Il villaggio per i lavoratori stagionali a Cassibile, lotta al caporalato, rispetto dei contratti. Intervista a Domenico Bellinvia della Flai Cgil

Nel settore agricolo della provincia di Siracusa annualmente vengono dedicati alla coltivazione di patate dai 1000 ai 1500 ettari, di cui circa 600/700 nel territorio pianeggiante della frazione di Cassibile. La raccolta avviene fra marzo e maggio, ed è un lavoro molto pesante e faticoso svolto, mediamente, dai 4mila ai 5mila braccianti: il 30% costituito da italiani e il restante 70% da migranti. È importante evidenziare che la maggior parte di questi ultimi nel tempo è diventata stanziale, nel senso che abita tutto l’anno a Cassibile e nei comuni vicini. In particolare sono più di un migliaio le persone di provenienza extracomunitaria stabilitesi nella frazione siracusana; interi nuclei famigliari che hanno preso la residenza contribuendo in modo significativo all’aumento demografico della località che, attualmente, conta quasi seimila abitanti.

“E’ gente che vive in case in affitto, qualcuno in abitazioni di proprietà, che manda i figli a scuola, che concorre all’economia del luogo, che è ben vista dalla maggior parte della popolazione ‘indigena’. Insomma, Cassibile potrebbe tranquillamente rappresentare un esempio d’integrazione”. A sostenerlo – e fornirci i dati riportati – è Domenico Bellinvia, segretario generale provinciale della Flai, il sindacato di categoria della Cgil che organizza i lavoratori agricoli e quelli dell’industria di trasformazione alimentare.

 A fare però notizia – notiamo noi –  sono quasi esclusivamente le periodiche rimostranze di quella parte di cittadini che esprime insofferenza, soprattutto nei confronti dei migranti stagionali; i circa trecento braccianti che si fermano a Cassibile per qualche mese, costretti a vivere in pessime condizioni igieniche nella baraccopoli ogni anno allestita poco distante dal centro abitato. Una situazione senza dubbio di degrado finalmente affrontata col progetto di realizzare, entro il prossimo marzo, un piccolo villaggio dotato di 17 container-unità abitative e di 6 unità di servizi igienici, messi a disposizione dal ministero dell’Interno attraverso il coordinamento della Prefettura in collaborazione col Comune di Siracusa. L’amministrazione comunale mediante un finanziamento di 242mila euro sta provvedendo a dotare di strutture accessorie e riqualificare un’area di 15 mila metri quadrati che, oltre ad ospitare il villaggio, sarà a disposizione per esigenze di protezione civile. Ed ecco che contro la realizzazione del villaggio nell’area individuata, su iniziativa del solito gruppo politicamente vicino a “Fratelli d’Italia”, sono state raccolte 800 firme inviate al presidente della Regione e a quello della Repubblica.          

“I contrari sono una minoranza, anche se molto rumorosa, dei residenti” – commenta Domenico Bellinvia – “Hanno dichiarato che la petizione contro il villaggio è finalizzata a tutelare la dignità dei lavoratori che vengono a stare nella baraccopoli. Un’affermazione che per me non ha senso e suona ipocrita, in quanto lo scopo del villaggio è appunto quello di eliminare la baraccopoli. Così come è insensato dire che i migranti dovrebbero andare a piazzarsi nei territori dei comuni dove lavorano, non tenendo conto che queste persone quando arrivano ancora non sanno in quale zona e in quale azienda andranno a lavorare. Seguendo la stagionalità delle grandi raccolte nelle campagne del sud Italia, spostandosi principalmente tra Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, sono all’incirca 300/400 i migranti ‘nomadi’ che da qualche decennio hanno come punto di riferimento la frazione di Cassibile. Ed allora va detto – e ricordato pure a chi promuove certe raccolte di firme – che come prevede il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro le aziende dovrebbero provvedere a creare punti di ospitalità per i lavoratori stagionali che utilizzano. Ma stranamente si parla poco delle inadempienze e delle responsabilità delle aziende. E capita di constatare che, in mezzo a chi protesta contro i migranti, c’è persino qualcuno di coloro che li sfrutta a livello lavorativo”.

Al sindacato avete dei dati aggiornati sul numero e le proporzioni delle aziende che, nell’area rurale di Cassibile e nei territori vicini, impiegano braccianti stagionali? Qual è la percentuale di aziende che applicano il contratto di lavoro?

