La “seconda ondata”, che a molti sembrava solo un obsoleto riferimento alle epidemie del passato o una metafora fine a se stessa o un rituale esorcistico evocato solo per addomesticare la realtà o impaurire i più riottosi e costringerli ad adeguarsi alle norme della prevenzione, quella spudoratamente negata da superesperti specializzati nel presentare all’opinione pubblica una realtà di comodo edulcorata e ostinatamente contraria a tutte le evidenze reali, la seconda ondata è arrivata da tempo e, come molti di noi temevano, ci ha travolti.
Probabilmente la metafora stessa dell’ondata ha contribuito a indurre in errore molti perché le riesacerbazioni epidemiche fanno parte strutturalmente e intrinsecamente del percorso di una Pandemia e sono la sostanza stessa della Pandemia. Ci sarebbe molto da dire sul perché questo sia successo ma questo contributo non è finalizzato ad analizzare l’esegesi dell’ondata e tutte le ragioni che l’hanno prodotta, gli errori degli esperti, quelli delle istituzioni e quelli della società civile, bensì ad analizzare gli strumenti, le strutture sanitarie, le procedure, gli aspetti organizzativi che specialmente a livello regionale e provinciale sono stati messi in campo e a verificarne il reale grado di efficienza.
Il Testing e il Contact Tracing. Sia a livello regionale che provinciale sono due punti molto deboli della lotta al Covid-19. È vero che nelle ultime settimane in Sicilia ha avuto inizio una campagna di test effettuati secondo la metodologia del Drive-in basata sulla effettuazione di test antigenici rapidi su popolazioni “target” che vengono di volta in volta individuate (studenti, familiari di studenti, personale scolastico, forze dell’ordine ecc.) ma nel giorno in cui in Italia si è toccato il picco di 250.000 test la Sicilia ha prodotto il suo risultato migliore con poco più di 10.000 test. La popolazione siciliana rappresenta però il 9% di quella italiana e pertanto dovrebbe essere sottoposta al 9% dei test: circa 22.500. Siamo drammaticamente al di sotto di questa soglia e restiamo ampiamente sotto il 50% dei test che dovremmo effettuare.
Tutti i dati mostrano in modo inesorabile che più testing significa più diagnosi e più possibilità di isolamento e di ricerca di contatti. Il recente accordo firmato a livello regionale per fare espletare una parte dei test antigenici rapidi ai medici di medicina generale rappresenta un tentativo di affidare alla medicina generale, già oberata da mille incombenze, una funzione che evidentemente le ASP non sono in grado di svolgere.
È vero che è un momento straordinario e forse unico che impone a tutti un contributo speciale ma molti ostacoli a partire dalla reale capacità delle ASP di rifornire i medici di medicina generale di DPI fanno dubitare della buona riuscita dell’operazione. E poi rimane l’ostacolo oggettivo rappresentato dall’organizzazione della medicina generale che da anni si progetta come lavoro di gruppo con strutture comuni e multifunzionali, dotate di personale di supporto, e invece rimane ancora lavoro di singoli medici che operano da soli in isolati ambulatori periferici.
Riguardo al Contact Tracing per onestà dirò che è fallito in tutto il Paese e non solo in Sicilia e a Siracusa per mancanza di uomini, strutture e anche cultura epidemiologica.
La Rete Ospedaliera. Quella siciliana è certamente più debole di quella di molte regioni del Centro-Nord Italia, ma esistono strutture ospedaliere importanti a Catania, Palermo e Messina che sono entrate in crisi ugualmente perché esposte a eccessiva pressione e richieste di prestazioni.
