È ormai cronaca quotidiana la polemica tra lo Stato e alcune Regioni su tanti temi, polemiche che, di fatto, danno conto del fatto che, al di là delle chiacchiere, nonostante le risorse economiche siano disponibili, i drammi principali del nostro paese non trovano soluzione.
Alle difficoltà generate da una burocrazia inefficiente e paurosa si sommano i tentativi di imbrogliare le carte attribuendo al proprio avversario le responsabilità delle proprie inefficienze.
Ormai lo sport principale è diventato la denuncia delle cose che non vanno: giornalisti e politici si rincorrono nell’alzare ogni giorno di più le asticelle della polemica, senza risposte operative che superino le constatazioni di fatto, vere o presunte. In questo gioco al massacro, paradossalmente, si distinguono, per faccia tosta e assenza di ritegno, i principali responsabili delle stesse, in un gioco a scaricabarile di cui i cittadini capiscono poco o si orientano sulla base delle proprie appartenenze politiche, il che consente ai più di farla franca o di passare per vittime.
Scandaloso è quello che stiamo vivendo nel corso della pandemia in atto: ogni giorno assistiamo da parte di taluni a una pletora di dichiarazioni i cui contenuti sono spesso opposti a quelle fatte anche solo qualche tempo prima, se non qualche ora prima. Così assistiamo alle pantomime di chi negava l’esistenza del problema, lamentando addirittura la negazione delle libertà costituzionali o alle cialtronerie sgarbiane che è sempre sui giornali in indecenti provocazioni protetto dalla immunità parlamentare.
Bisogna ammettere che la scelta effettuata negli anni passati, anche dal centro-sinistra, di rincorrere la Lega sul terreno dell’autonomia sfrenata, ovvero del trasferimento di molti poteri statali, anche strategici, alle Regioni si è rivelata una scelta sbagliata. Scelta che va subito corretta almeno nel campo della sanità, dell’istruzione e delle opere pubbliche essenziali per lo sviluppo del paese.
Oltre a ciò cui stiamo assistendo nel campo della sanità, dove i governatori giocano indecenti partite politiche sulla pelle dei cittadini, abbiamo rischiato grosso nel settore dell’istruzione dove solo la caduta del governo Conte 1 ha impedito la creazione di tanti sistemi scolastici.
La cartina di tornasole di questi errori è data da quanto emerge dall’uso, o meglio, dal mancato uso, delle risorse disponibili nel campo della lotta al dissesto idrogeologico del nostro Paese. Le leggi sanatoria promosse da alcune Regioni e dallo stesso governo Conte 1 e la mancata azione in difesa del territorio ne sono la prova più eclatante.
Dei 5.890 milioni di euro messi a disposizione degli interventi per il dissesto idrogeologico dagli accordi di programma dal 2010 in avanti, le Regioni hanno speso, a oggi, solo 1.531 milioni. Farraginosi meccanismi di approvazione, carenze di progettazione e lentezze nell’esecuzione degli interventi rallentano già il primo passaggio del percorso di spesa; il che si rileva dalla dimensione degli accreditamenti dei suddetti fondi da parte del Ministero dell’Ambiente, accreditamento che avviene solo quando vengono presentati progetti o quando i lavori sono avviati.
Anche i poteri di commissariamento straordinario affidati ai Presidenti delle Regioni dal 2015 non sembrano aver funzionato, al punto che oggi il governo li ha rafforzati con il DL semplificazioni; ciononostante i commissari straordinari hanno speso solo il 58% dei fondi accreditati sulle loro contabilità speciali, le percentuali diventano risibili se si fa riferimento a quelli disponibili dagli stanziamenti statali fermi nei cassetti.
Al di là delle polemiche che caratterizzano l’intervento statale nei momenti di gravi crisi (con morti e feriti) solo alcuni Governatori usano al meglio i poteri commissariali e accentrano gli interventi, mentre altri si limitano a girare le risorse e a scaricare sui Comuni le responsabilità dell’attuazione (spesso senza che i Comuni abbiano gli strumenti e le strutture tecniche per gestirli).
La relazione ministeriale pubblicata in questi giorni quale report sullo stato di fatto evidenzia che i commissari (cioè i Presidenti delle Regioni) dovrebbero “esercitare i loro poteri autorizzativi e sostitutivi per comprimere i tempi delle procedure anche in campo ambientale”, ma non lo fanno.
È di questi giorni, a riprova di quanto detto, la nota che la Ministra De Micheli ha inviato a Regioni, Province, Comuni, Provveditorati alle oo.pp., Anas e Rfi (ovvero alle principali stazioni appaltanti del Paese) sollecitandoli ad applicare il decreto semplificazioni, diventato legge a settembre, per accelerare sui cantieri, osservando che, pur essendoci le norme, si è restii ad applicarle col risultato di congelare fondi ed interventi.
Il problema diventerà drammatico con i miliardi del Recovery found quando la capacità di spesa segnerà il loro flusso e la loro dimensione
Il Ministero più in generale lamenta la mancanza di organici interventi che consentano di superare la frammentazione delle procedure soprattutto in materia di programmazione e accreditamento delle risorse; risorse che sono diverse per i vari tipi di strumento finanziario (ci sono, infatti, anche le risorse del Fondo Sviluppo Coesione largamente sottoutilizzato).
Questa realtà ha determinato un’ulteriore iniziativa legislativa – denominata «cantierAmbiente» – che il governo centrale sta mettendo a punto in questi giorni.
Fra le altre criticità c’è anche quella finanzia che nasce dal fatto che ci sono 2.940 milioni di euro appostati su annualità comprese fra il 2021 e i1 2033 bloccati. Questa situazione non può durare a lungo! Bisogna rivedere le norme sui decentramenti limitandole a quelle utili ed opportune: ancora una volta, purtroppo, bisogna ammettere che il referendum bocciato nel 2016 ci avrebbe aiutato parecchio in termini di modernizzazione dello stato, di efficienza operativa e avrebbe ridotto lo spazio a chi della cialtroneria e delle fake news ha fatto arma di lotta politica.
|

Commenti recenti