REFERENDUM COSTITUZIONALE/2 Il contributo di Francesco Ortisi, docente

(Dopo il contributo del prof. Alessio Lo Giudice che ha esposto le sue ragioni a Favore del NO, un altro contributo di chi sostiene le ragioni del SI)

Premessa

Scrivo queste considerazioni con qualche perplessità: non ritengo che la legge sottoposta a referendum sia un’adeguata risposta ai seri problemi del nostro funzionamento istituzionale e della rappresentanza democratica. Pur tuttavia saremo chiamati fra poco  ad esprimerci su di essa con un SÌ o con un NO. Le mie perplessità aumentano se considero che molti dei miei “compagni di strada” hanno espresso il convincimento di votare NO. Ho letto le loro argomentazioni, ma ciò non è bastato a convincermi. Per questo e per tentare di alimentare il dibattito in corso, provo ad esprimere le considerazioni che al momento mi fanno propendere più per il SÌ che per il NO. I dati che riporto li ho ricavati dalla documentazione disponibile sul sito del Parlamento italiano.

Sulla legge costituzionale sottoposta a referendum

Per molti sostenitori del NO, la legge che diminuisce il numero dei parlamentari è espressione di un populismo reazionario, che tenta di lucrare sul pesante clima di sfiducia che grava intorno all’intera classe politica nazionale. Per questo Il Sì al referendum viene considerato come un cedimento al populismo, mentre il No esprimerebbe il suo netto rifiuto. Questa affermazione riguarda però il presupposto da cui  nasce la legge, non il suo contenuto, di cui invece ci dobbiamo occupare.

Innanzitutto dovremmo chiederci in che misura questa legge incida sulla capacità rappresentativa del Parlamento e sulla sua efficacia. Si tratta di due aspetti distinti che vanno analizzati accuratamente.

 Il grado di rappresentatività del Parlamento dipende in primo luogo dalla legge elettorale: un Parlamento “nominato” dalle segreterie dei partiti (come oggi accade) non dà garanzie di rappresentatività qualunque sia il numero dei suoi componenti.  Se infatti un maggior numero di eletti (945 anziché 600) ha maggiori possibilità di includere elementi rappresentativi della volontà popolare, non è affatto detto che questa possibilità si realizzi. Nessuna garanzia in proposito. Il criterio numerico è insufficiente a garantire la rappresentatività di un organismo elettivo.

Né mi convince l’argomentazione secondo cui la diminuzione del numero dei parlamentari lederebbe il principio della rappresentanza territoriale: la rappresentanza richiesta oggi per un Parlamento nazionale non va vincolata in modo stringente alla provenienza territoriale dei deputati e dei senatori, ma alla visione nazionale complessiva che essi sono in grado di esprimere. I deputati o i senatori con cui avvertiamo una sintonia non è affatto detto che debbano essere, nel nostro caso, dei  siciliani; anzi, per quanto mi riguarda, sono proprio quelli siciliani (della mia parte politica) ad avere operato spesso in modo difforme dal mio sentire. Dunque, la qualità della rappresentanza popolare non è in gioco in questo referendum. Lo sarà quando discuteremo (se mai accadrà) di legge elettorale.

Su questo aspetto aggiungerei  che annullare con il referendum una modifica costituzionale approvata dalla stragrande maggioranza del Parlamento significa sancire coi fatti, nel caso in questione, la non rappresentatività del Parlamento: il popolo dice NO ad una legge approvata da un parlamento ritenuto rappresentativo.

 

(Vorrei notare a margine che la netta riduzione dei consiglieri comunali operata in questi anni non viene percepita come lesiva del principio della rappresentanza. Senza dire dell’abolizione dei consigli circoscrizionali nei Comuni al di sotto dei 250.000 abitanti che non ha destato allarme democratico, in quanto si è ben capito che il valore della rappresentanza è legato alla qualità e all’efficacia dell’azione posta in essere dagli eletti, non al loro numero.)

Non è dunque sulla base di un principio astratto che dobbiamo valutare questa legge di riforma, ma prendendo in considerazione aspetti sostanziali, che riguardano la sua efficacia: come incide questa nuova legge sull’efficacia dei lavori del nostro Parlamento? Cominciamo da alcuni dati comparativi.  

Mettiamo a confronto i Parlamenti dei 4 paesi UE con la popolazione più numerosa:

Stati UE

Numero abitanti/milioni

Numero  complessivo dei parlamentari

Parlamentari  eletti direttamente dal popolo

Percentuale ogni 100.000 abitanti

Germania

82.9

778

709

1,3

Francia

67.2

925

577

 

1,4

Italia

60.4

951

945

1,6

Spagna

46.7

616

558

0,9

 

Come si vede dalla tabella, in nessuno dei 4 paesi  il numero complessivo dei parlamentari  corrisponde a quello direttamente eletto dai cittadini aventi diritto al voto: l’Italia è l’unico paese in cui i due dati sono quasi coincidenti, negli altri casi la differenza è data dal numero di componenti scelti con suffragio indiretto, cioè non eletti direttamente dal popolo. Con la legge di riforma che porta a 600 il numero dei parlamentari direttamente eletti, l’Italia passa dal primo al secondo posto, dopo la Germania. Mentre si colloca all’ultimo posto se si considera il numero complessivo, che include anche i rappresentanti, diciamo così, di secondo livello.

