Fotovoltaico Canicattini: le controdeduzioni della Lindo. Chi avrà la meglio nello scontro in atto?

Difficile preconizzare il futuro vincitore nello scontro che vede, da una parte, contro un impianto fotovoltaico esteso per “almeno un milione di metri quadri di terreno, inserito a pieno nel ‘Parco Nazionale degli Iblei’ (di cui si attende però da anni l’istituzione, ndr)”, le massime rappresentanze istituzionali – e non solo: anche cittadini, associazioni ambientaliste, imprenditori, ecc. – del territorio e, dall’altra, la società romana Lindo con il suo progetto “finanziato da un fondo d’investimento, quindi business speculativo” secondo la definizione degli amministratori comunali – forte della Valutazione di Impatto Ambientale positiva già esitata dall’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente.

Oltre alle criticità indicate dai diversi Enti, nel parere istruttorio del 12 febbraio 2020, erano stati 15 i rilievi negativi mossi dalla Commissione Tecnico Specialistica per le autorizzazioni ambientali (30 membri (20 più 10), scelti intuitu personae dallo stesso assessore da due elenchi, uno di liberi professionisti e l’altro di esperti interni alla Pubblica Amministrazione secondo quanto disposto ai tempi della giunta Crocetta; del 20% la presenza femminile, durata triennale dell’incarico rinnovabile una sola volta, di 30 euro il gettone di presenza più il rimborso delle spese di missione).

A distanza di un mese circa, la Lindo ha presentato le proprie controdeduzioni.

Nella sua relazione alcune delle osservazioni della sezione paesaggistica della Soprintendenza sono dette frutto della “scarsa conoscenza (dell’Ente) della tecnologia fotovoltaica”, alcune sue prescrizioni inconsistenti. “Non ragionevole né conferente” richiedere moduli che abbiano colorazioni diverse “per evitare l’effetto lago”. Le celle di silicio hanno il colore che hanno, connesso al materiale e alla funzione che devono assolvere. E la preoccupazione che abbiano un basso indice di riflettanza è “infondata su basi scientifiche”, visto che il loro compito è proprio quello di assorbire la radiazione luminosa per convertirla in energia elettrica. “Se così non fosse, il loro rendimento, e con esso la ragion d’essere del loro utilizzo, verrebbero meno” precisa lapalissianamente la Lindo.

Assurdo e irragionevole” installare i pannelli singolarmente e distanziati (“che siano opportunamente distanziati”, aveva prescritto la Soprintendenza). Ciò comporterebbe “un utilizzo non efficiente e razionale del terreno, ridurrebbe di moltissimo la potenza dell’impianto (a parità di superficie impegnata – e pagata aggiungiamo noi), … e introdurrebbe insormontabili difficoltà gestionali, operative e manutentive”. Le distanze, le modalità di montaggio sono fatti tecnici, insomma. E d’altra parte, evidenzia la Lindo anche a “beneficio di talune amministrazioni territoriali”, contro il parere negativo della Soprintendenza è stato presentato ricorso talché lo stesso Ente si è poi dimostrato “pienamente leale, collaborativo e tecnicamente capace” di comprendere le ragioni della società.

Ma anche infondati tutti i rilievi della CTS per confutare i quali vengono richiamati documenti e certificazioni già esibiti, in possesso dell’amministrazione, pertanto non richiedibili, o se ne garantisce l’integrazione. A proposito della relazione geologica, che la Società afferma di aver regolarmente presentato – “è citata dalla stessa CTS nel parere intermedio! -, la Lindo avverte: “È lecito chiedersi se la Commissione abbia elaborato le proprie richieste dopo consapevole e approfondito esame della documentazione disponibile. In difetto – aggiunge – si profilerebbe un vizio amministrativo assai netto, qualificabile come difetto di istruttoria”. Intelligenti pauca!

Viene invece considerata ininfluente la richiesta sugli impatti del cavidotto: “esigui”, paragonabili a lavori “stradali” (condotte, fibre ottiche …) che non sono oggetto di valutazione di impatto ambientale. Come per altre opere simili “non c’è impatto percepibile e, per dire e anche se sotto altro profilo (!), si sottrae alla necessità di autorizzazione paesaggistica… ed è opera di pubblica utilità, indifferibile e urgente”. “Ad ogni buon contoconcede la Lindol’ente autorizzante può prescrivere le dovute opere di mitigazione”.

E i motivi di opposizione dei Comuni, in particolare quelli elencati da Canicattini?

