Tra le tante cose che il covid ha reso più evidenti c’è il condizionamento del sistema sanitario da parte delle grandi imprese farmaceutiche. Le società farmaceutiche hanno da tempo dismesso i propri poli scientifici e sono andate in cerca di start up da acquisire trasferendo i costi nei prezzi di vendita dei farmaci.
“È un sistema assurdo, che ci è sfuggito di mano – chiosa Silvio Garattini -. Ogni anno in Italia si verificano 10 mila morti per antibiotico-resistenza, il valore più alto di tutta Europa, soprattutto perché consumiamo più antibiotici della media europea. L’industria farmaceutica non ha sviluppato nuovi antibiotici perché non è più in grado di fare quel genere di ricerca. Sono anni, ormai che la scelta delle imprese del farmaco mette in secondo piano la ricerca e la sperimentazione su vaccini e antibiotici, perché meno redditizia; ciò dimostra che questo è il tema alla base della totale impreparazione di fronte alla pandemia di Covid-19. In Italia, ad esempio, andrebbe rivisto l’enorme prontuario dei medicinali, che non viene toccato dal 1993. Esistono fino a dieci medicinali diversi con uguale formula chimica: gli effetti sono uguali, ma i prezzi sono assolutamente differenti. È un grande caos”.
Dopo anni di liberismo sfrenato, in cui le aziende farmaceutiche hanno prodotto e venduto pillole in base solo alla logica del massimo profitto, finalmente la Commissione Europea sembra cambiare rotta ed ha avviato una nuova “Pharmaceutical Strategy for Europe”, visto che le attuali strategie di regolamentazione e finanziamento non sono utili alle esigenze della salute pubblica. Fra gli obiettivi si scorgono cambiamenti radicali per evitare di farsi trovare nuovamente impreparati di fronte a nuove pandemie, come quella del Covid-19; cambiamenti che intaccano diversi aspetti del problema: dal modello di ricerca e sviluppo, alle autorizzazioni di ingresso nel mercato.
Si riuscirà a condizionare le Big Pharma, costringendole a dire addio alle regole di un capitalismo sfrenato? La strada è in salita se è vero, come svela Corporate Europe Observatory (ong specializzata nella sorveglianza delle lobby) che, annualmente, i lobbisti del farmaco hanno a disposizione 15 milioni da spendere per influenzare i processi decisionali.
L’Agenzia Europea per il Farmaco, l’EMA (che si occupa della validazione e dell’approvazione dei nuovi farmaci), ha svelato che i finanziamenti provengono all’86 % da tasse e oneri a carico delle stesse aziende farmaceutiche, il che significa che l’ente certificatore, vive attraverso i soldi sborsati dalle aziende.
Qualche domanda dovremmo porcela sull’influenza che big farma ha sulle scelte dell’EMA; solo, nel 2019 i farmaci approvati sono stati 66, mentre quelli respinti sono solo quattro. Non solo, va osservato che l’approvazione dei nuovi farmaci prevede la presentazione di due studi clinici di fase tre, che servono a valutare il potenziale del nuovo farmaco sulle persone e confrontarlo con i trattamenti già esistenti e che anche in questo caso è l’impresa farmaceutica a sostenere i costi dei trial scientifici e a scegliere come realizzarli.
Il segretario Onu ha recentemente affermato che “se avessimo sviluppato un vaccino per la Sars-Cov-1, avremmo potuto accelerare la ricerca per la ricerca del Covid 19 dal momento che l’80% del genoma dei due virus è similare” e lo scienziato americano Peter Hotez, ha spiegato che già nel 2003 aveva proposto di testare sugli esseri umani un vaccino per la Sars realizzato dai suoi ricercatori, ma nessuna azienda farmaceutica era stata disponibile a finanziarlo. Ciò accadde perché “Investire su un vaccino può costare fino a due miliardi di dollari e molte malattie infettive, una volta spenta l’epidemia, non danno luogo a condizioni croniche; di conseguenza, non generano un mercato stabile su cui investire”.
Massimo Florio, professore di Economia Pubblica all’Università di Milano, insieme al Forum Disuguaglianze e Diversità di Fabrizio Barca, ha effettuato uno studio dettagliato sui costi di produzione dei farmaci: “Ci vogliono 12 anni per mettere sul mercato un medicinale, e i costi di ricerca arrivano al 17% del valore aggiunto. Per questo il sistema punta a raggiungere extraprofitti grazie a una protezione del brevetto pari a 20 anni e punta sui farmaci che garantiscono vendite da almeno un miliardo di dollari l’anno e per lo più –destinati a patologie croniche, come diabete, tensione, colesterolo e certe forme tumorali”.
Al contrario, i farmaci per le malattie infettive non sono una priorità.
Per tutte queste motivazioni la Commissione Europea ha deciso, finalmente, di cambiare strategia e individuare un modello alternativo perché farmaci e vaccini siano accessibili all’intera collettività.
Da qui la proposta del professor Florio e del ForumDD alla Commissione Europea di creare un’infrastruttura pubblica europea, definita Biomed Europa, che “si sostituisca alle imprese farmaceutiche in alcune aree di ricerca ed intervenga su tutto il ciclo del farmaco, dalla ricerca al commercio. D’altra parte il contribuente già finanzia la ricerca farmaceutica tre volte: prima finanziando la ricerca di base che si effettua nelle università e nei poli scientifici pubblici, poi mettendo a disposizione i propri dati sanitari nella fase di ricerca applicata di trial clinici, infine pagando il conto finale dei medicinali”, che in Italia si attesta attorno ai 30 miliardi di euro l’anno. Sic stantibus rebus. Se non si cambia strada nel futuro avremo altre e più gravi pandemie con buona pace dei fautori del libero mercato in tutti i settori e in ogni circostanza,

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