Punta Mola (Pillirina): La proposta di vincolo della Soprintendente Basile

Pubblichiamo integralmente la relazione tecnica preparata nel 2015 (poco prima di andare in pensione) dall’allora Soprintendente Beatrice Basile per la proposta dell’emanazione di un provvedimento di tutela del sito ai sensi dell’art. 10 c. 3 del D. lgs. 42/2004.

Una relazione fondamentale per conoscere quale patrimonio storico-culturale, quale possibilità anche di una proposta culturale “ampia” della città si perderebbe se andasse avanti il progetto di privatizzazione dell’area. Con una precisazione: noi abbiamo grande rispetto per le attività imprenditoriali, riteniamo che l’errore di fondo in questa annosa vicenda sia tutto nelle previsioni “esiziali” del piano regolatore del 2007, e oggi nell’ingiustificabile mancato adeguamento dello strumento urbanistico (da tempo scaduto) al sovraordinato Piano Paesaggistico, e quindi pensiamo che il percorso da intraprendere non possa che essere in una interlocuzione con gli attuali proprietari dell’area. La strada possibile è quindi anche con la Regione, e – perché no? – con lo Stato per l’ampliamento a terra dell’area marina protetta; un investimento di iniziative, energie e risorse, che soddisfi tutti, ma con la superiore finalità della salvaguardia di un luogo che appartiene alla comunità, alla nostra generazione come a quelle future, e non a chi, vantando un diritto di proprietà, dimentica che la Costituzione in primis garantisce e tutela i beni comuni.

Proposta di emanazione di provvedimento di tutela ai sensi dell’art. 10 c. 3 del D. lgs. 42/2004 relativo alle strutture facenti parte della batteria costiera “Emmanuele Russo” di Punta Mola (Siracusa).

RELAZIONE TECNICA

Il contesto normativo e culturale

La legge 78 del 7.03.2001 (“Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale”) costituiva una significativa estensione delle categorie tradizionali dei beni culturali, riconoscendo alle testimonianze della Grande Guerra, accuratamente dettagliate al comma 2 dell’art. 1, “valore storico e culturale”, in virtù di tale riconoscimento ne promuoveva “la ricognizione, la catalogazione, la manutenzione, il restauro, la gestione e la valorizzazione” e ne vietava “gli interventi di alterazione delle caratteristiche materiali e storiche” (comma 3 art. 1).  Due anni più tardi, un disegno di legge (n. 2069 del 2003) proponeva di estendere la tutela di cui alla legge 78/2001 alle testimonianze della Seconda Guerra mondiale; e l’anno successivo, il Codice dei Beni Culturali, nel ribadire  (art. 11, comma 1 lettera i) quanto previsto dalla L. 78/2001, nella formulazione generale delle tipologie di beni da sottoporre alle disposizioni di tutela, implicitamente accoglie ed esplicitamente supera, ampliandone il concetto di fondo, il disegno di legge proposto, laddove individua, innovando la  definizione generale dei beni culturali, l’estensione di questa tipologia di tutela al di là di specifici limiti temporali o specifiche vicende belliche; la definizione di “bene culturale”  travalica le sole “vestigia” della prima Guerra mondiale, per applicarsi, in senso più lato, alle  “cose mobili e immobili, a chiunque appartenenti, che  rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare (….) ecc.”(comma 3 art. 10). La ragione di tale estensione è implicitamente dichiarata nella significativa relazione che, nell’ambito dello stesso comma, intercorre fra le suddette cose di carattere militare e/o politico e le “testimonianze dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose”. Vale a dire che fra le radici immateriali su cui si fonda l’identità di una comunità vanno annoverate tutte le componenti che hanno concorso a connotare la natura e a determinare lo sviluppo delle sue istituzioni (che, è appena il caso di ricordarlo, costituiscono parte fondamentale e imprescindibile dello specifico patrimonio culturale); e, di tali componenti, le vicende militari e le testimonianze relative (manufatti, strutture, archivi) sono elemento costitutivo. In tal senso, l’innovazione apportata dal Codice rappresenta il punto d’arrivo di un processo di riconoscimento culturale identitario che, per lo specifico ambito, ha avuto il suo inizio con la celebrazione del Risorgimento quale momento fondante della nazione, cui è stata successivamente assimilata, come fase di compimento, la prima guerra mondiale, e nello stesso tempo, uno straordinario superamento concettuale e qualitativo, che identifica nelle testimonianze militari non solo più esclusivamente un’epopea nazionale ma una componente antropologica della comunità.

