Sulla misteriosissima “Loggia Ungheria”, alcuni giornalisti, dopo l’intervista a Piazza Pulita, hanno ritenuto che Piero Amara abbia fatto “passi indietro”, derubricando la loggia in associazione, probabilmente per ridimensionare il tutto, forse per timore di una cascata di denunce per calunnia da parte di chi è stato tirato in causa (e vedremo quanti le presenteranno).
Ne riproponiamo anche noi i passaggi fondamentali, rilevando intanto come Amara, nel chiarire perché abbia parlato di questa “associazione” ai magistrati di Milano, non si accorga, nonostante il continuo autocontrollo su ogni parola, di cadere in contraddizione in merito ai motivi della sua decisione di collaborare con la giustizia.
“Vengo arrestato nel febbraio del 2018 – racconta -. Mi venivano contestate due ipotesi di corruzione che, ad avviso dei miei avvocati, erano in qualche modo deboli. Avrebbero potuto tranquillamente essere affrontate nel corso dell’evoluzione dibattimentale (durante l’intervista chiarirà anche la strategia difensiva immaginata, basata sulla probabile rotazione dei giudici del dibattimento per vari motivi, e di come avesse già cercato protezione in Appello come in Cassazione, avvalendosi delle sue “relazioni”, ndr). Sono stato ristretto nel carcere di Regina Coeli per circa cinque mesi, poi ho avuto un periodo di domiciliari. Quello è stato per me un momento di grande riflessione personale, morale, che non sto qui a dire perché susciterei ilarità, che mi ha convinto e che ha rafforzato dentro di me… la forte, reale, determinata e decisa convinzione di collaborare con l’autorità giudiziaria…”
“Sa che lei fa tremare i palazzi – interloquisce Formigli -. Non sa le telefonate che ho ricevuto (peccato non sapere di chi, ndr); la tensione che c’è intorno a questa intervista che stiamo iniziando a fare; lei preoccupa molti, fa paura per quello che sa e che può dire …”
“Quando ho deciso di collaborare con la giustizia, peraltro non è che mi piace tanto la medaglietta di collaboratore, ma nel momento in cui ho deciso una scelta di vita, o era una scelta radicale o non aveva senso… – riprende Amara -. Avrei potuto limitarmi a confessare solo i reati contestati e finirla lì, senza parlare di circostanze che neanche stavano nella mente degli inquirenti, come scrive il Tribunale di Roma in una bellissima (!) sentenza… D’altra parte avevo per quelli, come per l’Eni, già patteggiato a Messina e Roma. A Milano, mentre discutevo le vicende del depistaggio Eni che, pur se inquietanti, comunque non erano rilevanti per la mia posizione processuale, comincio a parlare della loggia Ungheria perché, non so come, la Procura riuscì a rigenerare (si fa scappare “rigenerare” rivelando così il tentativo di eliminare quei file, e d’altra parte altri computer, suoi e dell’amico Giuseppe Calafiore, finivano direttamente nel Tevere, ndr)… rinvenire in un computer nella mia disponibilità un file, due file in realtà, del 2015, in cui sostanzialmente si raccomandavano magistrati e alti funzionari dello Stato… per la copertura di posizioni apicali di alcune procure, per esigenze di varia natura… per esempio richieste di magistrati che temevano un’opposizione politica… Il nome del file era keep wild (così capiamo, non white o why, “mantieniti, stai selvaggio” quindi; peccato che Formigli non abbia chiesto di più vista la propensione del gruppo Amara a nickname in genere suggestivi, ndr), il nickname (“ridicolo”? dice così? ndr) di un mio amico, indirizzato a una persona indicata come LL, Luca Lotti (che con una nota alla redazione ha subito negato, come già in passato, ogni suo coinvolgimento, ndr)… Per i magistrati Storari e Pedio si poneva quindi l’esigenza di dare una spiegazione a un fatto così singolare. Volevano capire il tessuto relazionale al di sopra del quale si sviluppavano questi fatti. In verità io avrei preferito glissare su questo e rappresentai al dottor Storari la difficoltà di un’indagine su un tema particolarmente ? (non si comprende, ndr), anche perché era ancora in corso l’indagine della Procura di Perugia e sarebbe stata quella semmai la sede più opportuna…”
La prima considerazione. A seguire il racconto di Amara quindi, si comprenderebbe che a indurre alla collaborazione con la giustizia non sia stata tanto la “scelta morale” maturata in carcere quanto piuttosto proprio la “rigenerazione” dei file, circostanza che Amara fatica a credere: “Non capisco proprio come la Procura di Milano sia riuscita a recuperare i due file nonostante la marea di perquisizioni che ho subito negli anni”. File sfuggiti ad altri, dunque.
