Alessandro Franzò, 29 anni, è un medico impegnato sul territorio nell’emergenza Covid. Recentemente gli è stata riscontrata la positività al virus, un’esperienza diretta che gli abbiamo chiesto di raccontare certi che fosse interessante il suo nuovo punto di vista sulla malattia “vista da dentro”, su un contagio che spaventa fino a trasformarsi per molti in uno stato d’ansia continuo.
Come stai, Alessandro?
Fortunatamente bene. Ho avuto una forma lieve, come la stragrande maggioranza dei casi, circa l’80%. Solo qualche sintomo nei primi giorni, anche fastidioso, come i dolori diffusi che non mi hanno lasciato riposare bene e i classici sintomi influenzali (febbricola, naso che cola, mal di gola), ma sono migliorato sensibilmente ora dopo ora, sebbene la febbre abbia fatto capolino di tanto in tanto. Ripeto: sono stato fortunato, probabilmente aiutato dalla mia giovane età e da uno stile di vita abbastanza salutare. Pochi giorni prima di contagiarmi ho telefonato per condoglianze a tre famiglie che hanno perso i loro cari per il Covid e che avevo provato ad aiutare diverse settimane prima, così come ho avuto modo di seguire pazienti con forme molto gravi che l’hanno scampata per un pelo! Purtroppo il Covid non è uno scherzo, né un complotto planetario e il pericolo non è del tutto passato; sono abbastanza preoccupato per il periodo natalizio, se non si prendono le adeguate decisioni.
Da medico esperto, come ti sei curato?
Con i classici “rimedi della nonna”: riposo, bevande calde, mangiare leggero e una buona idratazione, arieggiando gli ambienti il più possibile per limitare la circolazione del virus e un paio di principi Galenici a cui sono particolarmente affezionato: “primum non nocere” e “il miglior medico è la natura, guarisce i due terzi dei casi e non parla male dei colleghi”, che si possono tradurre nel moderno “wait and see”, come riportato d’altronde da tutte le linee guida e indicazioni sul covid, ma non solo, e recentemente dall’AIFA (https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1269602/SOC_territoriale_09.12.2020.pdf/0f4896f4-1eac-32e2-bc26-5f5d279492b4).
Così mi sono regolato: ho preso solo un paracetamolo la seconda sera e niente più.
La mia concezione di natura come medico si limita a prodotti naturali, non di certo vitamine, integratori, pappe reali, lattoferrine o tutte le cose che sono circolate sul web in questi mesi. Purtroppo siamo convinti che la soluzione ai problemi sia sempre fuori di noi e che abbiamo bisogno di assumere qualcosa dall’esterno per risolvere i problemi di salute.
E il famoso Protocollo Covid?
Credo sia stata fatta molta confusione su questo. Le prime bozze redatte dalla Società di Malattie Infettive e Tropicali sono state diffuse a tal punto da far credere, nell’immaginario collettivo, che la cura a base di cortisonici, antibiotici ed eparine valga per tutti e in ogni fase della malattia.
Ho avuto modo di appurare in questi mesi un abuso delle classiche prescrizioni della vicina di casa, del tristemente celebre Dott. Google, ma anche di farmacisti e molti medici (MMG, di urgenza e finanche specialisti). Questi farmaci, importanti in determinate fasi della malattia, risulterebbero addirittura dannosi se presi precocemente, come dimostrano i primi studi clinici.
Vuoi spiegare perché?
I cortisonici bloccano la risposta del nostro sistema immunitario. Se questi vengono assunti precocemente, quando tentiamo di difenderci dal virus attraverso la febbre ed altri meccanismi, facciamo il classico autogol. Come rimarcato anche nelle ultime indicazioni dell’AIFA, i cortisonici andrebbero riservati in caso di peggioramenti clinici, quando insorgono sintomi respiratori e diminuisce la saturazione d’ossigeno.
Gli antibiotici andrebbero riservati nei casi di sovrinfezione batterica, il che non giustifica l’abuso che si sta verificando durante la pandemia da covid 19 anche di antibiotici non previsti dai protocolli terapeutici. Diversi studiosi, tra cui Ilaria Capua, hanno addirittura ipotizzato che la maglia nera dell’Italia riguardo all’antibiotico resistenza sia uno dei fattori che può aver contribuito non poco all’elevato tasso di letalità del covid rispetto agli altri Paesi. Sembra complicato, ma in fondo, è molto semplice, quantomeno sul già citato “non nocere”, sebbene la medicina non sia una scienza esatta. Purtroppo non abbiamo a disposizione farmaci che abbiano dimostrato di bloccare la progressione della malattia se assunti precocemente, ma solo alcune armi a disposizione in determinati contesti, spesso di sperimentazione clinica.
Anche gli anticorpi monoclonali, di cui si sente parlare, sono farmaci estremamente costosi e da riservare a condizioni particolari (magari non solo per i presidenti americani e i miliardari) e, di certo, non alla portata di tutti.
È per questo che ancora non ne siamo venuti a capo?
No, in realtà le armi principali sono in campo dall’inizio: distanziamento fisico, dispositivi di protezione individuale, isolamento dei casi sospetti e tracciamento. Magari sarebbe stato utile da parte della comunità scientifica dare pochi messaggi ma chiari. Sembra forse banale e persino scontato, ma credo fermamente che sono le armi migliori che abbiamo a disposizione e che avremmo dovuto sfruttare appieno, come dimostra anche il mio caso specifico.