Chiediamoci adesso se la riduzione a 600 componenti metterebbe in crisi la funzionalità del Parlamento.

 Se così fosse, dovremmo pensare ad altri correttivi, perché attualmente la percentuale di assenteismo che si registra nelle aule parlamentari  si attesta su percentuali che vanno dal 40% al 30% (dati relativi all’ultima legislatura) ed il lavoro in aula vede la partecipazione costante e attiva di un numero assai ridotto di suoi componenti. Ciò dimostra, ancora una volta, che ciò che conta non è la quantità ma qualità della rappresentanza.

Anche il lavoro nelle commissioni sembrerebbe non dover particolarmente soffrire per la riduzione dei  numeri:  oggi una commissione  è costituita in media alla Camera da 45 deputati (di fatto, un piccolo parlamento), mentre al Senato la media scende a 23 . Una corretta revisione dei regolamenti parlamentari, come suggerisce  Valerio Onida (presidente emerito della Corte Costituzionale, che dice Sì alla riforma), consentirebbe di rendere più efficace il lavoro delle commissioni con un ridotto numero di componenti.

Sulla questione del numero dei parlamentari vanno tenute in conto anche altre considerazioni: è dal 1963 che in Parlamento vengono eletti 945 rappresentanti (prima, dal 1946 al 1962, il numero degli eletti variava col variare della popolazione). Nel 1963 non erano ancora entrati in funzione né i Consigli regionali (fatta eccezione per 4 delle 5 regioni a statuto speciale) né il Parlamento europeo. Oggi la “potestà legislativa” non è tutta nelle mani del Parlamento nazionale, perché in nome di un decentramento voluto dai “padri” della Costituzione e in nome di una nuova Europa, quella “potestà”  oggi ricade su più assemblee rappresentative (Consigli regionali, Parlamenti nazionali, Parlamento europeo).

Va aggiunto anche che la richiesta di riduzione del numero di parlamentari, non è l’ultima trovata del populismo reazionario, perché questa esigenza veniva già sostenuta dalla stessa Assemblea Costituente che prefigurava la necessità di “snellire” il Parlamento,  nel momento in cui le Regioni fossero divenute realtà operative. Già Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica, dichiarandosi apertamente favorevole ad una riduzione dei parlamentari, faceva notare che “quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace ad attendere all’opera legislativa che le è demandata”: insomma, si avvertiva già allora (siamo nel ’46) la opportunità di diminuire il numero dei parlamentari. Opportunità che dagli anni Ottanta in poi è regolarmente emersa in quasi tutte le legislature, che hanno di volta in volta avanzato proposte (provenienti da tutti gli schieramenti politici) miranti a ridurre (anche più drasticamente di quanto adesso prevede la legge) il numero dei parlamentari.

Queste mie osservazioni, come ho detto in premessa, non dimostrano che la legge approvata in Parlamento sia una buona riforma, ma non sono neppure convinto che essa determini quel peggioramento denunciato dai sostenitori del NO. La riduzione del numero dei parlamentari mi appare oggi come una proposta ragionevole, perché il quadro politico complessivo in cui il Parlamento è chiamato ad operare è diverso da quello iniziale, essendo intervenuti nel frattempo altri soggetti istituzionali con poteri legislativi concorrenti (Consigli regionali e Parlamento europeo).

Concludo questo intervento ritornando su un aspetto politico che va oltre il contenuto della legge. Sotto questo profilo bisogna considerare che questo provvedimento è frutto dell’ accordo tra M5S e PD, senza il quale non avremmo l’attuale governo e l’Italia sarebbe oggi con molta probabilità guidata dal centrodestra di Salvini e Meloni. Quando questa eventualità si palesò, io fui tra quelli che auspicarono l’accordo da cui nacque il governo Conte II. Se non ci fosse stata la convergenza del PD sulla proposta di riduzione dei parlamentari avanzata dai Cinque Stelle, non si sarebbe fatto il Governo, con le conseguenze di cui abbiamo detto. Annullare con il referendum questa legge significa con molta probabilità dare una forte spallata a questa alleanza, aprendo le porte a nuovi scenari politici. È una eventualità che non mi auguro si realizzi.

Mi è ben chiaro che quest’ultima considerazione prescinde dal merito della questione, ma in una valutazione politica generale credo possa ritenersi pertinente.   

 

 

 

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