I passepartout dell’Elemata per le residenze di Punta della Mola

È un gioco scoperto, almeno per i meno sprovveduti, la modalità della comunicazione favorevole al progetto “residenziale” a Punta della Mola del finanziere Emanuele Cisa Asinari. Gli stessi contenuti dell’autorizzazione paesaggistica, rilasciata dalla Soprintendenza di Siracusa il 18 febbraio scorso, appaiono, soprattutto in molti commenti/interventi sui social, strumentalmente usati.

Che nello stesso atto autorizzativo si scriva che, in caso di assenso al progetto, “verrà meno l’interesse alla prosecuzione del giudizio numero 2095/2016” (Cont. n. 40241/2016 – Avv. Raineri) pendente davanti al TAR Catania per l’annullamento del Provvedimento negativo emanato da questa Soprintendenza con nota prot. n. 10168 del 15.07.2016 su un progetto di ristrutturazione dell’area di Punta della Mola ex Batteria Emanuele Russo, presidio bellico della Seconda Guerra Mondiale”, viene “interpretato” come rinuncia dell’Elemata a qualsiasi altro intervento edilizio nell’area, volontà manifesta della società olandese – il cui “equilibrio” sarebbe stato molto “apprezzato” dalla Soprintendenza – di contemperare i propri privati interessi con “la tutela delle peculiarità archeologiche, paesaggistiche e architettoniche” del sito.

Ma la verità è solo che, di fatto, cessata la materia del contendere, la causa relativa a Punta della Mola inevitabilmente si estinguerebbe, mentre dei molti altri ricorsi per il villaggio turistico che l’Elemata vorrebbe costruire in zona non c’è traccia di rinuncia, e certo nessuno potrebbe ritenere sufficiente un “volatile” impegno in tal senso, buttato giù chissà quando e con chi.

Nel 2016, in risposta alla richiesta dell’Elemata di “restaurare” i ruderi militari, sull’atto endoprocedimentale redatto dall’Unità Operativa Beni Archeologici diretta dalla dottoressa Rosa Lanteri, la soprintendente Rosalba Panvini – premesso che l’autorizzazione paesaggistica ai sensi dell’art.146 del Dlgs.42/2004 costituisce “atto autonomo e presupposto al permesso di costruire” eventualmente rilasciato dal Comune – scriveva che, ai sensi del D.M. del 22 dicembre 1970, il vincolo archeologico diretto si estende(va) “all’intera area oggetto dell’intervento e non a una minima estensione di essa” e quindi che il progetto sottoposto all’approvazione non era compatibile con la tutela archeologica dei luoghi. “I terreni di cui all’oggetto non possono essere trasformati nelle loro attuali condizioni fisiche con opere di scavo, scasso o costruzioni che possano danneggiare il complesso archeologico, oggetto di vincolo, o turbare le condizioni di ambiente e di decoro dell’area. Inoltre non possono essere riedificati gli immobili già diruti al momento dell’asservimento del bene al vincolo archeologico, come affermato sia nel vincolo del 1970 sia nelle clausole inserite nell’atto di alienazione del 1982, emanate ai fini della tutela del bene archeologico e del paesaggio archeologico. Per quanto sopra il progetto non può essere assentito”.

Se ora, invece, gli “immobili già diruti” possono essere trasformati in residenze, cosa dovrebbe lamentare il finanziere imprenditore?

La “sensibilità” dell’Elemata per la storia dei luoghi si esprimerebbe poi “nel recupero e valorizzazione dell’area in cui sono presenti tombe preistoriche e antiche carraie”, ma in realtà, a leggere l’atto del 18 febbraio, viene fuori che l’unico “impegno” preso è di “concordare con la scrivente (la Soprintendenza, ndr) un progetto di recupero e valorizzazione dell’area dell’originaria p.lla 4 interessata dalla presenza di tombe preistoriche a pozzetto verticale e di tracce di antiche carraie”.

