Il “buco nero” delle Istituzioni

Poco più di un anno fa, l’irrompere imprevisto del Covid ha messo a nudo la nostra estrema fragilità. Ogni comunità umana si regge non sul mero dato di un’esistenza “naturalistica”, o nel suo immediato combaciare sullo stato di natura, bensì poggiando da sempre sulla tessitura “artificiale” di una ricca trama istituzionale che ne scandisce ed articola il proprio sviluppo, facendola prosperare. L’insidia del virus, mettendo a rischio la nuda vita di ciascuno non poteva che richiedere da subito una risposta “politico-istituzionale” che rinsaldasse una difesa ad ampio spettro – di prevenzione scientifico-sanitaria, di solidarietà civile, economico-sociale, organizzativa, finanziaria, ecc. Ma purtroppo, e lo abbiamo visto, la sfida al Covid era segnata da tempo da una crisi sistemica di tutte le nostre Istituzioni che, a volte, ha rallentato o reso approssimative alcune risposte. Tutte le “Istituzioni” portavano sulle loro spalle gli effetti di una evaporazione della sfera politico-istituzionale nazionale – parallela ad una diffusa delegittimazione delle classi dirigenti –, determinata, negli ultimi due decenni, da dominio di quelle potenze finanziarie “globali” che hanno eroso la “sovranità esclusiva” degli Stati e spostato il baricentro egemonico sull’inedita competizione tra le potenze del “capitalismo politico” dei nuovi Imperi – Usa, Cina, Russia, paesi arabi ricchi, India –, che oggi mostra una tensione forse più diffusa.

Non a caso, incertezze e difficoltà nella strategia di sfida “comune” al Covid hanno scandito all’inizio l’azione dei paesi dell’U.E., la cui “forma istituzionale” – segnata, ab initio, dal vincolo di deliberazioni all’unanimità dei singoli Stati – vede da decenni l’Europa arrancare rispetto agli altri “Grandi spazi geopolitici” di natura imperiale. Incertezze che l’U.E. ha poi superato – facendo di necessità virtù –, nell’aggravarsi di una crisi economico-sociale causata dal virus in tutti gli Stati membri. Da lì infatti è nata una nuova consapevolezza che ha portato l’U.E. a decidere sia di liberare gli Stati con alto debito dai “vincoli di bilancio” per reggere l’urto della crisi sociale sia destinando oltre 750 miliardi “New Generation U.E.” per la ripresa. Tuttavia, non essendo demandato a noi il compito di fornire risposte adeguate sulle riforme delle “Istituzioni” U.E., qui intendiamo riflettere sullo stato delle Istituzioni che più immediatamente incidono sulle nostre comunità territoriali.

Infatti, la lezione profonda che l’umanità intera può ricavare dal Covid-19 – augurandoci di non incontrare minacce simili a breve – non può che essere indicata dal compito indifferibile di rinvigorire il “corpo vitale” di ogni Istituzione. Comprendiamo benissimo che pesa sulle nostre spalle un clima, che viene da lontano, di profonda disaffezione verso ogni Istituzione – tra sfiducia e delegittimazione per riforme fallimentari o mal funzionamento delle stesse. Tuttavia, proprio la lezione del Covid ci ammonisce che le ferite che il virus ha impresso sul corpo sociale possono essere curate solamente se sapremo prendere in carico il compito indifferibile di rimodellare ogni Istituzione, aprendole a nuova vita, ad istanze di apertura sociale e ampio coinvolgimento democratico.

