L’assenza del Consiglio Comunale rappresenta un vuoto di democrazia? Per la nostra intervista multipla oggi è la volta di Roberto Fai, Collegio Siciliano di Filosofia

Senza Consiglio Comunale questa città, oggi, viene veramente penalizzata? E come, quanto, in cosa?

È evidente a tutti che i sistemi democratici si reggono su “contrappesi” istituzionali che non solo garantiscono la dialettica tra le diverse “parti” politiche, ma in tal modo assicurano quella trasparenza informativa sulle diverse proposte che amministratori e partiti intendono dare alla soluzione dei problemi dei territori, consentendo peraltro il formarsi consapevole dell’opinione pubblica. Da qui, è evidente riconoscere che lo scioglimento o il venir meno del Consiglio comunale – di là dalle cause, atti e norme che lo hanno determinato – apre un problema sia amministrativo che politico. Senza dubbio non di “illegittimità” degli Organi di governo che permangono, altrimenti se ne dovrebbe dedurre che le norme regionali che lo hanno consentito sarebbero contra legem: certamente possono essere “viziate” o sconclusionate, ma non illegittime.

Secondo alcuni potrebbe invece dimostrarsi (almeno in certe situazioni) un bene, un vantaggio, un risparmio economico. Una opportunità per svincolarsi da lacci e laccetti, inutili dibattiti, procedure e condizionamenti da partiti se non da  singoli consiglieri per velocizzare procedure e realizzare programmi. Lo ritiene possibile?

Ritenere che il venir meno di un presidio di democrazia e pluralismo politico – come il Consiglio comunale – possa rappresentare un “risparmio economico” o una liberazione da “lacci e lacciuoli”, risponde, purtroppo, a una tendenza che le culture populiste hanno alimentato in questi decenni. Ciò è solo un esempio del prevalere di “ideologie della crisi”.

I consiglieri comunali sono vittime di una Legge sbagliata, di un complotto o di ignoranza? Dato che lo scioglimento è una eventualità prevista e regolamentata dalla Legge, perché non accettarlo come conseguenza naturale di una libera scelta invece di gridare allo scandalo e cercare scorciatoie, è corretto e  logico cercare di tornare indietro? Era, almeno questo, un C.C. da rimpiangere?

Nessun complotto, trattandosi di una norma regionale preesistente. Di certo si è affermata una profonda ignoranza all’interno della maggioranza dei consiglieri, dal momento che lo scioglimento del C. C. è stato l’esito conseguente di una norma regionale, a seguito della “decisione” presa nel voto sull’approvazione o meno del Bilancio consuntivo del 2018. Il ricorso di una parte dei consiglieri comunali contro gli effetti dello scioglimento dell’Organo è ascrivibile al prevalere di quella sorta di “via giudiziaria” che è la faccia speculare di una condizione di profonda crisi della “politica” che viviamo a Siracusa, e altrove, da parecchio tempo. Non mi pare che dal luglio 2018 il Consiglio comunale – sia nelle componenti di opposizione alla Giunta che di maggioranza (tranne rare eccezione) – sia stato capace di esprimere nel rapporto con l’opinione pubblica una “sfida” politico-amministrativa significativa e tale da rappresentare un riferimento strategico alto.

Le reiterate richieste al sindaco di dimissioni, gli appellativi a lui rivolti (Podestà, Monarca, Un uomo solo al comando …) addirittura il ricorso legale avanzato da alcuni consiglieri rappresentano azioni obiettive ed opportune? Gli autori le avrebbero poste ugualmente se invece di questo sindaco ci sarebbe stato un loro rappresentante? Potrebbe sembrare un ulteriore colpo di coda di chi battuto dalle elezioni, dai ricorsi, dalle sentenze, non vuole arrendersi né accettare le ragioni di una sconfitta? Il sindaco Italia sta approfittando di questa opportunità o cercherà un reale e proficuo confronto con la Città? Meglio che si dimetta?

Il ricorso a categorie fuori luogo, o ascrivibili ad altri contesti storico-politici – Podestà, Monarca, “uomo solo al comando”, ecc. – rivolte al Sindaco, fanno parte del campionario di un declino del “linguaggio” politico e sono segno di una profonda povertà culturale e “narrativa”, anch’essa ascrivibile al clima improduttivo dell’attuale fase politica che stiamo vivendo. Ripeto, il Sindaco non s’è trovato di fronte a una condizione di “illegalità” o illegittimità del suo ruolo. Semmai, grazie al venir meno di un C.C. in cui era quasi sempre in minoranza, s’è trovato di fronte a una condizione “amministrativa” che gli consente una maggiore accelerazione decisionale – dovendo sottoporre le delibere principali al Commissario regionale. Ma al tempo stesso, di fronte ad un’inedita condizione “istituzionale” che richiederebbe, da parte sua (e della Giunta), la capacità “politica” di saper costruire con l’opinione pubblica – corpi sociali, forze intermedie, organi professionali, ecc. – una dialettica produttiva, al fine di arricchire il tema di un “governo democratico”, specialmente a partire da questa fase segnata dal Covid e dalle opportunità che il “post-Covid” potrà determinare per una strategia di progetti di modernizzazione civile e sociale della città, sulla base di risorse finanziarie che dall’U.E. e dai Governi naz. e reg. arriveranno. Questo è il vero tema della politica a partire da questi mesi.