“In questo contesto parliamo di piccole e piccolissime aziende, conosciute nell’ambiente come tumminàri ossia piccoli proprietari di qualche ‘tùmminu’ di terreno (un tùmminu corrisponde a 1.744,2 m²) che ricorrono ai braccianti molte volte in nero. Nella piana di Cassibile possiamo quantificare in almeno 40/50 piccole e piccolissime aziende – che coltivano in media terreni di 10/15 tùmmina – quelle che più degli altri sfruttano i migranti nomadi. Raramente le grandi aziende utilizzano questi lavoratori; ma da Siracusa a Pachino possiamo contare poco più che sulle dita di una mano le aziende che rispettano per intero il contratto di lavoro. Per noi come sindacato, e devo dire anche per gli organi ispettivi, è complicato intervenire senza la denuncia del lavoratore. Denunce che non avvengono per paura di perdere l’occupazione. Senza dimenticare il diffuso sistema di buste paga nelle quali risultano meno giornate di lavoro di quelle effettivamente fatte, pertanto pagando meno il lavoro sulla base di accordi personali e non in base a quanto previsto dal contratto. Ma questa è un’altra storia”.

In tali rapporti di lavoro – che non riguardano solo il mondo dell’agricoltura – c’è una violazione di regole, di condizioni d’illegalità conosciute quanto consolidate. Da diversi anni è poi rispuntato, anzi si è diffuso estendendosi dalle campagne del sud a quelle del nord Italia, l’odioso fenomeno del caporalato. Che non si riesce a debellare nonostante leggi ad hoc e buoni propositi. Qual è la situazione a Cassibile?

“E’ un’altra ipocrisia, il caporalato non si combatte facendo la guerra ai lavoratori ma eliminando le cause che lo determinano. A Cassibile e in tutto il territorio provinciale, non solo ma soprattutto tra i migranti compresi quelli stanziali, il caporalato ha preso piede perché il reclutamento della manodopera è lasciato all’iniziativa privata. È per questo che i caporali hanno il potere di ricatto tra i lavoratori, e ciò avviene sotto diverse forme. L’azienda ha necessità di più lavoratori rispetto a quelli che regolarmente utilizza? Allora si rivolge al caporale, di solito un immigrato che conosce gli altri immigrati. Una volta contattato il lavoratore, il caporale gli dice dove deve farsi trovare; se il lavoratore arriva al lavoro con un mezzo di trasporto proprio viene invitato a non servirsene e a usare il mezzo messo a disposizione, a pagamento, dal caporale; se il lavoratore insiste ad andare al lavoro con il proprio mezzo di trasporto il caporale gli dice che non c’è più lavoro. Quindi per combattere veramente i caporali bisogna togliergli dalle mani l’intermediazione di manodopera e il trasporto, su cui lucrano a danno dei braccianti”.

Sono meccanismi noti. Cosa impedisce concretamente di passare ai fatti?

“Per noi del sindacato è complicato poter andare in Procura se i lavoratori non denunciano personalmente. E ciò non avviene per insicurezza, spesso legata alla mancanza di documenti in regola. Uno dei problemi principali per molti di loro sono infatti i tempi biblici delle pratiche per il rinnovo dei permessi di soggiorno. Non di rado, a causa della lentezza della burocrazia, le pratiche non sono state ancora espletate nel momento in cui la stagione li chiama per andare a raccogliere ortaggi o frutta altrove. Ed ammesso che ci siano imprenditori che vogliano assumerli, la mancanza di documenti in regola lo impedisce. Come Flai-Cgil da anni chiediamo il collocamento pubblico in agricoltura. Con l’entrata in vigore della legge 199 del 2016 a Siracusa era iniziata una discussione, la creazione di un tavolo in Prefettura con tutti i soggetti interessati per creare la cabina di regia della ‘Rete agricola di qualità’ presso l’Inps. Con il trasferimento dell’allora prefetto Romano che coordinava il tavolo tutto si è arenato, diversamente da Catania dove è stata costituita da poco. Contando anche su questo, da qualche settimana stiamo tentando di riprendere la problematica direttamente con il direttore dell’Inps di Siracusa. Far parte della Rete agricola di qualità porterebbe alle aziende vantaggi fiscali e contributivi, fermo restando che il requisito fondamentale per accedervi è il pieno rispetto dei contratti”.

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