Ma qual è lo stato dell’arte delle Istituzioni della nostra realtà siracusana? Partiamo dalla sciagurata esperienza del governo regionale Crocetta. Basta prendere ad esame l’abolizione delle Province, lasciate sospese per aria – pencolando sull’abisso del proprio “nulla” –, costrette a vivacchiare, commissariate e senza soldi, depotenziando funzioni, dipendenti, energie e competenze, lasciando solo macerie di fronte a noi. Né si intravede sul futuro di tali Organi qualche idea chiara di risistemazione istituzionale, e la stessa ipotesi di elezioni di “secondo grado” – come attestano i continui rinvii da parte del Governo regionale – sembra segnata dal classico inconcludente politicismo, consegnandoci una lenta e inesorabile crisi del governo istituzionale di tali Organi. Analoghe considerazioni possono essere svolte sulla confusione che alimenta il tema del governo istituzionale dell’acqua con gli Ato idrici, nei quali la forma consortile vincolante dei Comuni della provincia ne rallenta capacità decisionali e adeguate riorganizzazioni strategiche nella gestione del servizio.

Altro capitolo: la riforma delle Camere di Commercio. Nessuno nega l’esigenza di inevitabili processi di “razionalizzazione” tesi a costruire forme di governo in termini di “distretti territoriali” ampi ed omogenei: ma l’esito dell’attuale accorpamento sembra aver avuto solo l’effetto di rendere ineffabile la direzione, insieme alla natura, funzioni e poteri del nuovo organo di governo dell’Ente, sconnettendolo ancor di più dalle esigenze specifiche dei territori. Ne è stato esempio il lancio, pochi mesi fa, dell’idea di destinare a Siracusa un finanziamento di alcuni milioni di euro per un Palazzo dei Congressi con allocazione/finalità “interprovinciale”, dando l’impressione di una inventio calata dall’alto, come se si fosse trattato di tirar fuori un coniglio dal cilindro e quest’idea scaturisse più come paternalismo istituzionale che come effetto di un reale e ricco confronto con la costellazione istituzionale e politico-sociale del territorio. Dopo di che, silenzio! Molti gli interventi sulla stampa locale, mentre è calato il silenzio da parte della Cam. Comm., dando l’impressione di uno scarto profondo tra il sassolino tirato fuori con tale proposta e le idee del corpo politico-istituzionale del territorio.

Passiamo al Comune di Siracusa. Da quasi un anno e mezzo è stato sciolto il Consiglio comunale, per effetto di una legge regionale strampalata – ma in parte anche per superficialità di alcuni Consiglieri comunali inopinatamente usciti dall’aula, non votando così a favore del bilancio consuntivo 2018. Da lì è scaturito che Sindaco e Giunta in carica governano senza opposizione, interfacciandosi solo con il Commissario regionale per gli atti di competenza del Consiglio. Questa condizione di presunta “serenità decisionale” della Giunta – in assenza di quella dialettica che un’opposizione consiliare consente – ha offerto agli amministratori l’immagine errata e illusoria di poter governare liberi da “lacci e lacciuoli”, non cogliendo come l’effetto concreto che ne è seguito è stato solo un impoverimento – quando non una chiusura – del percorso di pubblicità ed apertura all’opinione pubblica e al corpo sociale diffuso del percorso deliberativo e strategico che la Giunta ha perseguito da quel momento. Né Sindaco e Assessori – nei momenti di allentamento delle “restrizioni sociali” – hanno provato a dar vita a incontri tematici “in presenza” per coinvolgere su idee e progetti il vasto tessuto di “rappresentanza” degli interessi diffusi – sindacati, imprenditori, mondo associativo e culturale, ecc. – per mantenere vivo un raccordo, anche “informale”, col corpo sociale.

Né possono valere come giustificazione le “restrizioni sociali” decise nazionalmente come contrasto al Covid. Se è vero che i gravi effetti del Covid hanno reso possibile, visibile e più diretta – nel bene e nel male – solo l’interfaccia tra i detentori del potere istituzionale (i Sindaci) e gli sparsi corpi/frammenti sociali colpiti dalla crisi economica, depotenziando il ruolo degli altri attori politico-sociali (partiti, sindacati, organi di rappresentanza, ecc.), è purtroppo vero che la scena politico-sociale che attraversa ed articola il rapporto democratico tra Amministrazioni/Istituzioni e cittadini appare sempre più segnato da una povertà di motivazioni, da un clima di disaffezione, da uno sfilacciamento della “rappresentanza”, da una perdita di significanza e di crisi della stessa partecipazione democratica: effetti che vanno messi nel conto dell’afasia psico-sociale che connota, nel clima della paura del virus, il venir meno dello spazio pubblico collettivo, “in presenza fisica”. Né ci si può illudere che il webinar possa essere la soluzione salvifica!

