Casa Monteforte, sequestrate tre unità immobiliari. Ne manca ancora una?

La notizia è di tutto rilievo. Probabilmente apprezzata in pieno soprattutto da chi ha seguito la vicenda da anni e da chi ha fatto la segnalazione da cui è dipeso il sopralluogo della Polizia Municipale del luglio 2019, nel corso del quale sono stati accertati lavori edilizi non autorizzati: il nostro giornale e il Coordinamento Politico di Casa Rossa.

Il sequestro giudiziario disposto dal giudice Vincenzo Cefalo delle tre unità immobiliari al civico 20 di via Picherali, Palazzo Monteforte, è stato motivato dal cosiddetto “periculum in mora”, dal rischio cioè che “la parte resistente (il privato, ndr) pregiudichi l’attuazione del diritto controverso ponendo in essere trasformazioni edilizie, come si evince da verbali di contestazione della Polizia Municipale”. Secondo il dottor Cefalo, così come rilevato nell’ordinanza di sequestro, la corposa documentazione testamentaria prodotta dall’avvocato Sebastiano Leone, legale dell’Amministrazione Comunale, proverebbe “ad un sommario esame proprio di questa fase cautelare, la proprietà comunale degli immobili e la destinazione degli stessi al demanio comunale”, e da qui la nomina del sindaco Francesco Italia quale custode giudiziario.

Un primo significativo passo verso il ripristino della legalità (in attesa, però, dell’esito dell’intero procedimento: la prima udienza nel merito sarà ad aprile) per il quale ha espresso grande soddisfazione il primo cittadino e, insieme a lui, l’assessore Rita Gentile, la vera artefice di quanto fin qui positivamente accaduto perché, diversamente dal totale disinteresse del passato, è stata pronta, lei sì, ad accogliere le segnalazioni fatte da noi e Casa Rossa. Un risultato dovuto anche alla grande professionalità del legale incaricato, l’avvocato Sebastiano Leone, sempre impegnato con coerenza nella tutela del superiore interesse della città.  

È stato un percorso comunque lungo, troppo lungo. Il nostro giornale dal 2007 ha iniziato a segnalare quanto di poco chiaro, di oscuro, accadeva, ed era accaduto, a Palazzo Monteforte, in particolare al civico 20. La sottrazione lenta e sistematica di una proprietà che – è questo il nostro inossidabile convincimento – era per intero parte del lascito testamentario della nobildonna Maria, proprio come queste particelle contese per le quali la difesa del privato si è rifugiata nell’eccezione di usucapione. In sostanza il privato, non disponendo di validi argomenti e in particolare di idonea documentazione, ha eccepito di essersi comportato di fatto come proprietario per oltre vent’anni, con ciò implicitamente confermando di essersi impossessato di beni pubblici sui quali non poteva vantare alcun diritto.

Ma a noi qualcosa continua a non tornare. E non vogliamo ribadire, come in altri articoli, quale sarebbe l’interesse della città nel conoscere per quali vie, vendita o indebita appropriazione, si sia acquisita nel tempo la proprietà degli appartamenti del civico 20. Lo abbiamo detto più volte: sarebbe certo un atto dovuto per ristabilire la verità, in un senso o nell’altro, di una storia non edificante per le Giunte che hanno “amministrato” questa città nel tempo con scarsa attenzione per i beni comuni, e non è questo purtroppo l’unico caso, ma non consentirebbe, crediamo, di tornare in possesso dell’intero immobile per una serie di motivi che qui non ripeteremo. Ciò che ora a noi non torna del tutto è l’identificazione delle particelle così come emersa nella controversia in corso.

Con il sequestro giudiziario disposto il 10 marzo scorso sono state affidate al sindaco tre unità immobiliari di diversa ampiezza, al primo, secondo e terzo piano. Ma, in base alla lettura dei pochi documenti che abbiamo potuto visionare, a nostro avviso, la situazione è questa.

L’unità immobiliare del terzo piano (individuata in Catasto al foglio 167, particella 5541, sub. 46, ora sub. 70 – ex fg. 173, part. 637, sub. 9), a quanto si sa trasformato in un panoramico mini appartamento di circa 40 mq, costituiva in realtà una pertinenza (un locale tecnico o una lavanderia) dell’appartamento al secondo piano del civico 12, e quindi non rientra tra le tre unità immobiliari del civico 20 registrate nell’Inventario dei beni immobili del Comune. D’altra parte, come afferma Annamaria Monteforte, lontana parente della nobildonna Maria, il palazzetto che era appartenuto ad Ignazio, fratello di Maria, non ha mai avuto un terzo piano ma, oltre al piano nobiliare, il primo, solo un secondo, con soffitti più bassi, riservato alla servitù. 

Ma se ciò è corretto, se quindi escludiamo la particella al terzo piano, che fine ha fatto la terza particella dell’inventario? Nell’Inventario redatto il 31-12-2014, troviamo due schede relative al lascito Monteforte: la 132 e la 152.

Scheda n. 132 Casa Monteforte

 

Scheda n. 152   Tre mini appartamenti

 

Come si vede, le tre particelle del foglio 73 della scheda 132 diventano due nella 152. Che fine ha fatto la particella 640/5 già nel 2014? 

La stessa Amministrazione Comunale nel 2011 provò a vendere tali immobili quasi non appartenessero al lascito della Monteforte. “Tre immobili: … quello a piano terra di 25 mq, un secondo che si affaccia su piazza San Rocco (nell’ordinanza di sequestro in Catasto, al foglio 167, particella 5541, sub. 53 – ex fg. 173, part. 640, sub. 4) e un monolocale da cui si ammira una vista mozzafiato sul Porto grande (in Catasto, al foglio 167, particella 5541, sub. 56 – ex fg. 173, part. 640, sub. 6). Questi ultimi due sono stati parzialmente ristrutturati a spese del Comune, ma necessitano comunque di interventi di rilievo”, così in articoli del tempo.  

Per l’appartamento nient’affatto insignificante del secondo piano – l’estensione è di circa 80 mq – “con finestra su piazzetta San Rocco” e le altre quattro su via Picherali, venne anche quantificato il valore: – “Dopo una breve pausa, per armonizzare le conclusioni presentate separatamente dalle tre commissioni, l’assise ha votato sui singoli beni decidendo di non mettere in vendita l’ex mercato ittico e l’ex mattatoio di via Macello e di vendere, ma a un prezzo maggiore, rispetto a quello proposto dall’amministrazione, l’appartamento di via Picherale a 450 mila euro” (17 settembre 2011). L’intervento di alcuni, tra cui l’indimenticabile Ettore Di Giovanni, sventò il progetto – “Quanto al provvedimento sulle alienazioni, la novità più importate riguarda l’esclusione dalla vendita di villa Incorvaia e dell’appartamento di via Picherali frutto del lascito Monteforte” (2012). E che i conti non tornassero comunque con quello che doveva essere l’edificio nella sua integrità lo scrisse Turi Formica, ex sindaco, che si interrogò, e interrogò inutilmente l’Amministrazione, anche sui lavori di ristrutturazione fatti a spese del Comune stesso” – così abbiamo scritto in un nostro precedente articolo.

E dunque, tra le unità che si sono salvate dal probabile scempio degli anni Settanta, registrate per anni nell’inventario dei beni immobili del Comune, sarebbe scomparso il locale a piano terra di 25 mq, forse illecitamente venduto. Ma sulla particella sub 5 sarà necessario tornare. 

Falsi misteri comunque, perché a nostro avviso, ove davvero lo si volesse una volta per tutte, non sarebbe così difficile dare risposte definitive.

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