Da questa nuova visione della storia militare come elemento della vita e della cultura dell’uomo, non diversamente dalla storia delle tradizioni religiose, o dei costumi funerari, o delle tradizioni inerenti alla produzione e alla preparazione del  cibo, o della celebrazione del sacro, scaturisce la considerazione della guerra come espressione della cultura e della storia; di conseguenza, le testimonianze cui la memoria collettiva annette valore di storia comune rivestono, per ciò stesso, valore di patrimonio culturale, da tutelare per non disperderne il senso di testimonianza. Eloquente, in proposito, la premessa della proposta di legge sopra citata: “Questo bisogno (l’estensione della tutela, ndr) attinge le sue motivazioni nella costatazione del fatto che la storia è tale nella misura in cui tutti i fatti e tutte le loro dinamiche non conoscano omissioni di sorta, sia che si tratti di eventi eroici sia nel caso in cui gli eventi depongano per una nazione che abbia subito lacerazioni e contrasti culminati in una vera e propria guerra civile; perché non è sbagliato ritenere che l’insieme degli avvenimenti positivi e negativi determini un sano apprendimento e un proficuo “insegnamento”. Pertanto, tutto ciò che ha la capacità di richiamare la memoria e testimoniare episodi dell’evento bellico dell’ultimo conflitto mondiale deve trovare la possibilità di avere la sua giusta conservazione, valorizzazione e fruizione”.

A seguito di tale impostazione concettuale, e in rafforzamento alla tutela prevista, in senso lato, dal Codice, alcune Regioni  hanno già avvertito la necessità di legiferare specificamente e dettagliatamente a sostegno della salvaguardia e soprattutto della valorizzazione del patrimonio militare della storia più recente; hanno così esplicitamente inserito, nell’ambito dei beni individualmente protetti dal Piano Paesaggistico Regionale, sottoponendole a vincoli di tutela, le strutture militari relative alla seconda Guerra mondiale (Regione Sardegna, all’interno delle “Categorie dei Beni Paesaggistici”, in particolare gli “immobili e aree tipizzate individuati e sottoposti a tutela”, annovera “Architetture militari storiche fino alla seconda guerra mondiale”).

Il valore turistico, indotto dalla richiesta di fruizione di monumenti relativi alla seconda guerra mondiale e in particolare a taluni momenti della stessa, è ampiamente dimostrato dall’attivissima corrente di turismo “militare” che si dirama lungo le coste della Normandia, dove relitti di navi da sbarco, pontili militari, bunkers, trincee, linee di difesa sono accuratamente conservati, nelle condizioni in cui l’immane conflitto li ha lasciati (spezzati, infranti, crivellati di colpi, semiaffondati), a dolorosa e grandiosa testimonianza:  ammonimento, riflessione, ricordo. Vi fioriscono tutt’attorno attività sia culturali che commerciali di non irrilevante impatto sull’economia e sulla società locale.

Ma il fenomeno non riguarda soltanto la Normandia. Che tale tipologia di beni abbia, anche in Italia,  sia un valore culturale in senso lato che un appeal emozionale del tutto peculiare e una corrispondente capacità di attivazione di “percorsi della memoria”, in cui la necessità, ancora profondamente avvertita, della riflessione critica e della ricostruzione storica si traduce in richiesta di fruizione la cui  valenza turistica è tutt’altro che indifferente, è dimostrato dalla grande popolarità e conseguente sostenuta fruizione di monumenti quali i rifugi antiaerei del sottosuolo di Napoli o, per restare in un contesto più vicino, quelli di Piazza Duomo di Siracusa, recentemente riaperti sull’onda della richiesta sia dei cittadini siracusani che degli operatori turistici, che hanno veicolato migliaia di visitatori; o, ancora, dai  26.000 visitatori che hanno chiesto accesso, nel corso dell’estate 2014, al sito della batteria costiera AS. 361, nella penisola di Magnisi (l’antica Thapsos,) di proprietà demaniale, anch’essa pertinente alla seconda guerra mondiale, meritoriamente manutenzionata e aperta al pubblico, con visite guidate, da parte di un’associazione di volontari.

