L’Associazione Lealtà & Condivisione ha affidato a tre personalità di indubbio spessore intellettuale e professionale della nostra comunità il compito di spiegare le ragioni per cui non sono da accogliere le obiezioni all’istituzione del Parco degli Iblei. Antonino Attardo, Beatrice Basile, Antonino Di Guardo non hanno bisogno di presentazione e offrono al dibattito generale un dettagliato e puntuale documento su un’occasione che il territorio tutto non dovrebbe lasciarsi sfuggire.
Il documento della Consulta delle Associazioni pubblicato nei giorni scorsi chiede di rimettere indietro l’orologio di più di dieci anni, sospendere l’iter istitutivo del Parco degli Iblei e ricominciare tutto da capo. Si tratterebbe di un grave errore che penalizzerebbe proprio quelle comunità locali che si vorrebbero tutelare, privandole di una opportunità che guarda al futuro e che vede nella sostenibilità ambientale, economica e sociale il paradigma a cui conformare il governo del territorio. Bloccare l’istituzione del Parco è un tentativo di retroguardia, che guarda al passato e che non ha compreso quale sia la strada che dobbiamo imboccare per garantire a noi e ai nostri figli un futuro migliore. Si tratta inoltre di una opposizione fondata su presupposti errati o infondati, come cercheremo di dimostrare. Così, poiché è giusto che le opinioni si formino sui fatti, abbiamo cercato di esaminare nel merito, alla luce della normativa di riferimento, le argomentazioni addotte, tenendo conto anche di quelle precedentemente avanzate, da alcuni Comuni e portatori di interesse pubblicate nel sito www.provincia.siracusa.it. Ecco il risultato, obiezione per obiezione.
Il parco è calato dall’alto, senza un processo di partecipazione democratica.
L’istituzione del parco nazionale è stata prevista dall’art. 26 della L. 222 del 29 novembre 2007, su proposta di un Comitato interprovinciale di associazioni ambientaliste, successivamente accolta, condivisa e perfezionata, con una serie di studi propedeutici, dall’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente. Nel 2010, a cura delle tre Province, è stata aperta una fase di ascolto e confronto con tutti i soggetti istituzionali e con le realtà sociali e produttive attraverso una fitta serie di incontri. Dopo un intervallo di alcuni anni, il confronto è stato rinnovato nel 2017 (cfr., per Siracusa, i verbali agli atti della Provincia, consultabili nel sito), con l’istituzione di un tavolo tecnico interprovinciale e ulteriori incontri con i portatori di interesse, le cui osservazioni sono state pubblicate. Chiusi i lavori del tavolo tecnico nel gennaio 2019, in aprile l’ARTA ha trasmesso al Ministero dell’Ambiente la richiesta di avvio dell’iter istitutivo, con la proposta di perimetrazione e l’individuazione delle zone di tutela e dei relativi regimi. In luglio, Il Ministero dell’Ambiente, prima di sottoporre alla firma del Presidente della Repubblica il decreto istitutivo, ha ritenuto utile un’ulteriore fase di confronto con il territorio in merito alla proposta di zonizzazione. L’assessore regionale all’Ambiente ha dunque chiesto nuovamente ai Comuni e ai soggetti portatori di interesse di avanzare le proprie osservazioni, così da poter elaborare una proposta il più possibile calibrata sulle reali caratteristiche e sulle esigenze puntuali del territorio. Siamo attualmente in questa fase. Nel periodo pre-covid, l’ARTA si è fatto parte attiva, promuovendo nelle tre province incontri pubblici fra propri funzionari, Sindaci e rappresentanti delle realtà produttive, con il dichiarato intento di mettere a punto criticità, chiarire dubbi e illustrare le possibilità di intervento sulla proposta. Al termine di questo iter – cui non è stato per ora assegnato un termine temporale definitivo – la proposta, previa valutazione delle osservazioni pervenute, sarà trasmessa al Ministero. L’emanazione del decreto istitutivo a firma del Capo dello Stato farà scattare – esattamente come è accaduto per il Piano Paesaggistico – le norme di salvaguardia; vale a dire che le norme contenute nella zonizzazione proposta rimarranno vigenti fino a quando gli organi del parco (e nella fattispecie la Comunità del Parco, rappresentativa di regione, province e tutti i comuni, e il Consiglio Direttivo), come previsto dalla L. 394/1991, non avranno redatto, sulla base di tutte le ulteriori osservazioni che nuovamente potranno essere inviate, i due strumenti fondamentali della governance del Parco: il Regolamento e il Piano del Parco, con la zonizzazione definitiva.