E veniamo ora al mistero della cosiddetta Loggia Ungheria, a come nel corso dell’intervista Amara l’ha definita.
“Si tratta di un’associazione non segreta perché, secondo la legge Anselmi, per qualificarsi come tale dovrebbe avere fini eversivi… Ma per alcuni fatti che io descrivo è molto peggio di un’associazione segreta; è piuttosto, come ho detto a Perugia, un’associazione a delinquere finalizzata all’abuso di ufficio, dal momento che più persone, per altro c’è un signore che ha scritto l’incipit del suo libro, in violazione di legge, hanno gestito le nomine, per esempio per incarichi direttivi al CSM, non come fatto occasionale ma come sistema, come per altro è stato riconosciuto. Altri sarebbero per questo finiti in galera… a giudizio immediato…”
Paolo Mieli sull’argomento, per tutta la trasmissione, incalza Amara con sotteso sarcasmo, con domande e battute tese a sminuire il senso delle sue dichiarazioni, a darne davvero l’immagine di un cialtrone e Piero Amara, sornione, non solo risponde come se non se ne avvedesse ma quasi assecondandone il gioco: “Lei per me è un genio assoluto!”, “Detto da lei è un onore! – risponde Amara con un mezzo sorriso come a un sincero complimento, e rilancia “Lei per me è un monumento storico!”.
Mieli, nella ricerca di collegamenti credibili con i rituali e la natura delle vere logge massoniche, gli chiede chi per primo gliene abbia parlato, cosa significhi il nome visto che, secondo alcune congetture, “si è pensato a piazza Ungheria a Roma, dove c’è l’abitazione di un importate magistrato in pensione, o al bar Ungaria, dove gli “amici” svolgevano incontri”, quale ne fosse la sede.
Amara risponde che il primo a parlargliene è stato Gianni (non Giovanni a ribadire la vicinanza) Tinebra “con cui avevo un rapporto molto confidenziale”; di non sapere del perché del nome che potrebbe essere “collegato a un fattore culturale ma non mi è chiaro”, ma di sapere invece chi gliel’ha dato (ma non lo dice); che certo non gli è stata presentata come un’associazione che commetteva reati bensì, nell’ambito dell’OPCO (Osservatorio Permanente sulla Criminalità Organizzata) assolutamente legale, come gruppo più ristretto unito da ideali come il garantismo (sic!); che, fino a quando è rimasto in Sicilia, gli incontri si tenevano nelle sedi dello stesso organismo e a Roma non in un luogo fisso ma “persino a…”. Nulla, viene interrotto.
Chiarisce di non esserne il capo, come invece ipotizza Mieli per la sua dichiarata grande influenza sulla magistratura, anzi di avere una posizione defilata sebbene in grado di soddisfare determinate esigenze.
“Lei è massone?” “No, non lo sono” “Allora perché la chiama loggia?”
