“Crepare. Non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo”. Sembra l’epilogo de La Ricotta di Pierpaolo Pasolini. Questa volta però lo sfondo non è una quinta mobile di Cinecittà, ma Palazzolo Acreide, a due passi da Siracusa.
E il protagonista è nero ed è morto dopo un calvario durato dieci anni. Seth Dekhy, 29 anni, originario del Ghana, aveva un cuore grande ma debole, a causa di una malformazione genetica. Aveva bisogno di un trapianto e da tre anni un segnale acustico lo avvertiva che qualcosa non andava: il bypass andava immediatamente sostituito. Il segnale è cessato con la vita di Seth domenica scorsa, presso l’ospedale Trigona di Noto.
“In realtà bisogna ancora fare chiarezza sulle cause della sua morte – spiega Lidia Rizzarelli, mediatrice culturale che ha seguito il giovane sin dal suo arrivo in Italia -. Sappiamo che era in ospedale da qualche giorno e che aveva subìto delle trasfusioni. La compagna ci diceva che era molto debole. Chiederemo i referti ai medici la prossima settimana per vederci più chiaro”.
Aveva il nome del dio egizio della tempesta e degli stranieri, Seth. Dalla Libia, dove aveva lavorato per diversi anni, sbarca nel 2011 a Pozzallo, attraverso mari non certo placidi. E in Sicilia rimane straniero per sempre. Per un anno, un permesso per motivi umanitari lo ottiene. Ma nel 2014 gli viene revocato.
“Lavorava sodo – continua Lidia Rizzarelli – si adattava a fare qualunque cosa. Ma il permesso gli viene negato e per lui comincia l’inferno. La mancanza di documenti gli rendeva impossibile persino comprare le medicine, per lui di importanza vitale. Ogni giorno era un assillo trovare i soldi e, soprattutto, il modo. Nessun medico può prescrivere farmaci a un fantasma”.
Alla fine del 2017 la pratica viene riaperta. Seth sta male e il permesso per motivi umanitari legati al suo stato di salute dovrebbe essere cosa scontata.
“Ma – racconta Giulia Licitra, legale di Seth in questa seconda fase della sua odissea – ogni volta che si recava in ospedale perché il cuore dava segnali di cedimento, i medici si rifiutavano di rilasciargli un referto. Il risultato è stato che per la Questura di Siracusa Seth stava bene e non c’era nessun motivo di rinnovargli il permesso di soggiorno”.
L’ultima certificazione di Seth risale al 2014, quando gli viene impiantato il bypass presso l’ospedale Umberto I di Siracusa.
“I controlli successivi – è ancora Licitra – per quel che sappiamo sono rimasti privi di qualunque documentazione. Persino di fronte all’evidente necessità di un’operazione a cuore aperto, i medici allargavano le braccia. A Seth veniva detto che nulla del genere era possibile senza documenti e senza l’STP (il tesserino di Straniero Temporaneamente Presente, ndr)”.
Ma è davvero così difficile ottenere un STP? Può la legge italiana permettere che un essere umano non riceva le cure necessarie a salvargli la vita solo perché non ha un documento?
“In realtà – precisa Paola Ottaviano, legale di Borderline Sicilia – non è così. La nostra legislazione garantisce le cure mediche anche agli stranieri privi di permesso di soggiorno. Chi non ha i documenti ha comunque accesso al tesserino STP rilasciato dalle ASP, che permette l’applicazione del diritto all’assistenza sanitaria. Un cittadino irregolare ha dunque diritto al codice identificativo a prescindere dal permesso di soggiorno. Soprattutto quando parliamo di cure urgenti, essenziali e continuative. In alcune province, come Siracusa, esistono degli ambulatori dedicati all’STP. Seth avrebbe dovuto recarsi in questi ambulatori a farsi prescrivere i farmaci. Se aveva una patologia così grave, nessuno poteva negargli il diritto di curarsi. Non c’è poi motivo alcuno per cui un STP non debba essere rinnovato senza problemi ogni sei mesi”.
È possibile che un ospedale si rifiuti di rilasciare un referto?
“Sul mancato rilascio dei referti – continua Paola Ottaviano – non esiste una motivazione legittima per cui un medico possa rifiutare di rilasciarli. Gli ospedali sono tenuti a rilasciare un referto a chi lo richieda, sia esso un cittadino italiano che uno straniero. Non esiste nessuna limitazione di legge in tal senso”.
La vita di Seth è un inferno. Una casa la trova, grazie all’interessamento di tanti amici palazzolesi che gli vogliono bene e lo aiutano, ma alla situazione difficile si aggiunge il fango di una serata finita male.
“Una sera – ci racconta ancora Giulia Licitra – è scoppiata una lite furiosa con la sua compagna. In preda all’ira e alla disperazione, Seth ha lanciato un oggetto che sventuratamente ha colpito la giovane in testa provocandole un trauma. È scattato subito lo stato di arresto e una condanna a due anni, con sospensione condizionale della pena”.
La condanna appare pesante: maltrattamenti in famiglia protratti nel tempo, lesioni personali e minaccia. Una sola volta rabbia e disperazione hanno la meglio su Seth, portandolo a compiere un gesto incontrollato. Una sola volta, ma sufficiente a renderlo agli occhi del Prefetto di Siracusa un soggetto socialmente pericoloso. E a far emettere il decreto di espulsione.
“La denuncia, firmata dalla compagna, appare eccessiva– spiega Giulia Licitra – . La giovane donna non conosce l’italiano e non è messa in condizione di firmare con consapevolezza, in presenza, ad esempio, di un mediatore linguistico o di un assistente sociale. In seguito a quella condanna Seth perde definitivamente la possibilità di un permesso di soggiorno. Uno scatto d’ira che pagherà troppo caro”.
“Seth non era un violento – dichiara in lacrime Confort, la moglie -, non era mai successo che mi colpisse, né prima né dopo quella sera. Era buono…”
Lo stesso raccontano di lui gli amici e i conoscenti. Tanti, a Palazzolo.
“Era un ragazzo dolcissimo – racconta Lidia Rizzarelli – e si faceva in quattro per vivere dignitosamente insieme alla compagna. Non è giusto quello che gli è successo”.
Fra sbigottimento e commozione non mancano però, nel paese Patrimonio dell’Umanità, i commenti razzisti e le parole d’odio nei confronti del giovane appena morto.
“Spero ti abbiano ucciso e che uccidano anche i tuoi amici”, “uno in meno”, sono alcuni commenti su Facebook, già segnalati agli organi competenti.
E non mancano le polemiche verso l’amministrazione comunale, che si è fatta carico delle spese funerarie: “Hanno solo fatto il loro dovere, ma con tanta pubblicità. Solo gli allocchi possono cascarci” si legge su ancora sui social. E “Fosse stato un bianco lo avrebbero fatto marcire in casa”.
Seth se ne va, ma restano i dubbi, le perplessità, le domande. Due su tutte: come si fa a permettere che il cuore malato di un giovane invochi aiuto per tre anni e nessuno risponda? Se un corto circuito c’è stato nell’iter che il giovane avrebbe dovuto seguire, di chi è la responsabilità?

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