Il 29 settembre scorso padre Carlo D’Antoni della Parrocchia di Bosco Minniti così scriveva sulla sua pagina facebook: “Voglio segnalare una cosa non perché sia importante in sé, ma per quello che ci segnala di allarmante. Ci dice come una pandemia più radicata del covid-19 ha ormai infettato una larga parte di gente e chissà dove ci porterà se non si trova un vaccino efficace. Mi trovavo dietro lo sportello dell’ufficio anagrafe del Comune, davanti a me c’era un giovane senegalese anche lui in attesa del suo turno. È entrata una signora che voleva passare avanti perché aveva troppa fretta. Quel giovane le ha risposto che era quasi da due ore che aspettava e anche lui aveva altre cose da fare dopo. Quella si è indispettita e si è messa a dire: “Sti niuri venunu cca e subbitu vonu fari i patruna! Cosi i l’autru munnu!” Ma la cosa più angosciante è vedere come nel mondo giovanile si sente la stessa puzza. Ecco, questa è la malattia che miete vittime e ci animalizza senza guardare se sei laureato o ignorante, credente o non credente, giovane o vecchio. Un altro ragazzo non va più a giocare in una squadra di calcio che milita in un campionato dilettantistico perché stufo delle battute ignobilmente razziste che gli si rivolgono. E’ una storia che si ripete ogni giorno. Meno male che “i niuri” che abitano da me in parrocchia hanno abbastanza personalità per non lasciarsi ferire da questi insetti notturni”.
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Padre Carlo, crede che siano più diffusi ora a Siracusa i sentimenti di intolleranza e razzismo?
Forse sì a giudicare da quel che sempre più spesso accade, ma non solo a Siracusa. Io vedo soprattutto paura per i bambini da parte dei genitori.
Come reagiscono i ragazzi extracomunitari che lei conosce a questi comportamenti? E come si sono comportati nei giorni di lockdown?
Sono stati e ancora continuano a essere altamente responsabili. Non sono usciti, hanno seguito tutte le regole, mentre c’è l’indifferenza dei nostri concittadini verso di loro, a volte del razzismo spicciolo dettato dall’ignoranza, quella di sentirsi superiori e giudicarli dall’alto in basso. È un’arroganza che purtroppo va dilagando insieme alla maleducazione e ci si trova davanti a scene tipo: io padrone tu cane. Nessuno si interroga sui loro problemi che, in quanto esseri umani hanno; si prova fastidio nei loro confronti. Non si comprende, o si preferisce ignorare, che, alla mancanza di rinnovo del permesso di soggiorno, a loro si apre la porta della clandestinità. Senza contratti sono più facilmente ricattabili, specialmente dove trovano un lavoro in nero. Difatti, vedi i loro sorrisi spenti perché incontrano tante persone che li trattano da abusivi: ciò è pane quotidiano per loro e fa male vivere così. Ho visto che perfino loro coetanei siracusani li trattano in questo modo.
Quali sono le forme di sopruso che subiscono?
Molti sono i soprusi come quello che, giunti al ricevimento della busta paga già alquanto bassa, si sentono dire che l’avranno dilazionata, e finisce così spesso che decidano di andare a cercare lavoro fuori città perdendo le paghe che spettavano loro. È un vero alto sfruttamento. In queste situazioni il sindacato non esiste, non si mette in mezzo.
Cercano assistenza da chi conoscono oppure si chiudono fra di loro?
Fra loro c’è molta solidarietà nella ricerca di lavori, appartamenti in cui si dividono le spese, ecc. Ma se conoscono, o fra loro si sparge la voce di chi da italiano può esser d’aiuto, vanno a cercarlo.
Cosa potrebbe/dovrebbe fare l’Amministrazione Comunale per aiutarli?
Penso che per tutti loro sarebbe auspicabile da parte del Comune un luogo ben specifico, una specie di centro per l’impiego, ma allargato ad altro: lì ci sarebbero risposte a problemi legali, sanitari, amministrativi e burocratici, sarebbe un aiuto anche per stroncare il caporalato, perché presumo sia presente oltre all’ambito agricolo. Conosciamo il settore badanti, lì sono senza nessuna assistenza sociale. Una rete pubblica, cos’altro ci può essere! In quel centro si potrebbero incrociare domande e offerte di lavoro alla luce del sole. Non è una mia fantasia, perché per esempio il Comune di Catania ha istituito questo luogo e lo ha chiamato “la casa dei popoli”, un centro molto attivo.
Hanno il forte desiderio di scappare?
Certamente, tutti andrebbero in Europa, ma c’è il trattato di Dublino che li ferma. Molti vanno in giro per l’Italia, ma parecchi ritornano perché è difficile ovunque trovare un lavoro. Comunque nessuno sogna di ritornare in Africa o alle località d’origine.

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