E Amara spiega che, se si leggesse la trascrizione integrale, non quella sintetica, delle sue dichiarazioni (un’osservazione che è quasi un tormentone nell’intervista, e che a volte ritroviamo anche nei processi in risposta agli avvocati di controparte), si comprenderebbe bene che si tratta solo di “una sintesi nominalistica di un fenomeno che ho ben spiegato. La circostanza che oggettivamente molti dei componenti di questa associazione, per la loro storia, partecipavano all’attività massonica (davvero? ndr) non comportava l’identificazione del gruppo con una loggia. Ragiono dal mio punto di vista e distinguo tra persone che è possibile che ne facessero parte solo perché ne condividevano ideali, e che escludo che partecipassero a un sistema criminale, e un gruppo ristretto di altri soggetti la cui attività non necessita del cappello di loggia per essere qualificata sotto una certa fattispecie… Per alcuni dei soggetti questa associazione era un continuo scambio di favori, molti dei quali anche imbarazzanti. Un alto magistrato che chiedeva in anticipo il tema per il figlio che doveva superare l’esame di medicina, altri che chiedevano favori per l’amica che aveva bisogno di lavorare”.
Dei rituali massonici resta così solo il segno di riconoscimento nello stringersi la mano, con i tre tocchi sul polso, “ma solo la prima volta o se c’erano dubbi sull’appartenenza al gruppo”. “Non c’erano investiture e cerimonie” ribadisce, anzi “l’identificazione dell’associazione con una loggia massonica che ha i suoi riti non funziona”, il fenomeno “viene descritto in modo pittoresco e così non se ne coglie il senso… io non gli ho mai attribuito alcun alone sacro” insiste Amara.
E se è davvero così, come dice Piero Amara? Nient’altro quindi che “un contesto di relazioni” spesso utile, come racconta Amara nel processo Sai8 a Siracusa, grazie al quale ciascuno consegue la propria utilità. Un gruppo di magistrati di Procure Tar Consiglio di Stato, alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, professionisti e imprenditori che si scambiano ogni genere di favori, dal più banale – la raccomandazione o la via facile per vincere un concorso o ottenere un lavoro – alle nomine in magistratura, negli incarichi pubblici di rilievo, nelle consulenze.
Qualcosa di diverso rispetto alla Massoneria che intanto da tutto questo ha preso le distanze. Segnala Carmelo Maiorca in un suo recente articolo che “Stefano Bisi, Venerabilissimo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi), ha pubblicamente detto di non conoscere la fantomatica Loggia Ungheria evocata da Amara, anzi che non esiste in assoluto tra le 870 logge massoniche che fanno capo al Goi”.
Una comitiva di guasconi semmai, che con nonchalance si incontra nei ristoranti e decide, tra un bicchiere di vino e le varie portate, chi merita promozioni e chi deve essere affossato, o, in altri contesti, chi mettere fuori gioco con una qualche misura cautelare.
In un tale “sistema”, dove ogni tanto spunta un nickname che è tutto un programma – Piero Amara/Peter Pan, Giuseppe Calafiore/Escobar, Alessandro Ferraro/Zorro, l’ex giudice della Corte dei Conti Luigi Caruso/Minkia 69 e ora il misterioso Keep wild -, chissà se Maiorca, satireggiando, non abbia intuito davvero quel “contesto culturale” di cui ha parlato Amara a proposito del perché del nome Ungheria. “Chiù pèssi i’ l’Ungheria – scrive Carmelo -, è questo un modo di dire di cui abbiamo riscontro solo a Siracusa, sembra non molto antico, che presumibilmente risale a poche generazioni fa e di cui si sconoscono le origini”.
Un’ammissione che certo Amara (che teme di cadere nel ridicolo) non avrebbe potuto fare per descrivere quello che, in riferimento al cosiddetto Sistema Siracusa (l’origine da cui tutto si dipana), il sostituto procuratore generale di Messina Felice Lima definisce: “Una delle più gravi, estese e spudorate corruzioni sistemiche mai realizzate”.
Se fosse davvero così – tutto è possibile nel mondo di Amara -, avremmo tutti la misura di come le nostre più alte Istituzioni siano ormai così fragili da poter essere destabilizzate da banali malfattori.

Commenti recenti