Chi, e soprattutto in base a quali norme, avrebbe autorizzato la realizzazione, all’interno del Parco della Neapolis di Siracusa, di un “palco”, un teatro (!) da duemila posti, come riferito in un articolo del 26 maggio de La Repubblica?
Prende sempre più consistenza la notizia della prossima costruzione in piena area archeologica di un nuovo monstrum, che a noi evoca lo scempio del Castello Maniace, che, per essere “accolto”, ha già portato all’eliminazione di un numero imprecisato di alberi di agrumi e altre specie vegetali proprio davanti alla Grotta del Salnitro. Lavori eseguiti nel corso della “sistemazione” del verde del Parco, delle opere di pulizia e potatura tanto magnificate da certa stampa che crediamo non abbia verificato se a monte ci sia stata ogni autorizzazione necessaria, anche quella paesaggistica, come richiesta dalle norme che sottopongono a tale tutela tutte le aree archeologiche attorno alle quali si costituiscono i parchi. Si è provveduto in tal senso?
Troppi gli studi sulla vegetazione dell’area archeologica per disconoscerne la rilevanza – circa 200 specie, alcune presenti solo nell’Italia meridionale e a Siracusa solo nelle aree archeologiche, come per esempio l’origanum onites, introdotto durante la colonizzazione greca –, studi confluiti nella stesura di una Carta degli interventi che ha dettagliato la tipologia di manutenzione cui attenersi per rispettare insieme “lo stato di conservazione dei monumenti” (che potrebbero essere danneggiati da erbe infestanti) “e il valore naturalistico dell’intera area“. Se ne è tenuto conto?
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E comunque, anche al di là di questo, ci si chiede fino a dove possa spingersi, sotto il generico obiettivo della “valorizzazione” dei siti, l’azione di stravolgimento e snaturalizzazione di un’area come quella della Neapolis, sottoposta ad ogni genere di vincolo e da sempre tutelata, finora incontaminata. Fino a quando continuerà il gioco infido di una “valorizzazione” non più solo messa sullo stesso piano della tutela ma addirittura preponderante rispetto ad essa, e soprattutto dell’ambiguità nell’interpretazione di un termine, “valorizzare”, che nel Codice dei Beni Culturali ha il significato di “far conoscere”, far apprezzare nella sua intatta unicità l’eredità della nostra storia in un progetto di crescita culturale di tutti, mentre nel linguaggio, e nell’azione, dei nuovi barbari diventa mercificazione, e privatizzazione, del nostro patrimonio artistico ridotto a oggetto di mercato da cui ricavare i più lauti profitti.
Tornando indietro di più di cinquant’anni sul concetto della unicità della tutela e della relazione di interdipendenza fra monumento e contesto, si insinua così la mortificante concezione di una fruizione “per frammenti” dei monumenti della nostra più importante area archeologica: non più di un unicum, ricchissimo per varietà e testimonianze storiche, da godere nella sua completezza, e identità, come nella sua naturalità, come è successo finora, bensì, per esclusivo tornaconto privato, per una voracità affaristica smisurata, pezzo a pezzo.
Il Teatro, l’Orecchio di Dionisio, le Grotte, l’Anfiteatro, come disperse gemme tra ristoranti, caffetterie e ombrelloni, a cui ora si vuole aggiungere una sicuramente inestetica struttura in legno proprio in un luogo di grande suggestione.
I punti di ristoro per i visitatori prolificano come funghi nell’afasia di chi guarda ormai solo al proprio ombelico: sono ovunque, giustificati non si sa bene da quale superiore imparziale valutazione.
Dopo il ristorante pizzeria “storico” su via Giuseppe Agnello, la caffetteria dell’anfiteatro su via del Paradiso, ultimamente ampliata con dehors, e la vicina onnicomprensiva ex casa Pinello, oggi Momento – sulla cui discutibile ristrutturazione, come sulla nuova incredibile destinazione a bed & breakfast, abbiamo più volte inutilmente sollecitato l’attenzione degli enti preposti alla salvaguardia del bene culturale che sembrano ormai diventati completamente
autoreferenziali, se non essi stessi legibus soluti –, già si progetta, per esigenza bulimica, una ulteriore piattaforma in legno da riempire di ombrelloni e tavolini a corredo delle case Caruso su via Ettore Romagnoli che sapevamo essere destinate unicamente a spazio espositivo per mostre.
Ma si fa anche di più alla Neapolis: la vecchia “casa del contadino”, nella ristrutturazione, pare sia “cresciuta” in altezza più di quanto consentito per la sistemazione dei solai, e chissà se altro si prepara.
Il Parco della Neapolis, con la nuova inutile biglietteria all’ingresso, in tempi in cui la telematica consentirebbe in realtà una gestione diretta dei servizi con introiti tutti da destinare alle casse del Parco piuttosto che a quelle dei privati, si trasforma così, nell’indifferenza e nel silenzio, forse timoroso, di tutti, in un archeodisney. A far sentire una sola voce, unanime, rimane la campagna mediatica di esaltazione del grande e apprezzabile restyling voluto dal neo direttore del Parco Carlo Staffile.
Eppure dovrebbe servire da monito, suggerire prudenza, la recente sentenza (definitiva) della III sezione giurisdizionale centrale d’appello della Corte dei Conti che ha condannato il commissario nominato da Berlusconi per Pompei a un risarcimento di 400mila euro per lavori di “valorizzazione” del sito considerati non assentibili perché “non tutto è ammissibile nella valorizzazione”.
“La valorizzazione del bene culturale non può essere assimilata al mero ‘sfruttamento’ dello stesso per fini di natura imprenditoriale-commerciale, né deve in alcun modo alterare le caratteristiche fisiche del bene o ridurne la fruibilità pubblica, posto che il bene culturale, e soprattutto quello archeologico che cristallizza la nostra storia, resta sempre il bene pubblico per eccellenza”.
Non si può dunque “alterare” il bene culturale, e questo a nostro avviso accade se si immettono nei siti archeologici elementi del tutto “estranei”, come può essere un teatro in legno da duemila posti, quasi in città non fosse possibile individuare altri spazi per spettacoli vari o come se non ci fossero altre vie per attrarre ancor di più i turisti nel rispetto, sacro, dei luoghi.
Dica allora il Soprintendente Salvatore Martinez, da poco nominato, se condivide e avalla quanto si sta facendo, e se ne assuma pubblicamente la responsabilità nella sua veste di commissario straordinario del Parco Archeologico di Siracusa in sostituzione di un Comitato tecnico scientifico di cui, chissà perché, ancora non c’è traccia e in assenza della pubblicazione di un regolamento, già scritto e di fatto vigente seppure ignorato, che tutto questo non consente.

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