Un sogno “datato”, quello della riserva terrestre della Penisola Maddalena. Un percorso difficile passato anche attraverso quelle “varianti della bellezza” (la modifica della destinazione urbanistica di quelle aree), deliberate dal Consiglio Comunale nel 2011 per cercare di salvare luoghi ritenuti da molti intoccabili proprio in risposta ai progetti dell’Elemata. Contro di esse l’Elemata ha presentato più di un ricorso, ritenuti poi improcedibili dal Tar perché a considerare nulle le varianti per supposti profili di legittimità è stato nell’ottobre 2015 lo stesso Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente.
Ciò che oggi ne rimane è la richiesta di risarcimento danni della società al Comune per 80 milioni di euro.
Ma a bloccarne la nascita non sono i pur innumerevoli ricorsi presentati dall’Elemata (come da altri, presentò osservazioni anche l’attuale assessore Maura Fontana) contro la sua istituzione, così come contro il Piano Paesaggistico, e, secondo l’avvocato Salvo Salerno – a nostro giudizio tra i più validi amministrativisti anche in materia ambientale – non costituirebbe un ostacolo neanche la pronuncia della Corte Costituzionale del 18 luglio 2014 relativa al procedimento istitutivo della riserva naturale “Pantani della Sicilia sud orientale” contro cui era stato presentato ricorso dal Consorzio di tutela IGP pomodoro di Pachino.
“Ho espresso queste mie convinzioni già nel 2014 – ricorda Salerno -. Già da allora ritenevo che la sentenza n.212 non avesse arrestato il procedimento istitutivo, né reso necessaria una preventiva azione legislativa del Parlamento siciliano per modificare gli artt. 6 e 28 della legge 98/1981 sui parchi e riserve “cassate” dalla Corte. Bastava allora, e ovviamente anche oggi, recepire norme statali già applicative così come ormai ritenuto possibile da una pacifica giurisprudenza della stessa Corte Costituzionale (sentenza n. 18/1969). D’altra parte nella tutela dell’Ambiente ed Ecosistema, lo Stato ha competenza esclusiva (art. 117 comma 2/s Costituzione) prevalente sulle stesse Regioni ad autonomia speciale come la nostra. E questo la Corte ce lo ha ricordato, bruscamente, con la famosa sentenza n. 12/2009 in materia di Parchi Nazionali in Sicilia (tra cui quello degli Iblei), che la Regione non voleva ma che lo Stato ha imposto.
Se capisco bene, la legge regionale è salva nel suo complesso ma, nel procedimento di istituzione e gestione dell’area protetta, è ritenuto indispensabile garantire a province e comuni gli stessi standard partecipativi previsti nella legge quadro nazionale sulle aree protette.
Esatto. Pur in mancanza di nuova legislazione siciliana in materia, abbiamo già comunque tutto l’occorrente per procedere. Tra l’altro, nel 2014, la Corte non ha accolto le eccezioni di costituzionalità del TAR Catania in ordine all’articolo 3 comma 1 della Legge regionale 98/1981 che disciplina la composizione del Consiglio regionale per la protezione del patrimonio naturale (C.R.P.P.N.). Il che significa che l’istruttoria della riserva svolta fino al parere tecnico reso dal C.R.P.P.N. non ha subìto sostanziali contraccolpi. Oggi va solo integrata.
Chi sono quindi i soggetti da coinvolgere per istituire la riserva?
Lo dice la norma nazionale, l’art. 22 della legge quadro 394/1991: gli enti istituzionali, cioè gli Enti Locali. Nel nostro caso l’unico ente istituzionale legittimato a essere “partecipato” dalla Regione è il Comune di Siracusa.
Il Comune, in realtà, ha già presentato la relazione sulla riserva e stabilito la sua perimetrazione, tant’è che la riserva risulta già inserita nel Piano regionale parchi e riserve. Certo dal 2015 in uno stato limbotico ma le clausole di salvaguardia sono ancora efficaci. Il sindaco Garozzo, l’assessore Coppa, l’architetto Navarra hanno manifestato l’interesse del Comune all’istituzione della riserva recandosi essi stessi a Palermo. Cosa manca ancora?
