Il governo di contratto è avvisato: ora comanda lui, forte del successo elettorale. Che nessuno nega. Ma che dovrebbe riguardare il fronte europeo. E che dovrebbe essere utilizzato con giudizio
La Civetta di Minerva, 1 giugno 2019
È incontenibile, nel suo delirio di onnipotenza, il leader sfascioleghista. Ironico: «Di Maio farà da argine? A me basta che il fiume non scorra in direzione ostinata e contraria». Dispotico: il cosiddetto decreto Sicurezza bis? Dovrà essere approvato in settimana! Dimissioni del viceministro Rixi, in caso di condanna? Non ci provino i pentastellati ad impuntarsi su tale richiesta! Non ci sarà un nuovo caso Siri. Non ci saranno altre dimissioni imposte dai grillini. Anzi il comandante leghista esprime gratitudine al sottosegretario indagato per corruzione: «L’ho chiamato per ringraziarlo del lavoro fatto per la flat tax». E preannuncia di vendicarlo imponendo l’approvazione immediata della flat tax. Il governo di contratto è avvisato: ora comanda lui, forte del successo elettorale. Che nessuno nega. Ma che dovrebbe riguardare il fronte europeo. E che dovrebbe essere utilizzato con giudizio in tale ambito.
Qualcuno gli chiede del prossimo vertice di maggioranza? Risponde che non vede l’ora. Precisa che sarà qui (scilicet: a Roma) sino a giovedì e che non ha preso impegni, aggiungendo: «Anzi, da tempo sollecitavo un incontro con gli alleati di governo finalmente con toni più pacati». Più pacati da parte dei pentastellati, ovviamente. Lui può permettersi di essere ancora più arrogante. E detta l’agenda: decreto Sicurezza, legge sull’Autonomia e TAV. Sulla TAV (sigla che consideriamo femminile in quanto riferita alla sottintesa ferrovia per il treno ad alta velocità) sfodera una baldanzosa sicurezza, sciorinando i numeri che più gli fanno comodo: «Se la democrazia ha un senso e se la Lega ha il 37% dei voti rispetto agli amici del M5s che hanno il 13% vuol dire che i piemontesi si sono espressi abbastanza chiaramente». In effetti in Piemonte erano per la TAV sia lo sconfitto Chiamparino che la lega; e i pentastellati hanno raggiunto un magro risultato; le elezioni europee possono essere lette, impropriamente, come una sorta di referendum piemontese. Per quel che vale. Ma la decisione, quale che essa possa essere, dovrebbe prescindere da tale risultato. Forse. Ciascuno giudichi come crede.
L’agenda che il comandante leghista pretende di dettare prevede anche una brusca accelerazione sulla flat tax. Per vendicare Siri e per soddisfare le attese dei suoi elettori, sedotti da quel tema allettante. Egli si dice impaziente di parlare di riforma fiscale. Un altro modo per ribadire che non vede l’ora di far mangiare un altro rospo a Di Maio e ai pentastellati. Li vuol calpestare. Umiliare. Devono rendersi conto che è lui che comanda. È un chiodo fisso, per lui, questa funzione di comando. E, forse illudendosi di poter proiettare e giocare anche su uno scenario europeo la sua posizione di uomo forte del consenso ricevuto in Italia, esibisce i muscoli anche nei confronti degli euroburosauri. Che sono insopportabili, ma che dovrebbero essere affrontati e neutralizzati in altro modo: con una intelligente e improcrastinabile proposta di riforma delle istituzioni europee. E con una strategia opportuna. Ma Salvini non è un Gandhi; è un elefante dentro un negozio di cristalleria. Non conosce i modi della diplomazia. Circola voce del prossimo arrivo di una lettera da Bruxelles (che sarà già arrivata quando questo quindicinale sarà in edicola)? La risposta è immediata, sprezzante e tagliente: «Se fosse alla vecchia maniera, con la richiesta di tagli, allora diremo no».
Lo spread torna sopra i 280 punti e l’asta dei bot è imminente. Ma il comandante non pensa a certe quisquilie. Né ha in mente strategie possibili per emanciparci dalle ritorsioni a suon di spread, come, ad esempio, l’internalizzazione di quella parte di debito in mani straniere (un terzo), manovra possibile in considerazione della notevole capienza dei risparmi italiani. Egli potrebbe e dovrebbe convincere gli italiani a comprare bot sino ad esaurimento delle scorte in mani straniere. Potrebbe e dovrebbe farlo in nome della solidarietà nazionale. Dovrebbe suggerire: «Mettiamo al primo posto gli interessi comuni degli italiani. Mettiamo al riparo da manovre speculative tutto il nostro debito, comprando quel terzo che è in mani di manovratori stranieri. Ci troveremo in una botte di ferro come il Giappone, che ha un debito doppio rispetto al nostro, ma che nessuno si sogna di ricattare a suon di spread. Ma non è da lui chiedere, persuadere, invitare… Forse si illude che basterà comandare agli speculatori e ai mercati di smetterla di giocare con lo spread.
Ci chiediamo se sia più adatto a svolgere la funzione di statista o quella di caporale di giornata. Forse dovrebbero chiederselo anche il PD e i pentastellati. Non è mai troppo tardi. Forse. Hanno già perso due occasioni. Ai tempi di Bersani e dopo le politiche del 4 marzo 2018. Ma forse i piddini non sono ancora sazi di popcorn e i pentastellati non si sono ancora stancati di prendere sberle o cicchettoni dal caporale.

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