E’ indubbio che il varo del governo Draghi rappresenti una sconfitta per l’intera classe politica italiana ovvero che esso abbia certificato l’incapacità del nostro sistema politico a essere all’altezza dei bisogni del Paese. Si è visto con chiarezza come esso sia ancora ingabbiato in una visione della realtà non più attuale, cristallizzato in reticoli sempre più intricati, costituiti da equilibri interni di potere spesso legati alle fortune dei singoli o dei gruppi di interesse che li sostengono. Ciò determina l’incapacità di saper raccogliere l’ansia e la necessità di un reale cambiamento espresso, sia pure contraddittoriamente e in modo confuso dall’elettorato italiano che ancora partecipa alle elezioni (prima col voto plebiscitario a Berlusconi, poi con quello a Renzi e infine ai 5 stelle, cioè a chiunque sembrasse in grado di poter generare una rivoluzione nel mondo politico e nei suoi riti).
Nonostante questi segnali inequivoci, le forze politiche in campo hanno continuato a gingillarsi tra congiure di palazzo e ribaltoni più o meno comprensibili dal cittadino comune. Come se ciò non bastasse, sempre più spesso vengono chiamati al governo del Paese figure per lo più inconsistenti sul piano politico e professionale, che conseguentemente determinano incapacità operative nel Sistema amministrativo con leggi sempre più confuse, complicate e inefficaci che umiliano l’intraprendenza operativa della società civile. Risultato: uno Stato sempre più ostile ai più e sempre meno efficiente, mentre al di fuori dei nostri confini si sviluppano cambiamenti epocali sempre meno comprensibili al nanismo della nostra politica. Fallita la rivoluzione pentastellata, ci siamo ritrovati con un parlamento fratturato in segmenti sempre meno governabili e sempre meno affidabili. Da qui di fronte ad una opportunità, mai avvenuta, rappresentata dalla svolta europea finalmente solidale, ci siamo posti nella solita ottica tentando di ripercorrere vecchie strade segnate dal clientelismo e dagli interessi di gruppi sempre più ristretti; il tutto al di fuori di una visione globale che richiede una radicale trasformazione di una macchia arrugginita e priva di attributi che utilizzi al meglio l’energia che la vicenda pandemica ha permesso di mettere a disposizione per cambiare passo. L’iniziativa del Presidente Mattarella, di fronte all’incapacità della politica di fare sintesi, si sta rivelando provvidenziale costringendo tutti a un passo indietro, anche se la vicenda dei sottosegretari rivela tentative di rivalsa. La messa in campo di uno specialista apprezzato per le sue qualità professionali e politiche (dove il termine “politiche” è utilizzato nel senso proprio del termine e non nella accezione che tutti consideriamo) ha già determinato fatti e non parole. I mercati finanziari hanno già, rapidamente, registrato il cambio di reputazione del governo, determinando l’immediato miglioramento delle aspettative degli investitori finanziari sulla sostenibilità del debito pubblico italiano e, più in generale, sulle prospettive di crescita del Paese. Il dato è rilevabile nell’abbassamento del famoso spread che è l’indice che misura questa valutazione. Poi nella stampa nazionale ed estera, nei partner internazionali e, in una certa misura, nel paese, si registra una grossa apertura di credito all’operazione. È un fatto che la percezione di inadeguatezza dell’azione di rafforzamento delle strutture sanitarie registrata nel corso della pandemia abbia amplificato l’incertezza che già gravava sulla capacità del governo di aggredire la crisi economica conseguente. È stato, quindi, chiaro a tutti che l’uso ottimale dei fondi europei avrebbe potuto essere lo strumento della svolta. È cresciuta parimenti la consapevolezza che, sulla qualità dei progetti di riforma e di investimento pubblico, si sarebbe giocato tutto. La domanda conseguente è stata se la vecchia compagine di governo con ottimi professionisti, mischiati a gente senza arte né parte, sarebbe stata all’altezza del compito e, ancora, se dopo aver fatto le scelte esse si sarebbero mantenute fino a raggiungere gli obiettivi prefissati oppure con i cambi di governo a ripetizione a cui ormai siamo abituati, i nuovi arrivati avrebbero disfatto, quanto fatto precedentemente.
L’incertezza sulla capacità del governo di varare piani di investimento e riforme adeguati con l’utilizzo dei fondi europei ha rischiato di neutralizzarne in misura crescente l’effetto positivo sulle aspettative che essi avevano generato, lo si è visto chiaramente strada facendo. La “reputazione” che il governo nascente porta in sé fa sperare che esso sia in grado di redigere un Piano nazionale di ripresa e resilienza che risponda sia alle regole europee sia all’interesse dell’economia e della società italiana; inoltre, cosa non secondaria, va rilevato che, poiché il piano che sarà varato dovrà essere realizzato in gran parte nella prossima legislatura, cioè da governi che usciranno dalle prossime elezioni, la partecipazione della stragrande maggioranza delle forze politiche del paese alla sua formazione lo renderà credibile anche nella definizione e nella collocazione delle strutture che verranno attivate per la sua realizzazione. Ovvero, una volta varato, esso sarà attuato nel tempo, qualunque sarà il risultato delle future elezioni, il che contribuisce a renderlo certo ed affidabile per chiunque interno ed estero voglia investire nel paese. Inoltre chi meglio di Draghi, in questo momento, potrà rappresentare il paese e le sue esigenze nel dibattito aperto per il futuro dell’Europa nel negoziato sul cambiamento delle regole del Patto di stabilità e crescita europeo e nelle altre riforme europee in discussione come quella sul fisco e sul sistema bancario? E come trascurare che nella presidenza di turno del G20, il nuovo governo di unità nazionale potrà esaltare un ritrovato ruolo internazionale dell’Italia in una fase caratterizzata dal cambiamento dell’amministrazione americana e sulle nuove politiche di convivenza in un’economia globale che si imporrà per uscire dalla pandemia? Infine, senza lasciarsi condizionare dalla propria posizione politica e senza pregiudizi, va riconosciuto che, nella sostanza (senza soffermarsi molto sui soliti noti, che piaccia o no sono stati eletti dal popolo italiano), il profilo del nuovo esecutivo contiene un buon gruppo dei “migliori” esprimibili dai partiti in questa fase storica;… non ci resta che sperare e confidare che l’economia reale, che riflette con più lentezza il mutamento delle aspettative di famiglie e imprese, tragga da questa apertura di credito fiducia e giovamento facilitando l’atteso rimbalzo economico post-pandemia

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