Non basta che il Comune presenti la relazione sulla riserva e stabilisca la sua perimetrazione. Occorre che il Comune, ai sensi della Legge quadro e delle norme generali sul procedimento amministrativo, cioè la Legge 241/1990, in particolare, invochi le specifiche disposizioni ivi contenute sulle conferenze di servizi e sugli accordi tra pubbliche amministrazioni. Ai sensi degli artt. 8 e 10 della Legge regionale n. 10/1991 sul procedimento amministrativo, la Regione potrebbe associare direttamente il Comune nell’istruttoria di istituzione, oppure il Comune chiedere, anzi esigere, di parteciparvi. “Qualunque soggetto portatore di interessi pubblici … ha… facoltà di intervenire nel procedimento” recita la norma. Ma non vedo attività della Giunta Italia, in tal senso.
E i privati? Nessuna tutela per i loro diritti?
I privati, oltre che presentando proprie istanze a livello comunale, possono esercitare il proprio diritto di “partecipazione” con una interlocuzione diretta presso la Regione, avvalendosi dello stesso strumento, purché tale interlocuzione non fuoriesca da questi limiti: ove “un terreno privato sia incluso nell’area di protezione di una riserva (e cosiddetta pre-riserva) naturale istituita ai sensi della legge reg. Sicilia n. 98 del 1981, la precedente classificazione … risulta caducata …, trattandosi non di un vincolo preordinato all’esproprio o avente natura espropriativa, ma di un vincolo ambientale imposto per legge, di tipo ricognitivo e confermativo delle caratteristiche paesaggistiche e ambientali già possedute dal bene, con conseguente destinazione agricola dello stesso e limitazione all’uso, pur senza compressione della commercialità o di una redditività diversa da quella dello sfruttamento edilizio”, così almeno dice la Cassazione (sentenza n. 18963/2011). Questo la norma stabilisce a tutela dei loro diritti. E proprio questa nozione costituzionale della proprietà privata – non dimentichiamo che l’art. 42 della Costituzione stabilisce che la proprietà privata può subire limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale – sembra sfuggire, nel dibattito da voi organizzato pochi giorni fa, sia al dr. Magrì consulente di Elemata, sia all’assessore Gradenigo che era il suo contraddittore. Infatti, mentre il primo ancora ribadiva una nozione ottocentesca e ormai contra legem della proprietà privata del suo dante causa (del tipo “il privato, nella sua proprietà, ha il diritto di fare quello che vuole”), dall’altra parte, l’assessore comunale all’ambiente è risultato privo di senso istituzionale e di responsabilità, affermando “ma il Comune che dovrebbe fare”? Ebbene, quello che dovrebbe fare il Comune, lo ripetiamo da anni. Di certo, non sarà con una domenica passata al mare a esporre striscioni che otterrà l’istituzione della Riserva.
La verità è che la proprietà privata può essere inclusa in una riserva naturale e essere da questa limitata. Ma assessori ostili alla riserva e al piano paesaggistico fanno parte della Giunta Italia. Allora dica chiaramente il Comune se è d’accordo con la Regione per “normalizzare” il territorio più pregiato di questa città.
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Dicevi infatti di aver fatto presente tutto questo già nel 2014. Come interpreti allora la sostanziale inerzia dell’Amministrazione che si attiva, in parte, solo quando la stampa, noi, dà la notizia della discutibile autorizzazione paesaggistica della Soprintendenza per la riedificazione dei ruderi di Punta della Mola? Non è gravissimo che nulla sia stato fatto da allora né a livello comunale che regionale? Non è grave che ancora oggi si stia facendo pochissimo di concreto, che si perda tempo? È come se le dichiarazioni altisonanti, gli intenti proclamati non siano nient’altro che una, peraltro inutile, cortina dietro cui sembrerebbe poter leggere l’assenza di una reale volontà di prendere di petto la questione, affrontarla e risolverla.