Il governo regionale è apparso in netto ritardo nel definire il programma di posti letto richiesto dalla nuova realtà epidemiologica che mostra la Sicilia essere l’ottava regione italiana per numero di infetti. Il programma prevede che solo al 30 Novembre la Regione Sicilia dovrebbe disporre di 420 letti di terapia intensiva esclusivamente dedicati a pazienti Covid, 2.800 letti per ricoveri ordinari e 800 letti di Covid hotel per malati più lievi, dimessi dai Covid Center o isolati per impossibilità di realizzare in sicurezza l’isolamento domiciliare. Tuttavia le previsioni shock formulate al Civico di Palermo dal giovane Data Manager Giuseppe Natoli ipotizzano che intorno all’8 Dicembre in Sicilia potrebbero esserci 3.300 pazienti da ricoverare e 470 pazienti intubati in terapia intensiva.
È chiaro pertanto che la Sicilia è in netto ritardo e i vertici politici e i direttori generali che ne sono l’emanazione devono essere in grado di passare rapidamente ai fatti e non limitarsi alle promesse se si vuole evitare una vera e propria tragedia dell’assistenza Covid in Sicilia.
La rete ospedaliera di Siracusa, com’è ampiamente noto, è fra le più deboli di Sicilia. Scarso numero di letti di terapia intensiva e una delle più basse dotazioni di posti letto dell’isola. Si aggiunga la mancanza di una cinquantina di primari i cui concorsi banditi nella calura dell’agosto 2019 e recentemente inopinatamente riaperti non sono stati effettuati. Si dirà per l’emergenza Covid ma risulta che in Sicilia diversi concorsi ospedalieri siano stati effettuati anche durante l’emergenza Covid.
Inoltre le scelte effettuate per la gestione di tale emergenza non sono state quelle giuste. Sarebbe stato più razionale centralizzare l’assistenza ai pazienti in un solo Ospedale rifornendolo di tecnologie diagnostiche, personale, posti di terapia intensiva. L’Ospedale di Noto ampiamente sottoutilizzato poteva essere trasformato in Covid Hospital e al suo interno si sarebbero potuti individuare sia posti di degenza ordinaria e letti di terapia intensiva che posti per pazienti lievi o in fase di postacuzie. Invece si è preferito parcellizzare l’assistenza e tutto ciò ha prodotto diverse disfunzioni tra le quali la ridotta assistenza agli ammalati non Covid.
Due dati tra i tanti che si potrebbero elencare: l’area medica dell’Ospedale Umberto I oggi appare depotenziata in modo estremo. Non è chiaro per quale motivo rimangano attivi solo 12 posti letto di Medicina – Geriatria dei circa 50 che in era pre-Covid erano regolarmente funzionanti.
Sarebbe bene avere, inoltre, dalla Direzione Sanitaria il numero di sedute operatorie effettuate dalle UOC Chirurgiche settimanalmente, perché questo è un indicatore della efficienza della struttura sanitaria. Il sospetto è che l’attività chirurgica dell’Umberto I sia stata fortemente depotenziata e che pertanto le liste di attesa per gli interventi in elezione si siano allungate oltre ogni ragionevole limite.
Inoltre esiste il problema del personale: medici esperti e professionalmente capaci sono andati in pensione e sono stati sostituiti solo da giovani e volenterosi neolaureati o specializzandi che sono certamente necessari ma devono avere dei punti di riferimento costituiti da sanitari di comprovata esperienza; continua ad esserci, inoltre, una grave mancanza di anestesisti, e selezionare infermieri rimane operazione difficile e spesso estenuante.
Organizzazione dell’assistenza territoriale ai pazienti Covid e rapporti tra Medicina Ospedaliera e Medici di Medicina Generale e USCA.
La seconda ondata è caratterizzata da una impetuosa e rapida crescita del numero di pazienti con infezione attiva da gestire. Il 23 Marzo gli infetti erano 1.095, in data 16 Ottobre erano 5.934, oggi a distanza di un mese sono 28.807. Il tasso di ospedalizzazione nel corso della prima ondata era intorno al 60%, oggi siamo tra il 6 e 7% e ciò significa che una fetta enorme di pazienti viene affidata alle cure del territori. Pertanto la erogazione, la qualità e l’organizzazione della assistenza sanitaria sul territorio diventano esiziali.