 Spesso il Consiglio Comunale, da più parti, è stato accusato di non lavorare, di essere costituito da incapaci o ignoranti, di sprecare soldi pubblici (le tristi vicende dei gettoni di presenza finite sulle cronache giudiziarie e dello spettacolo). Ora è diventato improvvisamente l’unico baluardo a difesa della democrazia? È così? Si può partecipare e contribuire alla gestione amministrativa e politica di una città anche senza Consiglio Comunale? In che modo? Le Leggi e lo Statuto Comunale consentono la possibilità della partecipazione dal basso, sarà sufficiente? Quale forma, tra quelle proposte in questi giorni, o da proporre, le appare più valida?

Siamo tutti – Sindaco, partiti, forze sociali e culturali, ecc. – di fronte a una fase inedita non solo per il venir meno del Consiglio comunale, bensì per le conseguenze dell’azione e della fase catastrofica aperta dal Virus. Spero lo si capisca. O cogliamo tutti la necessità di un radicale “passaggio di fase” – d’altra parte, non è proprio questo il significato letterale della parola “catastrofe”? –, che richiede di elevare il livello della “sfida” politica (aperta, libera, competente, progettuale, ecc., vivificandola a stretto contatto con l’opinione pubblica, o altrimenti i segni di un “declino” di Siracusa e della nostra provincia rischiano di essere alle porte. Per queste ragioni ho auspicato l’avvio di una larga fase “Costituente” che rimetta al centro la politica come ambito decisivo di governo produttivo della città, del suo territorio, del suo “distretto” provinciale.        L’urgenza non scaturisce semplicemente dal quadro di impoverimento democratico e di plurale coinvolgimento, determinato dal “vuoto” del Consiglio comunale, bensì da ragioni più profonde che scandiscono da tempo la stessa crisi della “dimensione democratica” di città e Istituzioni, sino a quel senso di frustrazione che pervade oramai un’opinione pubblica che, nel corso di questo decennio, è stata catturata dal principio «uno vale uno», dietro l’illusione ideologica di una democrazia immediata e “diretta”. Certo, inevitabile effetto di una reazione ostile dettata dalle pessime prove offerte dal “Palazzo” in questi ultimi decenni. Ma è poi vero che la “forma rappresentativa” della democrazia trova un ulteriore punto di precipitazione anche nella crisi di “legittimazione” dei partiti politici e nella fine di una seria selezione del ceto dirigente, a seguito di quelle dinamiche globali che hanno inevitabilmente indebolito la “sovranità” nazionale a discapito di un dominio finanziario “oltre lo Stato”. Forse, oggi si può capire che per l’Italia «l’Europa politica è il nostro destino». Che lo scarto, lo iato, tra Istituzioni e “popolo”,  Élite e cittadini – magari vi fossero davvero delle autorevoli Élite? – possa essere risollevato attraverso ireniche ipotesi di una “democrazia del sorteggio”, sì da impegnare categorie e fasce sociali casualmente e di volta in volta scelte a sorte nelle “deliberazioni” delle questioni prioritarie di una comunità, oltre ad apparire solo un patetico vagheggiamento di un’inesistente “polis” degli antichi – come se nel frattempo non ci fosse stato, nel primo ‘900, Max Weber a dirci che il plesso “sapere/potere” avrebbe segnato il “destino” dell’epoca –, sembrano non cogliere l’intreccio di complessità che, in special modo negli ultimi decenni, è venuto scandendo funzioni e attività di governo e i fili di una intricato intreccio tra specialismi “tecnici” e ambiti delle “decisioni” politico-istituzionali. Ecco che l’unica via percorribile diviene così l’apertura, libera ed aperta di una “Costituente democratica” che rimetta in gioco e in relazione il corpo sociale della città. C’è da augurarsi che il PD riesca a rinvigorire la sua azione dopo quasi un decennio di strutturale debolezza ed esasperate divisioni, ma l’auspicio è che tutte le “parti” politiche sappiano lanciare una “sfida reciproca” per il bene di Siracusa.                                         

 

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