La promozione turistica della città è quasi sempre affidata alle immagini da cartolina diffuse dalle trasmissioni televisive che in questi ultimi anni sono state dedicate ad Ortigia, ai monumenti della Neapolis, al nostro mare. E’ una promozione efficace, che ha prodotto certamente dei risultati, dato che il numero dei visitatori è senz’altro cresciuto.
Ma la città, per chi la vive ogni giorno in ogni sua parte, è anche altro: è soprattutto altro.
E’ la città degli spazi anonimi, dove per gran parte di noi scorre la vita di ogni giorno, con le sue relazioni e le sue attività; la città che si svuota ogni volta che chi vi abita riesce a strappare un’ora di svago al tempo delle incombenze quotidiane; la città che non ha da offrire bellezza; la città nascosta agli occhi dei visitatori.
E’ qui che troviamo disseminati i più vistosi segni di degrado e di abbandono: gli scarti della nostra storia.
Come la Tonnara di Santa Panagia, che ha visto generazioni di pescatori trarre il loro sostentamento da quella attività un tempo fiorente. O come lo stabilimento industriale che ospitava l’antica Centrale del latte, dove ogni giorno si producevano migliaia di bottiglie, di cui poi si raccoglievano i “vuoti a rendere”, quando la pratica del recupero era la regola e non l’eccezione. O come l’antica conserviera di Torre Landolina, che oggi disperde polveri di amianto nel terreno che ne ospita il rudere. O come il vecchio cinema Italia, in via Caltanissetta, alla Borgata santa Lucia, temporaneamente rinato negli anni ‘80 come circolo Arci ed oggi tristemente murato nel suo silenzio. Sono questi soltanto alcuni esempi di un elenco assai lungo a cui ciascuno potrebbe aggiungere “una voce”.
Eppure c’è stato un tempo in cui questi “relitti” ebbero vita, divenendo anche a tratti cuore pulsante della città, centro d’interesse prevalente, luoghi di lavoro e di relazioni. E con essi le numerose abitazioni private, le case che portano i segni dell’incuria e giorno dopo giorno cadono a pezzi. Sono “oggetti urbani” che lentamente sono stati assorbiti dalla nostra percezione, tanto da nascondersi al nostro sguardo distratto, condannati ad una sorta di invisibilità.
Ma tra i luoghi del degrado vi sono anche quegli spazi che non hanno mai ospitato se non erbacce, materiale di sterro, rifiuti. Sono gli scarti residuali di una crescita urbana deregolamentata, abusiva ( che alcuni, per nobilitarla, definiscono “spontanea”). Si tratta di piccoli “francobolli” o di grandi estensioni di territorio che affiorano qua e là in ogni quartiere della città, soprattutto laddove più rapida e caotica è stata l’espansione edilizia. Sono luoghi anonimi, impraticabili, inglobati nel recinto urbano o nelle sue immediate vicinanze; una sorta di “limbo” che non è “natura” né “città”, ma è a suo modo “paesaggio”: il “paesaggio” dello scarto prodotto dalla crescita accelerata della nostra città. Anche questi luoghi sfuggono alla nostra attenzione; li sfioriamo distrattamente, cancellandoli dalla nostra percezione cosciente.
Per puntare ad una rigenerazione urbana bisogna partire da qui. Da ciò che è stato abbandonato, da ciò che è stato scartato. Non si tratta semplicemente di “restaurare” edifici e spazi riconsegnandoli alle antiche funzioni, ma di immaginare per loro una nuova funzionalità, in linea con i bisogni della città di oggi e di domani .
L’identità di una città non ha un carattere statico, riconoscibile soltanto nel suo passato; l’identità di una città è un elemento dinamico, legato alla capacità che essa ha di rigenerarsi aprendosi al futuro. Un futuro che può essere costruito ripartendo dagli “scarti” che l’urbanizzazione ha prodotto, emancipandoli dal limbo in cui sono stati relegati; attribuendo una nuova funzione ai luoghi dell’abbandono, per renderli partecipi di un processo rigenerativo.
La rigenerazione urbana deve ripartire da qui, da ciò che è stato abbandonato e da ciò che è stato scartato.
Occorre dunque rimettere al centro del nostro sguardo la città anonima, che non diverrà mai “soggetto da cartolina”, ma sarà quella dove la nostra vita e continuerà a scorrere, consegnandola a chi verrà dopo di noi.

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