Le carceri, bomba ad orologeria: nel passato il decentramento della sanità

 

Sul problema specifico delle carceri in tempo di CoronaV è di recente intervenuta l’organizzazione mondiale della sanità emanando linee guida illuminanti, quindi preoccupanti. Fra le altre cose viene sottolineato che: “Le persone private della libertà, come le persone in prigione, sono probabilmente più vulnerabili a varie malattie e condizioni. Il fatto stesso di essere privati della libertà implica, generalmente, che le persone nelle carceri e in altri luoghi di detenzione vivano in stretta vicinanza l’una con l’altra, il che potrebbe comportare un aumento del rischio di trasmissione da persona a persona e di goccioline di agenti patogeni come COVID19. Oltre alle caratteristiche demografiche, le persone nelle carceri hanno in genere un maggiore carico di malattie e condizioni di salute peggiori rispetto alla popolazione generale e spesso affrontano una maggiore esposizione a rischi come fumo, scarsa igiene e debole difesa immunitaria a causa di stress, cattiva alimentazione, o prevalenza di malattie coesistenti, come virus trasmessi dal sangue, tubercolosi e disturbi da uso di sostanze stupefacenti”. 

Il documento è molto ampio, ma bastano questi passaggi a far capire che mai come ora le carceri possono essere una bomba ad orologeria.

Occorre quindi, prosegue il documento: “Proteggere la salute e il benessere delle persone detenute nelle carceri e altri ambienti chiusi, e di coloro che vi lavorano (custodia, assistenza sanitaria e altro personale) e persone che visitano carceri e altri luoghi di detenzione (visitatori legali, familiari e amici di prigionieri, ecc.);

Sostenere il funzionamento sicuro e continuo delle carceri e di altre strutture di detenzione;

Ridurre il rischio di epidemie che potrebbero comportare una forte domanda di servizi sanitari nelle carceri e nella comunità;

Ridurre la probabilità che COVID-19 si diffonda nelle carceri e in altri luoghi di detenzione e da tali contesti nella comunità;

Garantire che le esigenze delle carceri e delle altre strutture di detenzione siano prese in considerazione nella pianificazione sanitaria e di emergenza nazionale e locale”.

Questa situazione viene affrontata con la mancanza di un sistema sanitario penitenziario nazionale. Storicamente l’amministrazione penitenziaria aveva un proprio servizio sanitario che, con le sue pecche e le sue incrostazioni, aveva il pregio di un sistema unitario e coerente. A partire dal 2008 vi è stato il graduale passaggio alle Asl/Asp con la conseguenza che adesso ci sono 101 sistemi sanitari o tante quante sono le Asl/Asp. Il livello di assistenza che ne è conseguito dipende dal livello della singola provincia.

Sembra di poter dire in generale che vi sia stato un peggioramento (l’obiettivo della riforma era ovviamente quello opposto) e per limitarmi alla mie esperienze concrete del rapporto con la ASP di Siracusa, protrattosi fino ai primissimi mesi dell’anno scorso, non posso dire granché bene.

La cosa che più mi colpiva era data dalle non risposte. Ho mandato per anni mail su mail senza riscontro. Le riunioni poi avevano il seguente andamento: grandi sorrisi, pacche sulle spalle, assicurazioni, attestazioni di stima, a cui seguiva il nulla operativo. Devo aggiungere che mi è capitato di confrontarmi con ottimi dirigenti intermedi e grandi professionalità, nel settore sanitario e in quello amministrativo.

Ma nell’apparato, nel vertice (ma la mia esperienza è con quello precedente) ho riscontrato noncuranza. Non mi stupì, e lo raccontai agli amici de La Civetta, che il manager uscente, nel suo saluto di commiato citò tutti i servizi della ASP, financo quelli più periferici e minori, tranne quello penitenziario.

Circa la Asp di Enna con la quale oggi mi confronto sospendo il giudizio.

In una recente nota ho richiesto:

  1. Un monitoraggio dell’attuazione del protocollo unico emanato dall’assessorato alla sanità per la prevenzione del contagio da CoronaV
  2. Una valutazione del rischio specifico relativo all’istituto;
  3. La pianificazione e l’urgente svolgimento di attività di formazione per il personale;
  4. La fornitura di quanto necessario, come da richiesta del medico referente per l’effettiva messa in funzione della tenda pretriage (i DPI)
  5. Voler valutare, visti i particolari fattori di rischio, evidenziati da ultimo nelle linee guida dell’OMS la possibilità di effettuare i tamponi al personale operante presso questo istituto, e di ripeterli periodicamente per tutto il periodo dell’emergenza.

Mi auguro che, pur nella generale difficoltà del momento, queste richieste vengano prese in considerazione in tempi brevi.

All’interno delle carceri, si è ovviato, almeno in parte, alla necessaria sospensione delle attività risocializzanti e dei colloqui visivi, con un aumento delle telefonate e dei video colloqui. Gli sforzi, nel breve periodo stanno producendo buoni effetti, anche perché i detenuti, nella loro generalità, hanno capito che c’è il massimo impegno per attenuare il loro disagio. Si sta cercando di “spostare” in modalità on line attività quali quelle scolastiche, ma non è semplice, stiamo cercando di attrezzarci. Non è facile fra l’altro operare questi sforzi, in un momento in cui parte del personale lavora in smart working e l’organizzazione da remoto, repentina anch’essa, non è semplice.

A livello normativo il decreto legge 18 (l’ultimo) ha ampliato la possibilità di ammettere i detenuti che scontano gli ultimi diciotto mesi alla cosiddetta detenzione domiciliare.

Parlare di questa misura come “svuota carceri” è pericoloso, perché crea eccessive aspettative da parte dei detenuti; è inoltre sbagliato perché sono comunque esclusi parecchi reati, e l’ammissione è subordinata alla dotazione del braccialetto elettronico, dispositivi in via di fornitura. Inoltre, come osserva in un comunicato di ieri il garante nazionale per le persone private della libertà, “giungono frequenti notizie dell’incidenza che l’assenza o l’inidoneità del domicilio proposto dalle singole persone detenute stia di fatto falcidiando le domande di detenzione domiciliare, che pure avevano superato tutti gli altri ostacoli posti dall’articolo 123 del decreto-legge n. 18/2020. Non sfugge a nessuno che ciò non abbia nulla a che fare con la pericolosità del richiedente o con la sua condotta, bensì con la sua solidità o fragilità sociale ed economica”.

Diversi osservatori in sostanza ritengono questa misura utile ma non sufficiente e propongono che in sede di conversione del decreto legge, essa sia ampliata, e che ne vengano aggiunte altre, per salvaguardare al massimo i detenuti affetti da gravi problemi di salute, e per ottenere l’effetto deflattivo.

Va detto che, l’emergenza ha colpito un sistema penitenziario già in affanno e in un momento in cui si ripresentava l’endemico (è il caso di usare questa espressione) sovraffollamento.

Passata l’emergenza occorrerebbe riprendere il tema delle riforme strutturali, riprendendo la stagione delle riforme che caratterizzò la passata legislatura, e riprendendo il lavoro che con il ministro Orlando portò ad una grande elaborazione sul tema dell’esecuzione penale. Mancò poi il coraggio di portare a termine un progetto di riforma. Mancò, va detto, all’esecutivo Gentiloni, anche in ragione della allora imminente scadenza elettorale.

Poi venne il governo giallo-verde che la mise definitivamente nel cassetto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia, anche se si ripete. Va riletto in proposito il messaggio che il Presidente della Repubblica Napolitano inviò alle camere nell’ottobre del 2013, che conserva tutta la sua attualità.

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