Concordo. Nessuna resistenza fu opposta neanche quando vennero cassate le varianti della bellezza nel 2015. Eppure anche allora avevo offerto spunti normativi secondo me vincenti, ma totalmente ignorati anche dalle associazioni ambientaliste e dall’amministrazione comunale. Insomma, come dicevo nelle risposte precedenti, questa Amministrazione comunale, già da tempo, avrebbe dovuto e potuto licenziare gli atti formali per far ripartire e chiudere il procedimento istitutivo. Se non l’ha fatto, ci sono due spiegazioni alternative. O è un’amministrazione sciatta e incompetente, o negligente, oppure potrebbe essere mossa da altri interessi che finiscono per prevalere su quelli generali. Dei “beni comuni” sanno parlare nei convegni, dove pure il sindaco recita la sua parte politicamente corretta, ma poi, nei fatti, assistono al loro scempio e privatizzazione, impotenti e a volte pure indifferenti.
Cosa occorre fare, a questo punto, per ripartire con uno spirito rinnovato di tutela del nostro territorio?
C’è un problema enorme che gli ambientalisti di SOS, Legambiente ed altri, nonché associazioni politiche vicine come Lealtà e Condivisione, non vogliono comprendere, oppure rimuovono.
È impensabile la pretesa di fare le barricate (tardive e dilettantistiche peraltro) alla Pillirina e contemporaneamente lasciar fare ogni genere di scempi nel resto del territorio, sulle coste e in Ortigia. Un movimento civico che si ritenga forte e credibile deve saper difendere il proprio patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale, SEMPRE, in tutti i casi in cui venga minacciato. Trovo patetica l’invocazione delle norme sul paesaggio alla Maddalena, quando le stesse norme vengono serenamente ignorate e disattese in Piazza d’Armi del Maniace o sul lungomare di Ortigia, oppure ancora all’Isola o a Ognina. Una nota associazione locale, dopo essersi pelosamente spesa per pretendere un archeologo alla guida della Soprintendenza, aveva taciuto quando un “un archeologo alla guida della Soprintendenza” ebbe ad autorizzare gli scempi più indecenti in Ortigia… Oggi la stessa associazione, in un suo comunicato recente, accusa la Soprintendenza di operare a corrente alternata. È vero. Ma i primi ad andare a corrente alternata sono proprio quel genere di ambientalisti. Come se il paesaggio di Siracusa avesse dei livelli diversi di meritevolezza, praticamente sono questo genere di ambientalisti che mette i tre gradi di livello di tutela, anziché la Soprintendenza.
Perché questo avviene?
La mia risposta è che la dissoluzione del movimento ambientalista a Siracusa è il risultato diretto della partecipazione di quegli esponenti alla Giunta Italia. Va da sé che essi hanno perso in forza, credibilità, autonomia. Io dico loro: non puoi neppure pensare di contestare gli errori e le malefatte del Comune, se fai parte del potere comunale. E infatti balbettano. Ma come pensano che un’amministrazione comunale, che è stata capace di inventarsi i cavilli più assurdi, a mio giudizio illegali e ridicoli, pur di licenziare la sanatoria del chiosco monstre del Maniace, possa essere il soggetto più affidabile cui delegare le iniziative (infatti inesistenti) per la costituzione della Riserva?
Insomma si sono adagiati sul falso profilo “verde” dell’amministrazione comunale, gli è bastato un bosco delle troiane o una (malfatta) ciclovia per mettersi a posto con la coscienza. Bisognerebbe a questo punto spiegare loro che, invece, un maturo e consapevole movimento ambientalista riconosce e smaschera il “greenwashing” anziché applaudirlo. Così non si va da nessuna parte. Occorre cambiare subito registro o non resterà nulla, neppure la Riserva della Pillirina, a parole invocata.

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