Nella percezione della cultura, per così dire, “istituzionale” dell’ultimo secolo, a partire dall’Unità d’Italia, la rilevanza militare e strategica rivestita dalla Sicilia nel corso della sua millenaria storia si è accentrata quasi esclusivamente sul ruolo da essa rivestito nell’ambito del Mediterraneo in età greco-romana , con conseguente tutela e valorizzazione delle testimonianze – relative anche all’architettura militare – di quell’età,  e parallela disattenzione , e perfino intolleranza (si pensi alla distruzione dei complessi fortificati spagnoli operata sullo scorcio del XIX secolo) , nei confronti delle testimonianze strutturali successive a l periodo greco-romano. Soltanto nel secolo scorso è iniziato un processo, ormai ampiamente (ma spesso tardivamente, ai fini della conservazione) consolidato, di conoscenza e recupero di quello straordinario patrimonio culturale rappresentato dal complesso sistema dei castelli medievali, e poi dalle poderose fortificazioni spagnole che fecero delle coste della Sicilia il caposaldo avanzato della difesa dell’Europa contro la minaccia turca.

L’ultimo episodio di questo ruolo “europeo” svolto dalla Sicilia nell’ambito dello scacchiere militare mediterraneo,  ma con una valenza molto più vasta, che deriva dalla natura non a caso definita “mondiale” del conflitto 1939 – 1943, il cui esito è alla radice della storia moderna del mondo occidentale e di gran parte delle istituzioni democratiche dell’Europa di oggi, è il contraltare di quello che parallelamente, sulle coste settentrionali d’Europa, segnava la fine del conflitto; lo sbarco alleato, nel luglio del 1943. Il senso storico dell’avvenimento è esattamente parallelo a quello dello sbarco in Normandia; ma la minore presa, finora, di tale consapevolezza nella percezione comune è il frutto di una silenziosa rimozione della memoria collettiva, che solo recentemente ha cominciato a riportare alla luce, per affrontarli con spirito critico e umana pietà, gli anni dolorosi del disfacimento dello Stato. A maggior ragione, la conservazione delle testimonianze di quell’epoca è occasione preziosa, per la generazione attuale e per quelle future, di riappropriazione consapevole e matura di un momento fondamentale della storia nazionale.

La Piazzaforte Augusta Siracusa

Per la particolare esposizione che la Sicilia presentava sul Mediterraneo, offrendo – come da sempre nell’arco della sua millenaria storia, segnata dall’estrema permeabilità delle sue coste – un’ampia possibilità di attacchi dal mare (così come, di contro, la possibilità di sferrare efficaci azioni offensive nel Mediterraneo meridionale), durante l’ultima guerra tutto l’arco costiero meridionale fu fortificato, con la realizzazione di tre piazzaforti, rispettivamente denominate Messina,  Augusta-Siracusa e Trapani. Di queste, la piazzaforte Augusta – Siracusa rappresentava uno dei punti più strategici (non a caso fu qui che avvenne lo sbarco del 1943); distesa su una fascia costiera di 35 km. da Brucoli a Capo Murro di Porco, contava un ragguardevole potenziale di fuoco:  6 batterie navali, ciascuna fornita di 3 piazzole di tiro per cannoni,   e ben 17 batterie a doppia funzione (antinave/antiaeree), con 6 piazzole di tiro per cannoni, tutte integrate da postazioni per mitragliatrici.

I capisaldi della piazzaforte Augusta – Siracusa, a controllo delle insenature dell’arco costiero erano i due promontori di Campolato e del Plemmirio, ciascuno dei quali fu munito con diverse batterie, in funzione complementare e di diversa potenza.  Sul promontorio del Plemmirio, le più significative delle batterie ancora esistenti, sotto il profilo della valenza militare, erano collocate rispettivamente sulla costa settentrionale, a difesa dell’imboccatura del Porto Grande (la batteria A 309 e la quasi attigua “Emmanuele Russo”) e sulla costa centro- meridionale verso il mare aperto e al golfo di Noto (la possente batteria “Lamba Doria”).