Rispetto a Marzo – Aprile abbiamo documenti ufficiali elaborati dai CTS nazionale e regionale che dettano le linee guida per l’assistenza sul territorio. Questi documenti oggi elencano chiaramente in primo luogo le cose da non fare, riducendo ampiamente le zone d’ombra di Marzo-Aprile quando c’erano troppi buchi neri nella conoscenza dell’infezione e della malattia e successivamente le poche essenziali cose da fare sulle quali esiste già un consenso tra esperti e una evidenza scientifica forte.
I pazienti vengono scoraggiati dal presentarsi spontaneamente in Pronto Soccorso e consigliati di rivolgersi ai medici curanti. Vengono pertanto inseriti in una lista di pazienti sorvegliati telefonicamente dal medico di base. Il medico di base sorveglia al meglio delle sue possibilità, purtroppo nella nostra realtà senza avere a disposizione strumenti innovativi ed efficaci di Telemedicina. Se il paziente comincia ad avere problemi di desaturazione in primis o sintomi d’allarme ha in teoria la possibilità di attivare il nucleo USCA per una valutazione domiciliare del paziente. E qui cominciano i problemi perché da settimane a Siracusa molti medici di medicina generale non riescono a comunicare né telefonicamente né via mail con le USCA.
Cos’è successo? L’ASP non ha pagato le bollette telefoniche e non ha rinnovato l’assistenza informatica? Sembra improbabile ma sappiamo per certo che a Siracusa il flusso dell’algoritmo assistenziale dal MMG ai medici degli USCA è bloccato o patologicamente rallentato.
Se il flusso dell’algoritmo assistenziale si blocca, si blocca anche l’assistenza sul territorio. Occorre un intervento immediato per ripristinare corretti rapporti di collaborazione tra medici di medicina generale e USCA, le USCA devono ritornare ai compiti assistenziali, devono avere una rifunzionalizzazione logistico/organizzativa, una direzione sul campo e una dotazione di strutture e servizi adeguata.
Molti pazienti afferenti al Pronto Soccorso vengono dimessi dopo la esecuzione di indagini diagnostiche e la valutazione da parte dei sanitari del PS e degli specialisti (Infettivologi, Pneumologi, Internisti). Nel momento in cui i pazienti vengono riaffidati alle cure del Territorio sarebbe auspicabile un contatto diretto tra medicina ospedaliera e del territorio e comunque si impongono chiare e cogenti linee guida di comportamento e di gestione. Il paziente non può essere lasciato da solo al proprio destino. La malattia Covid è infatti una malattia infida che può complicarsi in tempi rapidi e pazienti stabili possono rapidamente trasformarsi in pazienti instabili e a rischio di vita.
Su questi punti però l’opinione pubblica, i cittadini / utenti devono fare sentire con gli strumenti della democrazia il proprio peso. Tutti devono fare il proprio dovere e collaborare con altri soggetti e strutture deputate all’assistenza dei pazienti, all’intervento nell’urgenza (Pronto Soccorso e 118), al Contact Tracing e all’isolamento, all’esecuzione dei test.
L’opinione pubblica e i cittadini pretendono che tutte le organizzazioni sanitarie dialoghino senza ostruzionismi o lotte intestine per il buon funzionamento dell’assistenza sanitaria. La guerra al virus è ancora lunga e difficile e alla seconda ondata, la cui durata si preannuncia maggiore della prima, succederanno probabilmente la terza e la quarta. Pertanto, soprattutto in una provincia molto fragile dal punto di vista sanitario, tutti devono concorrere al buon funzionamento dell’assistenza sanitaria.
E già da ora bisogna organizzare al meglio la vaccinazione anti-Covid dato che probabilmente già a fine gennaio avremo a disposizione uno o più vaccini messi a punto in tempi record. Non possiamo rischiare di farci trovare impreparati nel momento in cui avremo a disposizione una delle armi più efficaci nella guerra al Covid, messa a punto in tempi eccezionali a dimostrazione ancora una volta della forza della ricerca scientifica.

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