Presente a Messina il codifensore di Carminati, quello di Mafia capitale, la intervistiamo. “La gente sbaglia quando crede che l’avvocato è l’alter ego dell’imputato”
La Civetta di Minerva, novembre 2019
Tra i difensori romani – ma ha origini calabresi – che a Messina seguono con attenzione il processo c’è Ippolita Naso, codifensore del consulente Gianluca De Micheli. Stranota per aver gestito Massimo Carminati. Sì, quello di Mafia capitale. Dunque, abituata alle indagini e ai processi dalla grande pressione mediatica e relativo eco.
Stranoto il suo scontro in tv con il giornalista Lirio Abbate. Si difese così: “Mi sono molto inalberata, perchè considero grave che Abbate abbia citato e dunque ascoltato una intercettazione tra me e il mio assistito. Abbate è un giornalista che si fa paladino della legalità ed eroe dell’antimafia, ma prima di ergersi a simbolo bisognerebbe iniziare col dare l’esempio in prima persona, rispettando la legge. Quindi, se lui conosce l’intercettazione che ha riferito – intercettazione che, secondo la legge, è coperta da segreto ed è assolutamente inutilizzabile e addirittura inascoltabile – ha agito in modo contrario al dettato normativo. Ecco, il suo è stato un bello scivolone, considerando che lui si sente baluardo della legalità ed è sempre pronto ad alzare il dito contro chi, invece, non rispetta la legge”.
E quel maligno seguito: “So di essere considerata l’avvocato del diavolo e non posso che presentarmi male agli occhi di molti. Purtroppo, c’è nell’opinione pubblica la falsa convinzione che l’avvocato sia una sorta di alter ego del proprio assistito o che sia a lui ideologicamente vicino. Io però faccio il mio lavoro con grande convinzione e grande passione, senza interessarmi di ciò che pensa la gente. Le faccio un esempio, prendendo spunto da Mafia Capitale. Noi difensori di Carminati abbiamo chiesto più di una volta la fissazione di un’udienza stralcio. Si tratta di un’udienza che si svolge in camera di consiglio in contraddittorio tra le parti, finalizzata all’individuazione delle intercettazioni utili al dibattimento e all’eliminazione fisica di tutte quelle non rilevanti a fini processuali, tra cui quelle tra difensore e assistito e soprattutto tutte le intercettazioni di natura personale, inutili al processo e dannose per la privacy ma le più ghiotte per la stampa. Il Gip, però, l’ha sempre negata.
Dopo la sentenza, il Procuratore Capo Giuseppe Pignatone in un’intervista ha detto che, comunque sia andata, «a Roma le mafie esistono». Che effetto le ha fatto?
Ho pensato che ci sia stato un fraintendimento sulla funzione di un tribunale. Mi spiego: ora tutti si comportano come se ci fosse il partito de “la mafia c’è” e quello del “la mafia non c’è”. Faccio notare, però, che la decima Sezione del Tribunale di Roma era chiamata a verificare se, nel caso di specie, vi fosse un’associazione di stampo mafioso tra quegli imputati e rispetto ai fatti contestati nell’indagine.
Quindi capire se a Roma ci sia la mafia non era parte del processo “Mafia capitale”?
Lo ripeto: un tribunale non si occupa di verificare fenomeni ma fatti concreti in relazione a determinati imputati. Per questo mi stupisco che sia il Procuratore stesso a dire che la mafia c’è: può darsi che ci siano infiltrazioni mafiose a Roma, ma si tratta di un discorso diverso, che non ha interessato il tribunale in questo caso specifico.
A proposito dell’impatto mediatico di questo processo, ha sentito la pressione di essere ormai per tutt’Italia l’avvocato di Carminati?
Figuriamoci, so di essere considerata l’avvocato del diavolo e non posso che presentarmi male agli occhi di molti. Purtroppo, c’è nell’opinione pubblica la falsa convinzione che l’avvocato sia una sorta di alter ego del proprio assistito o che sia a lui ideologicamente vicino. Io però faccio il mio lavoro con grande convinzione e grande passione, senza interessarmi di ciò che pensa la gente.
C’è un fraintendimento sul ruolo dell’avvocato?
Io credo si tratti di scarsa cultura della legalità, perché la gran parte dell’opinione pubblica non capisce che proprio l’avvocato è il tutore del processo. È chiaro che, da privata cittadina, io non abbia gioito al pensiero che, nella città in cui vivo, l’amministrazione comunale sia stata rappresentata anche da soggetti rimasti coinvolti nell’indagine. Da avvocato, però, il mio compito è quello di tutelare il cittadino, perché venga processato secondo le norme di legge, che si chiami Massimo Carminati o sia un Mario Rossi qualsiasi. Non è l’alter ego dell’imputato, l’avvocato tutela il cittadino perché sia giudicato secondo norme di legge”

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