Per inciso: in questa fase, dilapidare quest’ulteriore tempo, che è stato dato proprio per affinare la proposta, in un’opposizione “a prescindere”, piuttosto che lavorare con pazienza e attenzione, Comune per Comune, sulle criticità puntuali (individuando le singole realtà imprenditoriali, in particolare le aziende agricole, che potrebbero subire danno da norme inibenti le possibilità di incremento), per evitare a priori l’insorgenza di conflitti, sembra a noi una rinuncia, molto discutibile, all’esercizio responsabile dei propri diritti e, da parte dei Comuni, una colpevole negligenza. Rinuncia e negligenza che aprono ad un rischio concreto: che la proposta che l’ARTA, alla fine della fase in corso e previo un proprio lavoro di analisi e sintesi, invierà al Ministero per l’emanazione del decreto istitutivo possa rivelarsi meno precisa e dettagliata di quanto avrebbe potuto essere con una maggiore collaborazione da parte degli enti locali. E questo potrebbe dar luogo – nel periodo di vigenza delle norme di salvaguardia – a possibili difficoltà e conflitti. Individuare con precisione fin da ora eventuali punti critici in ordine ad attività esistenti, e proporne l’estrapolazione dalle zone direttamente pianificate dal Parco, riconducendole alla pianificazione ordinaria, significherebbe evitare in un futuro prossimo possibili problemi a qualche azienda.
Resta comunque il fatto che, dopo l’emanazione del decreto istitutivo, toccherà proprio alla Comunità del Parco, con il Consiglio Direttivo, raccogliere e valutare le osservazioni che potranno essere nuovamente avanzate per arrivare sia ad una zonizzazione condivisa che alla redazione del Regolamento e del Piano. Dunque, è assolutamente centrale, in ogni fase della formazione del Parco, il ruolo delle comunità locali. Il soggetto principale è sempre la Comunità del Parco, che di fatto rappresenta, nella sua totalità, il territorio, essendo composta da un rappresentante della regione, i presidenti delle province e tutti i sindaci. Il Regolamento ha un ambito molto ampio e circostanziato (art. 11, c.2: tipologia e modalità di costruzione di opere e manufatti; svolgimento delle attività artigianali, commerciali, di servizio e agro-silvo-pastorali; soggiorno e circolazione del pubblico; svolgimento di attività sportive, ricreative ed educative, di ricerca scientifica e biosanitaria; emissioni sonore, luminose o di altro genere; attività da affidare a interventi di occupazione giovanile, di volontariato,con particolare riferimento alle comunità terapeutiche, e al servizio civile alternativo; accessibilità nel territorio del parco). Ed è riconosciuta al Regolamento anche la facoltà di prevedere motivate deroghe ai divieti generali previsti dalla stessa legge. Quanto al Piano – una sorta di vero e proprio piano regolatore -, elaborato dal Consiglio Direttivo del Parco e dalla Comunità del Parco, disciplina una quantità di contenuti (art. 12), fra cui anche “l’organizzazione generale del territorio e la sua articolazione in aree o parti caratterizzate da forme differenziate di uso, godimento e tutela” nonché “vincoli, destinazioni di uso pubblico o privato e norme di attuazione relative, con riferimento alle varie aree o parti del parco”. Infine, al processo partecipativo previsto per la formazione e la pianificazione, riscontro una ancor più accentuata connotazione partecipativa nell’ambito della gestione; perché è affidata in toto alla Comunità del Parco (con il parere vincolante del Consiglio direttivo) la redazione dello strumento gestionale, cioè il Piano pluriennale economico e sociale (art. 14), con l’individuazione dei “soggetti chiamati alla realizzazione degli interventi previsti eventualmente anche attraverso accordi di programma”, prevedendo anche un vasto ambito di intervento (“la concessione di sovvenzioni a privati ed enti locali, la predisposizione di attrezzature, impianti di depurazione e risparmio energetico, servizi ed impianti di carattere turistico- naturalistico (….), l’agevolazione o la promozione, anche in forme cooperativa, di attività tradizionali artigianali…ecc.ecc”.).
