Fino a poche settimane fa veniva invocato dal senatore Renzi il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) come una priorità di fronte al collasso del sistema sanitario. Oggi nessuno l’implora più. Tutti i politici sapevano che ricorrere a tale prestito avrebbe portato a grandi sacrifici in quanto non avrebbe effettivamente aumentato le spese sanitarie (dichiarazione di Gualtieri) né avrebbe fornito un risparmio, trascurabile in termini di interessi, davanti a un prezzo ben più salato di un rigido dispositivo di controllo e disciplina sui conti pubblici per gli anni a venire. Per raccogliere queste somme il Governo Conte è ricorso all’opportunità di finanziarsi con l’emissione di titoli di stato, in questo periodo a tassi bassi; situazione molto più conveniente.
Poi, alla comparsa di Draghi, la parola MES è scomparsa. Il ricorso a questo meccanismo di controllo pervasivo e soffocante sui conti pubblici è stato già applicato in Grecia con i danni che conosciamo. Lì si diede dapprima ossigeno, poi forti dosi di rigore e nessuna pietà da parte dei vertici europei per come vivevano e morivano i greci, anzi le banche europee si mossero, come lupi, a comprare isole, porti e altro a prezzi di svendita. Oggi Draghi, per l’austerità di matrice europea, è il simbolo della sicurezza per i mercati.
Non è vero infatti che il suo insediamento ha portato lo spread ai minimi da cinque anni? Così le decisioni politiche di uno Stato dipendono dal mercato azionistico e finanziario, cioè dalla creazione dal nulla non dall’economia reale. È un sinonimo di democrazia? Oramai lo Stato italiano va sempre più configurandosi in un’azienda (si pensi al pareggio di bilancio immesso in costituzione) a cui l’UE richiede sempre meno sovranità per giungere poi all’essere una grande entità aziendale che deve padroneggiare per avere più efficienza. È una visione estrema di un futuro dispotico? Può esserlo. Però, se osserviamo la realtà sotto questa luce, le questioni e decisioni diventano più chiare. Intanto abbiamo da tempo una perdita di democrazia dovuta alla genuflessione di quasi tutta la politica legata alle lobby finanziarie straniere. Poi, sarà il nuovo presidente del consiglio che metterà per iscritto come accedere alle risorse del Recovery Fund. Esse saranno concesse solo in cambio dell’adozione di misure atte a ‘correggere il disavanzo eccessivo’ come predisposto dai vertici dell’UE.
![]()
Draghi ha chiarito nella presentazione del governo al parlamento che si deve rimanere nel solco dell’euro, che l’euro è irreversibile, che si dovrà cedere ulteriore sovranità, che il governo non deve sprecare soldi per sostenere aziende destinate al fallimento (pensiamo alle centinaia di migliaia di negozi e di esercizi pubblici messi in ginocchio dalla pandemia), e infine che si dovrà favorire lo spostamento di lavoratori, formati, verso le imprese virtuose specialmente per raggiungere gli obiettivi di next generation.
Ma chi deciderà tutto ciò? Draghi l’ha dichiarato a dicembre al gruppo dei 30 (un’organizzazione internazionale di finanzieri e accademici che si occupa di approfondire questioni economiche e finanziarie): solo le banche conoscono i loro clienti e, con la solita logica iperliberista, ha affermato che il mercato deve essere lasciato libero di agire; esso è più efficiente del settore pubblico.
Lo sanno tutti: è una storica falsità. Per cui chi decide l’intervento dello Stato? Sempre i banchieri. Così per un’impresa che fallisce per via del covid è logico che lo Stato-azienda non deve aiutarla. Inoltre, il banchiere Draghi ha dichiarato sempre al G30 di dicembre: i governi, non aiutando le aziende destinate al fallimento, sbloccheranno i licenziamenti (in scadenza a marzo) e la cassa integrazione, perché sarà sempre il mercato a provvedere all’ “efficiente” allocazione di risorse.
Il significato è chiaro: ricchi più ricchi e poveri sempre più poveri. Tutti subordinato al falso principio regolatore del mercato. È una visione eticamente esecrabile maggiormente in periodo covid. Eppure, tale concezione va avanti in parlamento da anni; è così che si accettano governi di banchieri, prima Monti espressione della finanza, adesso quella di un grande banchiere.
Nessuno pensa alla Costituzione e se ciò è il contrario. Difatti, la Carta enuncia obiettivi di progresso economico, sociale, culturale e umano. Inoltre, sempre con questa visione, si scoprono come verranno date le risorse del recovery, chi gestirà la grande somma, quali saranno a fondo perduto, ecc. Nessuno (mass-media, forze politiche) ha evidenziato che l’UE l’ha già scritto.