L’azione di tutela della Soprintendenza è rivolta alla contestuale preservazione delle tre batterie  strutture presenti sul  promontorio del Plemmirio, individuate come particolarmente rilevanti e significative  sulla base dei seguenti criteri: a)stato di conservazione; b) valore emblematico e  potenzialità dimostrativo-didattica, anche in ragione della complementarietà funzionale-strategica; c) contesto di ubicazione, caratterizzato dalla rilevante e non usuale compresenza di altri valori culturali (archeologici,  naturalistici,  paesaggistici) già formalmente dichiarati. E’ stato pertanto avviato il procedimento di tutela per le tre batterie sopra ricordate, intese quali aspetti complementari di un unico monumento.

La batteria Emanuele Russo

All’interno della piazzaforte Augusta – Siracusa, la batteria “Emmanuele Russo”, rappresenta una delle postazioni fisse più importante, perché di valenza antinave e antiaerea insieme. È fra le più complesse, perché non è formata soltanto da postazioni di tiro e piazzole per cannoni, bensì è costituita da un insieme polifunzionale di strutture (fig.  1) finalizzate ad azioni difensive e offensive insieme, che nel loro insieme rappresentano un significativo esempio del funzionamento di una batteria standard dell’epoca e delle tecniche belliche del periodo.

Il cuore – o, meglio, il cervello –  della complessa struttura è rappresentato dall’osservatorio esterno (fig. 2) una struttura che costituisce la parte in elevato di un ampio locale ipogeico, che prende aria da un pozzo a breve distanza (fig.  3), e soprattutto dalla centrale di tiro (fig. 4), che coordina l’attività delle piazzole di tiro (fig. 5), su cui erano impostati i tre poderosi cannoni navali da 152mm a impianto scudato a protezione dei serventi (fig. 6), che, coadiuvati da postazioni per mitragliatrici da 20 mm, in funzione antiaerea, controllavano l’accesso al porto di Siracusa. Le postazioni di tiro e la centrale erano collegati da una rete di cunicoli sotterranei, con sbocchi anche sulla scogliera (fig. 7), che lungo il percorso contenevano i depositi (“riservette”) di munizioni. Diversi edifici dislocati sulla scogliera assolvevano alle funzioni necessarie per la permanenza della guarnigione; tra essi, si segnalano le due belle strutture delle cd. “caserme” (figg.8 e 9), che  ospitavano i militari e servivano anche da cucine e uffici.

La struttura muraria si segnala per la forte connotazione locale, che fa ricorso a materiali e tradizioni costruttive tradizionali che suggestivamente e curiosamente apparentano alcune di queste costruzioni, edificate per esclusive finalità belliche, a pacifiche fattorie, arcaicamente annidate, come d’uso in certe campagne siciliane, al riparo di pareti rocciose. L’uso del cemento armato, quasi esclusivo in ambito continentale, è riservato alla centrale di tiro e alle piazzole; il resto delle costruzioni utilizza strutture in materiale locale e/o tradizionale: pietra, talora blocchetti di tufo, con piattabande e corsi in mattoni rossi (figg. 10 e 11). Sull’intonaco che riveste le murature interne, si conservano ancora, preziosa testimonianza storica e antropologica insieme, scritte a carboncino, opera dei soldati lì acquartierati, che tramandano alcuni degli slogan di propaganda dominanti dell’epoca: Ognuno compia il proprio dovere” o “La sorte dei tuoi camerati in terra in mare nell’aria è affidata al tuo prudente silenzio. TACI!” (figg. 12 e 13). Quasi tutte le strutture, ad eccezione del l’osservatorio e delle postazioni di tiro, sono collocate a ridosso di pareti rocciose, in parte appositamente tagliate, che le nascondono e le proteggono dai tiri dal mare.