Né si comprende da dove emerga un reale interesse del di Grecy al “recupero” delle opere ipogeiche della batteria Emmanuele Russo, se nell’autorizzazione si scrive che questo “non è stato punto di trattazione durante le audizioni perché, come specificato dal progettista durante le audizioni, i presidi bellici, almeno in questa fase, non sarebbero oggetto d’intervento”. Benevolmente l’estensore aggiunge che “si ritiene opportuno chiedere la presentazione di un progetto ad hoc che presenti una scala di analisi più dettagliata” e che (precisazione del tutto pleonastica e ad abundantiam) “Si rappresenta fin d’ora che, come risulta dagli atti di questo Ufficio, detti presidi bellici sotterranei furono realizzati durante la Seconda Guerra Mondiale tagliando e ingrandendo le tombe a pozzetto verticale scavate nella roccia”. E quindi? verrebbe da chiedersi.

Per il resto, gli obblighi assunti – “tutti gli interventi che interessano i fabbricati esistenti effettuati nel rispetto dei materiali, forme e cromie dell’esistente; tutti i percorsi interni alle aree in oggetto mantenuti a fondo naturale, sempre nel rispetto della vegetazione autoctona; il manto di copertura dei fabbricati realizzato con tegole curve di riuso, tipo coppo siciliano, a doppio strato; gli eventuali incrementi alla vegetazione esistente effettuati con essenze già presenti sull’area” – non rappresentano che il minimo “contrattuale” derivato dal rispetto dei tanti vincoli che gravano sull’area.

Il funzionario direttivo più anziano, che dal settembre 2019 dirige l’unità operativa paesaggistica, in assenza per motivi di salute del dirigente titolare, ha evidentemente ritenuto sufficienti dette prescrizioni, quasi il concetto di “paesaggio”, così come tutelato nell’articolo 9 della Costituzione, sia riferito solo a ciò che attiene alla forma esteriore ed estetica del territorio, e non piuttosto, come invece è, a quella identità dei luoghi che viene determinata, costruita nel tempo da fattori naturali, storici, umani, e anzi soprattutto dalle relazioni tra tali fattori, che di fatto ne fanno un unicum, qualcosa di irripetibile. Come se quell’area non sia anche inserita, per le sue valenze naturalistiche, tra i Siti di Interesse Comunitario e pertanto pressoché intangibile e assolutamente “refrattaria” a quel carico urbanistico che più residenze determinerebbero. Un’area inedificabile dove si vorrebbe costruire solo sfruttando ruderi, che non sono mai stati residenze, i cui “volumi” sono al più ricostruibili da foto storiche, se ce ne sono. “Le soluzioni prospettate vedono innanzitutto il mantenimento degli attuali volumi degli edifici preesistenti” si afferma nell’autorizzazione. Quali sono gli attuali volumi?

Sorvoliamo poi sulla genericità di una prescrizione che sembra voler essere rassicurante “Non sarà ammesso un eventuale cambio di destinazione d’uso da abitazione a case vacanze”, laddove forse semmai sarebbe stato meglio parlare di strutture turistico ricettive in generale; e anche sulla presunta gentile concessione dell’Elemata, comunque non presente nell’autorizzazione, di lasciare libero un accesso al mare, non si può che ricordare soltanto come l’accesso pubblico al mare, per legge, non possa mai essere negato.

Ma veniamo all’ultima considerazione su come è stata finora gestita la comunicazione pro “residenze”. Qui è lo stesso di Gresy, intervistato da Siracusa News, a mostrare l’altra sua carta “vincente” dopo non aver mancato di sottolineare come l’interlocuzione con la Soprintendenza sia una “garanzia per l’interesse pubblico alla conservazione dei beni, oltre che dei luoghi che in questi anni hanno continuato a degradarsi nonostante l’impegno profuso dalla società”.

Con riferimento all’intervento di riqualificazione programmato dal Comune nell’ex feudo Santa Lucia al Plemmirio, afferma il finanziere: “(Qui ci sarà) la ristrutturazione di alcuni caseggiati in assoluta armonia con le esigenze di conservazione dell’area. Il nostro non è un percorso dissimile e non accettiamo che, nel nostro caso, questo susciti stupore”.

Ed è così che la rigenerazione a secco di tre quattro case rurali di pochi mq della riserva a uso pubblico diventa il passepartout per le pregiate residenze di Punta della Mola.

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