Non hanno ragion d’essere. Spiega la Lindo: “l’avvenuta riduzione del progetto ha fatto sì che le aree interessate nelle zone sensibili del Comune siano state stralciate” (e promette anche la realizzazione di un bosco di 16 ettari in un’area già con diversa destinazione urbanistica “se ciò fosse idoneo a superare il parere negativo del Comune”); il Parco Nazionale degli Iblei non è stato istituitomancando (da circa 13 anni) l’atto conclusivo”; è irrilevante l’argomentazione dell’Amministrazione sui futuri programmi di sviluppo dell’area  in quanto “circostanza meramente eventuale e futura, non tradotta in atti normativi incidenti sugli strumenti urbanistici. Senza esaurire l’elenco dei vizi che affliggono i pareri di tali amministrazioniva giù duro la Lindo –  aggiungiamo che essi sono irrilevanti anche perché non circostanziati, non adeguatamente motivati sotto il profilo tecnico e privi dell’indicazione delle modifiche progettuali eventualmente necessarie ai fini dell’assenso”.

E poi l’impianto è strategico per raggiungere gli obiettivi e gli impegni energetici, climatici e ambientali assunti dallo Stato italiano. Si tratta di un’opera di pubblica utilità, indifferibile e urgente. E le spiegazioni che seguono non fanno una piega, neanche sulle responsabilità degli enti locali nel partecipare alla grande svolta nazionale.

La Lindo spiega anche perché ha scelto quella zona e non altre: essendo solo tre in Sicilia gli snodi elettrici importanti (Trapani, Palermo e Ragusa), è stato il gestore della rete Terna a individuare per tutti i possibili produttori il punto di connessione in tali Comuni. “L’impresa ha subito questa decisione” e ha dovuto trovare “un terreno sufficientemente vicino, non interessato da alcun vincolo, il cui proprietario fosse disponibile alla cessione”. Un terreno incolto considerato non fertile, che non interferisce con la pastorizia locale perché gli ovini possono pascolare all’interno del perimetro dell’impianto (anzi, tengono bassa l’erba!).

E poi gli altri vantaggi dell’investimento (di circa 70 milioni di euro) al di là di quelli energetici: per la sua costruzione circa 300 unità lavorative pressoché tutte locali e poi, a regime, 25 stabilmente impiegate per 25/30 anni.

La società ha anche gioco facile nel sostenere che non ci sono varianti urbanistiche da decidere: l’area è agricola e tale resta (e su questa strada prova a superare anche l’aver opposto che per le aree incendiate come questa entro i dieci (!) anni non è possibile né variazione della destinazione urbanistica né l’insediamento di attività produttive) perché su questo si gioca il grande inganno del fotovoltaico in Sicilia come altrove. Gli impianti fotovoltaici a terra, a differenza di quanto dice la norma, non solo alterano irreversibilmente terreni e paesaggio (bene comune tutelato dalla nostra Costituzione) ma costituiscono al 100% un’attività industriale per fini commerciali. È evidente che occorra una modifica della legge. Come è altrettanto evidente che in Sicilia proprio per non disturbare le multinazionali del fotovoltaico si sta tardando ad esitare il Piano energetico regionale a firma dell’ex assessore Alberto Pierobon che aveva indicato per i mega impianti miniere, discariche abbandonate, aree industriali dismesse.

Ma detto questo, è evidente che ciò esula dalle argomentazioni della Lindo fondate su dati di fatto, e non su ciò che auspichiamo sia.

E allora qual è il vero punto debole nelle controdeduzioni della Lindo? En passant “l’errore” sui presunti dieci anni di immodificabilità delle aree incendiate che in verità sono quindici, l’aver forse dimenticato tra le aree paesaggisticamente sensibili che richiedono una valutazione ad hoc – i tre SIC di Cava Contessa (700 mt a sud), Grotta Monello e l’omonima riserva Naturale Orientata (5 km a ovest), Cava Cardinale (3 km a est) -, il fatto che a nord ci sia un corso d’acqua e un’area boscata dal quale distanziarsi di 200 mt ma soprattutto quello che attiene alla verifica di interesse archeologico di cui nelle contro deduzioni non si parla se non per garantire che l’impresa è disponibile a che un  archeologo segua le fasi di cantiere (sic!).

Ma cosa ha da dire la Lindo in merito alla richiesta della Soprintendenza di saggi a campione per la verifica di interesse mai eseguiti? Cosa in merito all’area sottoposta a sequestro?

È su questo versante, a fronte di luoghi che risultano già pressoché definitivamente stravolti, scomparsa ormai quasi ogni traccia dell’ipotizzato “insediamento rurale ellenistico”, che bisogna probabilmente trovare validi motivi di impugnazione della Via regionale.

Vedremo le decisione del tavolo tecnico richiesto dal sindaco di Canicattini che proprio in queste ore sta discutendo delle future strategie.

 

 

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