E’ da tener presente un ulteriore carattere di pregio:  il contesto in cui i manufatti in oggetto  ricadono (fig. 14) ha caratteri di assoluta eccezionalità, ricco com’è di valenze naturalistiche (la costa su cui si affacciano fa parte dell’Area Marina Protetta del Plemmirio, e la vegetazione  che vi cresce rigogliosa conserva le connotazioni più tipiche dell’habitat costiero autoctono, con una fitta presenza di palma nana e vegetazione arbustiva di tipo mediterraneo), paesaggistiche (scogliere alte e nette alternate a piccole cale raccolte, grotte marine, una costa capricciosamente frastagliata da cui si aprono viste mozzafiato della città antistante e del Porto Grande) e  archeologiche (una vasta distesa di latomie costiere di età greca a fior d’acqua, un fitto sistema di carraie in roccia che fiancheggiano la scogliera, una densa necropoli di tombe a pozzetto del Medio Bronzo, un suggestivo complesso di grandi strutture a pianta circolare intagliati nella tenera arenaria proprio sul margine della scogliera, interpretate come fornaci per calce, oppure siloi, di età romana). Un elemento di particolare suggestione emotiva è rappresentato dal riutilizzo, in funzione militare, di una struttura di natura archeologica: una delle tombe a pozzetto  della cultura di Thapsos, appartenenti ad una necropoli dell’età del Medio Bronzo che si scagliona per gran parte della costa e che è stata regolarmente sottoposta a provvedimento di vincolo fin dal 1983 ( D.A. 271), è stata riutilizzata per ricavarvi uno dei cunicoli che costituiscono le riservette sotterranee, collegato con una piazzola di tiro. Tutta l’area presenta, in poche centinaia di mq, un eccezionale palinsesto di testimonianze di valori di pubblico interesse che la destinano naturalmente alla tutela (ne è stata proposta l’istituzione quale Riserva, procedimento attualmente in itinere, fortemente voluto da gran parte della cittadinanza e sostenuto dall’Amministrazione Comunale) e ne configurano rilevanti possibilità di uso compatibile con l’interesse culturale.

Sulla base di quanto esposto, si ritiene necessaria l’emanazione di un provvedimento di tutela ai sensi del D. lgs. 42/2004, al fine di preservare, con opportune disposizioni in merito alla salvaguardia e alla compatibilità d’uso, le testimonianze storiche e culturali descritte.

Individuazione catastale

Le aree direttamente interessate dal provvedimento di dichiarazione di interesse sono individuate alle particelle nn. 135,136, 137, 139, 141, 142, 143, 144 e 150 del foglio di mappa 130 del catasto fabbricati del Comune di Siracusa.

Si propone, quindi, che l’area di sottoporre a vincolo diretto, secondo gli obblighi di tutela prescritti dal Capo III del Titolo I della Parte Seconda del D.Lgs. 22 Gennaio 2004, n.42, e s.m.i. ai sensi dell’art.10, comma 3, lettera d dello stesso D.Lgs. n. 42/2004, sia costituita dalle particelle nn. 135,136, 137, 139, 141, 142, 143, 144 e 150 del foglio di mappa 130 del catasto fabbricati del Comune di Siracusa, come da allegate cartografie che del provvedimento dovranno costituire parte integrante. Quanto sopra, per evidenti ragioni di tutela dei resti monumentali ivi conservati, in considerazione del notevole interesse scientifico e al fine di salvaguardare e valorizzare il complesso nella sua integrità.

Misure di tutela

Al fine di garantire l’incolumità dei resti monumentali, le prescrizioni di tutela dell’area sottoposta a vincolo diretto, ai sensi dell’art.10, comma 3, lettera “d”, e dell’art. 13, comma 1 del D.Lgs. n.42/2004 e s.m.i., contrassegnata in colore giallo nelle allegate planimetrie che del provvedimento dovranno costituire parte integrante, dovranno prevedere la possibilità da parte dei proprietari di effettuare la manutenzione ordinaria  e straordinaria degli immobili, di cui si consente ogni forma di uso compatibile con la natura, le caratteristiche strutturali, dimensionali e architettoniche e le specifiche valenze culturali,  permanendo l’obbligo di sottoporre qualunque opera alla preventiva autorizzazione della Soprintendenza BB.CC.AA. di Siracusa,  ai sensi dell’art.21 D.Lgs n. 42/2004 e s.m.i.

Bibl.: A. Moscuzza, Soldati e fortificazioni. La piazzaforte Augusta – Siracusa durante il secondo conflitto mondiale, Siracusa 2010

 Il Soprintendente Dott.ssa Beatrice Basile

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