Allora, è davvero realistico parlare di “parco calato dall’alto”, privo di confronto con il territorio?
Il parco è un appesantimento burocratico dell’iter autorizzativo, aggiungendosi la necessità dell’autorizzazione del parco agli adempimenti già in vigore.
Anche qui, risponde la normativa (L. 394/91 art. 12 c. 7). Una volta approvato il Piano del parco, esso “ha effetto di dichiarazione di pubblico generale interesse e di urgenza e di indifferibilità per gi interventi in esso previsti, e sostituisce ad ogni livello i piani paesistici, i piani territoriali o urbanistici, e ogni altro strumento di pianificazione”. In soldoni: per ogni intervento soggetto ad autorizzazione, invece di dover collazionare, incrociando le dita, una serie di nullaosta da una pluralità di parrocchie, sarà sufficiente presentare la pratica al parco. Punto. In più, la pluralità di aspetti disciplinati dal regolamento (si ribadisce: redatto dalla Comunità del Parco, non calato dall’alto) fornisce un quadro di regole certe, che orienta e velocizza la redazione dei progetti.
I parchi non funzionano, vedi il Parco dell’Etna.
La seconda asserzione è vera, la prima no. Non funzionano i nostri parchi regionali; funzionano benissimo i parchi nazionali, come sa chiunque abbia visitato il Parco del Gran Paradiso, o quello d‘Abruzzo, o quello delle Dolomiti Bellunesi o quello dei Monti Sibillini, dove il parco è stato, e continua ad essere, il motore di uno sviluppo prima impensabile. Funzionano per tanti motivi; perché destinatari di più ampie forme di sostegno; perché agli Enti territoriali rappresentati dalla Comunità del Parco viene riconosciuto un grado maggiore di autodeterminazione; perché la nomina del Direttore del Parco, che è la figura chiave su cui si impernia il funzionamento dell’Ente Parco e a cui fa capo il raccordo operativo, è ministeriale, cioè sottratta all’appartenenza politica di ambito locale, e frutto di selezione (scaturisce da un apposito albo istituito presso il Ministero, e formato previa selezione pubblica in base a requisiti di competenza specifica e titoli professionali); e soprattutto perché la regolamentazione, la pianificazione e la gestione del parco sono frutto del lavoro condiviso delle comunità locali, facenti parte della Comunità del Parco. Il parco nazionale è dunque un altro mondo rispetto ai parchi regionali che conosciamo.
Il Parco rappresenta un ulteriore vincolo imposto ad un territorio su cui già grava una serie vincoli paesaggistici, archeologici, idrogeologici, naturalistici, con l’effetto di penalizzare pesantemente le possibilità di sviluppo, soprattutto per quanto riguarda le aziende agricole, private della possibilità di edificare nuove strutture, e le attività estrattive.
In realtà, sulla base della proposta ad oggi elaborata, il Parco non fa che recepire i vincoli già esistenti, senza imporne altri. Ma, in ogni caso, la potestà esclusiva di pianificazione del Parco (che, ricordiamo ancora, è in capo prima di tutto alla Comunità del Parco) riguarderà le zone a, b e c. Invece, nelle zone che saranno identificate come d – cioè quelle più significativamente interessate dalle attività antropiche – permangono le pianificazioni esistenti (che, peraltro, rispondono già a criteri di tutela, dal momento che tutte le pianificazioni esistenti – nel caso specifico, piani regolatori e piano cave- sono, o dovranno essere, adeguate al piano paesaggistico). Per salvaguardare la possibilità di sviluppo e/o di continuità di esercizio delle attività produttive menzionate, sarà sufficiente che i Comuni propongano, auspicabilmente in questa fase (o, nel peggiore dei casi, quando la Comunità del Parco, dopo il decreto istitutivo e nella vigenza delle norme di salvaguardia, porrà mano alla zonizzazione definitiva), che le aree interessate da aziende agricole o dalle attività estrattive previste dal piano cave siano classificate come zona d, individuandole puntualmente.