Così come, peraltro, va chiarito che dentro la costellazione di senso del ruolo e significato delle “Istituzioni” vanno inseriti a pieno titolo sia i partiti e i movimenti politici, sia tutti quegli organismi collettivi di rappresentanza sociale – sindacati, forze dell’associazionismo, corpi di interessi diffusi e organizzati, ecc. – che costituiscono la diffusa trama di tessitura del legame sociale e della rappresentanza democratica: questi, da tempo, mostrano segni preoccupanti di perdita di linfa ideale, capacità propositiva, avendo smarrito forza ed appeal nei loro classici percorsi e processi di «iscrizione e istituzione politica della vita dei soggetti». Appare pertanto evidente – e la pandemia ha accentuato l’impoverimento di funzione e senso di questi corpi intermedi – che solo se si rimette in gioco il “cervello sociale” e una trama istituzionale all’altezza dell’intera comunità, è possibile ridare linfa allo sfilacciato e frammentato tessuto civile e democratico del territorio.

Non fa testo – perché non costituisce una sorta di contrappunto che possa smontare il senso di queste nostre riflessioni – il positivo esito di appena due giorni fa che ha visto l’approvazione del progetto del nuovo ospedale di Siracusa, avvenuto all’ombra e oltre ogni presa istituzionale. Al contrario! Questa importante ed opportuna accelerazione delle fasi di approvazione del progetto – dall’incarico al Prefetto, al Bando di partecipazione, sino alla scelta dell’Impresa vincitrice presentata nella Conferenza stampa del 29 marzo – aveva ed ha avuto alle spalle proprio un percorso accidentato dal punto di vista politico-istituzionale di diversi anni, proprio per via delle divisioni, incertezze ed ipotesi pasticciate e approssimative – tra Direzione Asp, Consiglio comunale (allocazione nell’area Pizzuta dell’ex Ospedale psichiatrico, ecc.) ecc. – che stavano rischiando, ancora sino al 2019, di veder rimandare alle calende greche l’obiettivo del nuovo Ospedale. Mentre è solo grazie all’opportuno conferimento del ruolo di Commissario dell’opera (nel contesto della pandemia di Covid-19) al Prefetto Giusi Scaduto che è stato possibile accelerare le procedure, trattandosi del lancio realizzativo di un’opera di alta ingegneria specialistica, afferente alla filiera di carattere tecnico-sanitaria, non suscettibile oramai di processi deliberativi di carattere politico-istituzionale. C’è da augurarsi che anche tra due/tre anni l’opera sia realizzata.

Pertanto, è sul versante dell’urgenza di dar vita ad una relazione carica di senso e significato tra Istituzioni – tutte le Istituzioni – e corpi sociali che potremo ridare linfa alla democrazia collettiva. Come non cogliere che è proprio il carattere biopolitico della crisi pandemica in atto a reclamare, oggi, un pensiero ed una prassi istituente all’altezza della situazione? Come non cogliere che la pandemia del Covid-19, per le ferite profondissime che ha impresso nel corpo della società, rende ineludibile il compito di istituire di nuovo la vita o, più ambiziosamente, di istituire una “vita nuova”, elevando la relazione inclusiva tra Istituzioni e cittadini? Di fronte al Covid, non siamo forse esposti, tutti noi, all’urgenza di segnare un “nuovo inizio”, sia per la vita di ogni istituzione – immettendo “nuova vita” dentro le istituzioni, tutte le istituzioni –, sia per una “prassi politica” che abbia come fine di riscattare la vita impersonale di ciascuno, oltre le forme ristrette in cui appare rinchiudersi o rinsecchire quel residuo di “potere istituzionale” contemporaneo?

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