A proposito, come ti sei contagiato?
Questo resta un piccolo mistero. Viene immediatamente da pensare al mio lavoro a rischio, ma lavoriamo in sicurezza, con tutti i presidi. Quando siamo a contatto con i pazienti covid, si è sempre in due per controllarsi a vicenda e per fortuna nessuno dei miei colleghi si è contagiato ad oggi. Anche i miei contatti stretti che sono stati sottoposti ai tamponi di controllo sono risultati tutti negativi. Ho allargato un po’ le maglie del tracciamento, senza fare le catene su whatsapp o post su facebook (del tipo “chi è stato a contatto con me chiami questo o quello”), chiedendo alle poche persone che avevo incontrato di sottoporsi al tampone e anche loro sono risultate negative. Solo poche persone, comunque non contatti stretti, non hanno voluto sottoporsi volontariamente al tampone, cullati dal fatto che gli altri fossero tutti negativi, e facendomi un po’ riflettere su questo rapporto ambiguo e ossessivo, nel bene e nel male, che abbiamo sviluppato con i tamponi.
In sostanza dai miei tamponi positivi, di cui il primo per dei sintomi sfumati, sono scaturiti una cinquantina di tamponi, tutti negativi, tranne il mio per ora, sollevandomi dal timore di essere un untore e di aver dato seguito alla catena del contagio.
Da qui l’importanza dei principi che citavo prima (isolamento ai primi sintomi sospetti, distanziamento, dpi e tracciamento), che rendono ad oggi la mia storia a lieto fine, sebbene potesse assumere dimensioni e gravità ben più preoccupanti.ù
Ti senti quindi un privilegiato?
Sì decisamente. E soprattutto per la fortuna di essermi potuto isolare immediatamente e in sicurezza in un ambiente salubre e riservato a me, di non aver rischiato il posto di lavoro, così come i miei contatti, di potermi permettere il lusso di rifiutare le numerosissime richieste di aiuto e supporto di amici, parenti e colleghi che mi sono stati vicini in questo periodo, cose che purtroppo ho appurato non tanto comuni per i diversi malati di covid in isolamento domiciliare.
Non credo invece di essere stato privilegiato più di tanto in quanto medico: è chiaro che fare parte di un sistema abbia dei benefici in merito all’accesso a tutto il necessario, comprese alcune informazioni che erano già in mio possesso. Se avessi rispettato le tempistiche normali (quarto giorno di febbre per il primo tampone), con attivazione del MMG, magari sarei negativo al primo tampone di controllo che, temo, sarà ancora positivo. Dimentichiamo spesso che la natura e comunque gran parte delle cose sotto questo cielo hanno delle tempistiche che dovremmo rispettare il più possibile, in quanto indipendenti dalla nostra volontà e necessità.
E se è vero che i miei colleghi del dipartimento di prevenzione mi hanno notificato l’isolamento alle 21 e 30 di sera, non vi è dubbio che non erano lì solo per me, dato che lavorano incessantemente ogni giorno per tutti i cittadini, fino a tarda sera.
Così come è chiaro che abbiamo fatto in pochi minuti il tracciamento dei contatti, che avevo ben chiaro a mente lucida, dato che non mi sono lasciato prendere dal panico al riscontro della positività. Credo sia più questo il problema del tracciamento non precisissimo, che d’altronde è un’autocertificazione, una volta spiegato il concetto di contatto stretto durante l’indagine epidemiologica. Mi è capitato di ascoltare dai pazienti che avevano dimenticato di segnalare i bambini che andavano a scuola o i commensali di un pranzo al chiuso, ma capite bene che in certi momenti si è poco lucidi e ricordare per quanto tempo si è incontrata un’altra persona e se entrambi indossassero la mascherina può essere complicato.
Però capisco bene le difficoltà di chi si approccia per la prima volta ad un sistema sicuramente imperfetto e perfettibile, con gli operatori sanitari oberati di lavoro che spesso ricevono decine di mail e telefonate per la stessa segnalazione (paziente, medico, amico, parente, solleciti vari). Anche a me è capitato che il saturimetro segnasse valori non compatibili con la vita per la cause più comuni (mani fredde, batterie scariche), ma capisco bene che leggere certi valori possa allarmare un paziente.
Ti vaccinerai quando si potrà?
Se avrò la possibilità, certamente e senza alcuna remora. Non è chiaro se chi ha contratto l’infezione avrà accesso alla prima tranche di vaccinazioni, così come non so ancora se ho sviluppato anticorpi neutralizzanti. Sicuramente donerò il mio plasma, con la speranza che sia quantomeno immune, in modo da sapere se ho sviluppato questi anticorpi protettivi e contribuire alla sperimentazione.
Cosa farai quando ti negativizzerai e potrai tornare “alla normalità”?
Sicuramente godrò delle bellezze della nostra terra meravigliosa e maledetta allo stesso tempo. L’aria aperta e l’attività motoria sono le cose che mi mancano di più.
Riprenderò immediatamente a fare la raccolta differenziata e ad applicare i principi dei rifiuti zero e dell’economia circolare, cosa che mi sta mancando terribilmente in questo periodo, in cui sono costretto a mettere tutto in due sacchi indifferenziati. Durante la prima ondata e i lockdown generalizzati la natura ha ripreso buona parte degli spazi che le avevamo sottratto, ma purtroppo il “lascito” dei necessari dispositivi di protezione individuale è molto pesante nel già fragile ecosistema.

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