I finanziamenti statali destinati ai parchi nazionali hanno subito un progressivo decremento nel corso degli anni.
Vero; ma solo fino all’anno scorso. Oggi, sulla scia della conversione in atto, su scala europea, del sistema produttivo verso la green economy, la situazione è completamente diversa. Intanto, nel 2019, il Ministero ha disposto per i parchi nazionali il trasferimento di 93 ml d Euro (fonte: ARTA) destinati a investimenti, e il ministro Costa ha già annunciato (incontro a Pantelleria del 3 agosto scorso) una somma analoga per l’anno in corso. Inoltre, la legge 241/2019 ha istituito le cd. ZEA, Zone Economiche Ambientali, coincidenti con i territori dei parchi nazionali, e prevede, attraverso incentivi e fiscalità di vantaggio, considerevoli forme di sostegno alle imprese, nuove o già esistenti, che in quei territori ricadono e che avviano o proseguono un programma di attivita’ economiche imprenditoriali o di investimenti ispirati alla sostenibilità ambientale, al fine di “favorire in tali aree investimenti orientati al contrasto ai cambiamenti climatici, all’efficientamento energetico, all’economia circolare, alla protezione della biodiversita’ e alla coesione sociale e territoriale e di supportare la cittadinanza attiva di coloro che vi risiedono” (art. 4 ter). L’anno scorso, nella sua prima applicazione, la legge è stata finanziata con una prima tranche di 20 ml di euro, prevedendo per il triennio 2020-2022 una dotazione finanziaria di 60 ml di euro. Dunque, dire no al Parco e chiedere di tornare indietro significa assumersi la responsabilità di privare, da subito, il territorio di finanziamenti consistenti, in un tempo in cui ogni risorsa è preziosa come mai prima. Di questo, è bene che tutti i sostenitori, con vari gradi e distinguo, del no al Parco, siano perfettamente consapevoli.
La proposta presentata è priva di cartografie adeguate
Risulta (fonte: ARTA) che a tutti Comuni siano state trasmesse, proprio perché servissero da base per le osservazioni (cioè potessero essere individuate e segnalate in maniera puntuale le eventuali criticità), le cartografie relative alla zonizzazione proposta in formato GIS, da utilizzare e fornire nel corso degli incontri di cui i Sindaci avrebbero dovuto farsi promotori con tutti gli stakeholders del proprio territorio.
La proposta presentata è priva del Piano di gestione economico – finanziario
Come è già stato detto, questo specifico piano non può far parte della proposta istitutiva; perché la L. 394/1991 (art. 14) assegna proprio alla Comunità del Parco il compito di elaborare, entro un anno dalla sua costituzione, un piano pluriennale economico e sociale, sottoposto al parere vincolante del Consiglio Direttivo, prevedendo anche in questo caso un ampio ventaglio di competenze.
Sono queste le ragioni che ci inducono a ribadire con forza che l’Istituzione del Parco degli Iblei costituisce una preziosa opportunità per il futuro della nostra comunità. L’esperienza di molti Parchi nazionali ci dice che le titubanze e le resistenze che sempre accompagnano l’adozione di questi strumenti cedono il passo nel tempo ad atteggiamenti collaborativi e al gradimento per gli effetti virtuosi che le misure adottate producono a beneficio di tutti i portatori di interesse. Fermarsi adesso sarebbe una scelta miope e controtempo: noi vogliamo guardare al futuro e non rimanere ancorati agli errori del passato.

Commenti recenti