati, in grado di produrre un calcio di altissimo livello. E per una volta sono gli altri ad avere paura di noi, ad abbassare lo sguardo incrociando quello dei nostri. Ieri abbiamo messo sotto il Belgio che era considerato negli ultimi anni come sinonimo di tecnica offensiva e di spettacolo. E invece ci guardavano come nelle piazzole della metro si fa col gioco delle tre carte: non capivano perché Jorginho e Verratti gli facevano passare la palla sotto il naso e non riuscivano mai a beccarla! Abbiamo vinto facendo sempre noi la partita. Una rivoluzione, un orgoglio, una goduria.
Un’Italia da stropicciarsi gli occhi. Adesso ci guardano tutti straniti.
Si, siamo italiani, attacchiamo per novanta minuti e divertiamo.
E allora? Ora ci piace così…» Unica nota stonata il serio infortunio occorso ad uno dei migliori, se non il migliore sin qui dei nostri, Leonardo Spinazzola. È uscito in lacrime, aveva capito subito che il suo splendido Europeo era finito in quel momento. E come capita nella mitologia greca, quando gli eroi osano troppo, gli Dei invidiosi li falciano. I compagni avranno così una ragione in più per arrivare al titolo finale. Adesso ci attende un altro tempio del calcio, Wembley, e un’avversaria che spesso ci è stata ostica, la Spagna. Ma non c’è avversario che tenga contro questa nuova Italia bellissima che sa giocare, attaccare, difendersi e soffrire. Siamo tra le prime quattro d’Europa, un risultato che ci rimette là in alto dove deve stare l’Italia, che nel calcio è da quasi un secolo uno dei Paesi guida.
Mancini ha saputo cancellare anni di delusioni e perfino umiliazioni, restituendo in un tempo relativamente breve orgoglio, identità, convinzione. Negli anni scorsi avevamo diversi fuoriclasse ma mancava il gruppo. Adesso il fuoriclasse è proprio il gruppo. La compagine azzurra è una vera squadra, un gruppo riuscito, coeso, perfetto negli equilibri in campo e fuori. Non c’è un giocatore che non aiuti il compagno quando è in difficoltà. Non c’è uno che faccia prevalere l’egoismo sull’altruismo e sulle dinamiche del gruppo. Non c’è uno in cui non brilli negli occhi gioia sincera quando a un compagno riesce una giocata. E allora vien da pensare che in fondo non si discosta tantissimo dalle Nazionali che l’hanno preceduta, perché si può rivoluzionare senza cancellare la tradizione. Ci ricordiamo ancora bene infatti come si difende sulle barricate, come si soffre per ogni centimetro di prato. Fa ancora parte del nostro DNA. Mancini non ha fenomeni, ma uniti lo diventano. Un principio semplice, moderno, eppure complicatissimo da realizzare, soprattutto in Italia. E quindi lo possiamo dire, in semifinale va la squadra migliore. E a stò giro siamo noi. E quando noi siamo stati così uniti, non abbiamo mai avuto niente e nessuno da temere. Anche negli altri ambiti non sportivi. Se gli italiani si compattano, allora è lì che si scalano vette che sembravano insormontabili. E oggi una Nazionale che onora il calcio più della nostra non esiste. E questa è una bella sensazione. Godiamocela, sinché dura. Perché in questa che pare dovrebbe essere l’estate delle ripartenze, ancora una volta dobbiamo ringraziare uomini e gente di sport. Questi ragazzi in mutande che rincorrono un pallone stanno regalando alla nazione quella dolce, sottile e raffinata sensazione di rivalsa che dà il gesto di rialzare i ginocchi da terra, di rimettersi a schiena dritta e petto in fuori. Dobbiamo quindi ringraziarli per quello che stanno dando al Paese, dopo mesi terribili per tutti. Stiamo rialzando la testa e servono anche le gioie dello sport per ripartire.
Ora e sempre.

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