Stroncato senza appello il ddl di riforma per i beni culturali siciliani

Un fronte compatto contro il disegno di legge in discussione all’Ars che vorrebbe modificare le norme che disciplinano tutela salvaguardia e valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico siciliano. Lo costituiscono un gran numero di associazioni e movimenti sempre in prima linea in questo campo come in quello della difesa dei beni comuni; ne abbiamo contato ben 22, insieme a docenti universitari e agli Ordini degli Architetti di Palermo e Catania, promotori di un appello per il ritiro del ddl che ha raccolto nella regione quasi 5mila adesioni.
Si sono tutti ritrovati insieme l’11 giugno scorso a Palermo per partecipare a una conferenza, organizzata dalla storica dell’arte e giornalista Silvia Mazza. “Un lavoro lungo e paziente per preparare non separatamente, e quindi da una posizione più debole, la “resistenza” nei confronti di una proposta che va respinta in toto perché quintessenza dell’ignoranza delle norme nazionali e regionali che disciplinano il settore” commenta Silvia Mazza.
I 56 articoli di una “riforma” giudicata incostituzionale, che mira a “esautorare le soprintendenze e a mettere fuori gioco la tutela paesaggistica”, hanno quale primo firmatario l’onorevole Luca Sammartino di Italia Viva e dietro di lui i deputati di tutti gli schieramenti, tranne quelli del M5S e Claudio Fava che, più compiutamente informato, ha pensato bene di ritirare la propria firma (come ha anche poi fatto, il 19 maggio, Giuseppe Lupo, capogruppo PD).

Cosa non va nel disegno di legge?

Come abbiamo tutti concordato nel corso dell’incontro, il ddl non tocca nessuno dei problemi chiave che rischiano a breve termine di paralizzare il Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana: i massicci pensionamenti senza turn over, la mortificazione delle competenze specialistiche, la cronica mancanza di risorse finanziarie e le irrazionali misure di contrazione della spesa. Né tanto meno definisce una chiara governance per quello che dovrebbe essere il fiore all’occhiello della politica culturale del Governo: i parchi archeologici. In compenso, prevede per questi ultimi che il trattamento economico per un direttore esterno all’amministrazione sia a carico del bilancio del Parco. Cioè, un direttore che debba promuovere delle attività culturali col pungolo della necessità di assicurarsi uno stipendio! Mi sembra che di banchetti e concerti rock ce ne sono stati già fin troppi nei siti del patrimonio culturale siciliano.
Pericolosissimo è anche il trasferimento dell’autorizzazione sui progetti degli interventi ricadenti all’interno del perimetro del parco dalla Soprintendenza al Consiglio di Amministrazione dei Parchi, organo di gestione, non in grado, per la qualità della sua composizione, di esprimere un “parere tecnico”. Manca, tra il resto, un indispensabile coordinamento inter-assessoriale, perché le politiche culturali non possono che avere una portata di sistema, e i beni culturali andrebbero sempre raccordati in un quadro unitario di progetto, intersecati con gli orientamenti programmatici di altre politiche (infrastrutture, pianificazione, lavori pubblici, tutela dell’ambiente, turismo, formazione e economia, perché ogni politica culturale implica una politica economica).
Sembra, infine, un tecnicismo e, invece, è la chiave di tutto: serve implementare e sistematizzare le tre banche dati esistenti perché la conoscenza della consistenza del patrimonio è premessa di qualsiasi azione, dal suo studio alla conservazione alla valorizzazione. E l’elenco è ancora per difetto.

L’incontro ha visto numerosi interventi di qualità ma non ha partecipato, sebbene invitato, l’assessore regionale ai Beni Culturali Alberto Samonà. Qual è il vostro suggerimento per lui? Di riformare il ddl o di metterci sopra una pietra tombale?

Nessun emendamento è possibile: ne sono stati presentati 500! Abbiamo bocciato il ddl su tutta la linea e la nostra richiesta è che sia ritirato. Ma non ci siamo fermati a questo. L’incontro a Palermo ci ha dato la possibilità di capitalizzare tutte le osservazioni e riflessioni per produrre un documento propositivo, col contributo di tutte le voci intervenute (e di molti altri), per una riforma legislativa che muovendo dalla Sicilia, con l’apporto di chi opera nello Stato, ridia un senso alla competenza legislativa primaria di cui gode la Regione autonoma. Grazie a un’iniziativa dal basso come quella avviata a Palermo, la Sicilia, già laboratorio politico di esperienze da trasferire poi a livello nazionale, si impegna a farsi “laboratorio legislativo” che sia all’altezza dei legislatori regionali che, con le lungimiranti leggi degli anni ’77 e ’80, costruirono un innovativo sistema di tutela parallelo a quello dello Stato.

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