I documenti dichiarano che è il parlamento europeo a fissare i criteri di ripartizione delle risorse a fondo perduto del Recovery Plan. “Dovranno essere destinate maggiori risorse a quei territori con più residenti, con maggiore disoccupazione e prodotto interno lordo inferiore”. Così l’Italia nel settennio 2021/2027, a causa della Brexit e dei rebates strappati dai Paesi centrali, oltre ai contributi che versa tra EFSF, ecc. e versamenti per circa 140 miliardi di euro alla UE e vari, al netto riceverà una somma abbastanza esigua (circa 10 miliardi). Quelli sì, davvero a fondo perduto. Ecco la vera pioggia di miliardi.
Inoltre, l’erogazione dei fondi potrà essere interrotta in qualsiasi momento se non verranno rispettati i folli criteri del patto di stabilità e crescita, solo temporaneamente sospeso e che tornerà presto in vigore. Qualcuno avvertiva: il Recovery Fund altro non è che un MES mascherato, con pesantissime condizioni ex ante (deciderà la UE come dovremo spendere quei soldi che però sono i nostri) e ciò è stato dimostrato. Inoltre, i criteri Ue affermano che il governo dovrebbe investire al Nord Italia il 21,20% (13,8 miliardi dei 65,4 a fondo perduto previsti dal Piano nazionale ripresa e resilienza; il 12,81% (8,38 miliardi) al Centro e il 65,99% (43,17 miliardi) al Sud, ben oltre, quindi, il 34% previsto dal piano dell’Esecutivo nazionale. Anziché i 22,23 miliardi che si vogliono dare al Mezzogiorno. Dichiara la senatrice Paola Nugnes: se non ci fosse stato questo grande disagio economico al Sud, causato dalle politiche a favore del Nord, all’Italia sarebbero spettati un totale di 75 miliardi.
![]()
Ma questa ripartizione sarà rispettata con i grandi interessi del nord al governo? C’è una compagine governativa in totale maggioranza del nord. Ricapitolando: davanti a questa esigua somma al netto proveniente dall’UE le spese che ha sostenuto il Paese nei primi dodici mesi di pandemia sono da paura. Il governo ha immesso circa 165 miliardi, 108 nel 2020 a cui si aggiungono i 32 miliardi dell’ultimo Decreto Ristori e 24 miliardi della Legge di Bilancio 2021. Una cifra che si è comunque rivelata insufficiente per fronteggiare la crisi sanitaria, economica e sociale (400.000 lavoratori hanno perso il posto, settori economici entrati in crisi e scuole chiuse). È chiaro: finora il danno maggiore è stato al Sud e così continuerà con una spesa pubblica sempre in diminuzione perché in parte stornata al centro-nord. Nonostante ciò, il governatore Musumeci è compiaciuto d’essere vicino alla Lega, non ricorda che Salvini nel primo governo Conte tagliò le quote tonno per la Sicilia facendo chiudere l’ultima tonnara rimasta di Trapani, ma non diminuendo le quote latte al Nord con il pagamento dello Stato (tutti noi) dell’infrazione europea. Avvertono gli economisti che se non ci sarà una forza politica che bloccherà gli interessi egoistici e senza senso del Centro-Nord, l’allargamento pericoloso fra le due Italie porterà al trascinamento anche dello stesso centro-nord. Qui in zona industriale c’è una grande opportunità: quella d’investire per le bonifiche che porteranno occupazione e ulteriore venuta di capitali di cui si potrebbe avvantaggiare il nord. Eppure, davanti alle nuove opportunità, Musumeci presenta non un programma, ma delle fumose idee scritte su un pezzo di carta su improponibili investimenti come il Ponte sullo Stretto, un non meglio identificato porto Hub del Mediterraneo, un aeroporto intercontinentale del Mediterraneo al centro Sicilia, un piano di potenziamento della rete viaria siciliana. È un insieme vago e improvvisato mentre le pretese del Centro-Nord sono sistematiche e organizzate. La conclusione è sempre la stessa: Siracusa come tutta l’isola esprime il peggio della classe politica affaristica e incompetente. Inoltre, né mezzi d’informazione, né opinionisti neppure intellettuali si presentano, fanno pressione verso politici. Sono pochi quelli che denunciano in maniera forte, decisa e continua questa situazione. Un domani si potrà affermare che il covid mutò la società siracusana fortemente in negativo?

Commenti recenti