Dopo una settimana, non abbiamo ricevuto ancora nessuna risposta dall’Asp alla nostra mail che chiedeva informazioni sul funzionamento delle USCA, quelle Unità Sanitarie di Continuità Assistenziale che potrebbero essere l’asso vincente nella partita tra la morte e la vita che si gioca al tavolo del Covid. Dobbiamo ritenere che quella mail si sia persa nella valanga di richieste che probabilmente in questi giorni arrivano a tutti gli indirizzi possibili e immaginabili di un’Azienda sanitaria fattasi silente, arroccata come una cittadella assediata.
Per cercare di reagire alla fame di comunicazione abbiamo provato a cercare qualcosa sul sito ufficiale, qualcosa che potesse spiegare, far capire cosa si sta facendo a fronte di un andamento della pandemia che preoccupa ogni giorno di più. Ad oggi, per il mese appena iniziato, solo tre comunicati asettici su azioni di screening in atto e uno che invita a non recarsi ai Pronto Soccorso “per lasciare spazio ai casi di reale emergenza”: “Per sintomi correlabili all’infezione da Covid 19, telefonare al medico di famiglia o al pediatra” o recarsi “in strutture come le guardie mediche e i punti di primo intervento che sono a disposizione della cittadinanza per ogni esigenza che può essere tranquillamente gestita senza fare ricorso agli ospedali”. Una boutade.
Poiché, in mancanza di una aperta interlocuzione con l’Asp, non si può che gestire unilateralmente le informazioni che arrivano in redazione, le riportiamo così come ci sono pervenute in modo tale che il quadro sia chiaro per tutti, anche per il Sindaco, la Prefettura ed eventualmente la Procura.
La situazione registrata ieri per Siracusa e provincia era di 175 nuovi contagi nelle ultime 24 ore: complessivamente 457 positivi nel capoluogo e 1275 nell’intero territorio provinciale.
Ma tra i medici di famiglia c’è chi segnala almeno due o tre positivi al giorno tra i propri assistiti: “un’epidemia più grave di quanto si immagini”.
Le indicazioni nazionali prescrivono che i medi di base non effettuino visite domiciliari nel caso di sospetto contagio e, in caso di necessità, avviino il percorso alternativo attraverso le USCA, o si allerti il 118 (i casi di positività tra gli operatori del locale 118 al momento dovrebbero essere sette se la situazione non è peggiorata). Va anche chiarito che i medici non sono comunque in grado di acquistare i presidi sanitari completi perché rari e a caro prezzo. Peraltro, dopo il contatto con un positivo, vanno subito gettati e la svestizione deve essere assistita da un’altra persona esperta altrimenti ci si contagia egualmente. Se quindi per prassi durante la pandemia i medici di famiglia non devono recarsi al domicilio del paziente per la propria e altrui sicurezza, rimane il ricorso alle USCA.
Bene. A quanto si dice, si registra ormai il loro forfait: in piena epidemia, con un transito di autoambulanze continuo, da sei giorni le Usca non risponderebbero al telefono, “di certo non per indolenza – si ritiene – ma perché insufficienti e male organizzate”. Il sistema sarebbe saltato già ai primissimi casi e questo vorrebbe dire nessun tampone ai malati gravi, nessun soccorso domiciliare, nessun coordinamento con il medici di famiglia. La gente fa i tamponi a proprie spese e i malati sono tanti.
“I numeri di emergenza non rispondono, manca un’efficace catena di comando, non si effettuano ricoveri invece necessari”: una situazione che se risponde al vero è gravissima.
Sono mesi che i medici di base chiedono un bollettino quotidiano dei casi e dei ricoveri, pubblico e trasparente, e anche dei ricoveri non effettuati, pur se “sottoscritti” dall’interessato. È indispensabile conoscere il numero dei posti letto anche delle terapie intensive, sapere quotidianamente qual è il livello di saturazione, attrezzare i covid hospital.
“Se un medico telefona per esigenze di servizio e non trova chi risponde può voler dire solo due cose: o qualcuno non capisce quello che fa e l’azienda si commissaria immediatamente, o si annuncia al sindaco, prefetto e popolazione che siamo al si salvi chi può! Domani voglio un responsabile che risponda immediatamente ai medici e ci coordini” dichiara Dino Artale, tra i pochi, pochissimi, medici di base ad aver segnalato da sempre criticità che ora si stanno mostrando con piena evidenza.
La percezione è che, nell’impossibilità di una leale collaborazione con l’Asp, di relazioni istituzionali chiare, ciascuna parte consapevole della propria responsabilità, prima di vedere le bombole di ossigeno portate direttamente a chi è in coda davanti al Pronto Soccorso come in queste ore accade al Cotugno di Napoli, sia ormai il tempo di uscire allo scoperto, di mettere insieme e rendere efficaci le prime manifestazioni di vero dissenso che piano piano si iniziano a registrare (il comunicato del PD e della CGIL ultimamente) per chiedere un intervento che riesca a riorganizzare l’assistenza sanitaria in tutta la provincia, per pretendere la verità sullo stato di fatto.
“Chi rimane nell’ambito istituzionale e di cortesia è destinato a contare i morti” qualcuno ha detto.

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