Di Maio gongola per le nostre arance in Cina, che ne è il terzo produttore al mondo

“Tra qualche anno saranno loro ad esportarle in Italia”, commenta il prof. Giuseppe Barbera dell’Università di Palermo

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Venerdì 29 marzo nel corso di un incontro di Slow Food Siracusa, ospitato a Villa Reimann dal Consorzio Universitario Archimede, si è tra l’atro parlato di arance rosse con assaggio conclusivo di frutto fresco – precisamente di varietà Tarocco – e di marmellate e altri prodotti di trasformazione. Un kit di specialità selezionate dalla condotta lentinese di Slow Food per la serie d’iniziative che, tra febbraio e marzo, l’associazione ha dedicato in Sicilia a questo agrume.

Molto citate nelle cronache giornalistiche riguardanti le intese istituzionali tra Italia e Cina in occasione della recente visita del presidente Xi Jinping, le arance rosse siciliane e la possibilità di esportarle nella Repubblica popolare cinese sono da mesi spunto di reiterati annunci propagandistici governativi, nei quali si è distinto il vice premier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. Il quale, già il 6 novembre del 2018, aveva comunicato sulla sua pagina Facebook “Da oggi le nostre produzioni agricole potranno volare in Cina in aereo: una grande novità per le imprese non solo siciliane”.

Due mesi e mezzo dopo, il 23 gennaio 2019, allorché il ministro leghista delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio in missione a Pechino siglava il nuovo accordo sugli agrumi, prontamente Di Maio commentava tipo promo pubblicitario: “Anche durante il lavoro è sempre un piacere gustarsi una bella arancia siciliana, specialmente oggi che festeggiamo una grande vittoria del governo! (…) Prima, pensate, era vietato e le arance potevano arrivare in Cina solo in nave, facendo perdere un sacco di soldi ai nostri imprenditori che ora potranno portare il gusto delle nostre arance anche ai cittadini cinesi”.

Passano altri due mesi e arriva il presidente cinese in Italia. Nell’elenco dei 29 accordi commerciali e intese istituzionali siglati rispunta l’esportazione delle sanguigne arance sicule, e Di Maio non perde l’occasione per reiterare, imperturbabile e rigorosamente via Facebook, l’annuncio degli agrumi volanti: “Il 2 aprile a Pechino arrivano, per la prima volta, le arance siciliane trasportate via aereo”.

Che, puntualmente, in quella data non sono arrivate. Il quotidiano La Repubblica ha scritto che per il momento il trasporto aereo delle arance prevede costi ritenuti molto alti. Ma è difficile che rinunci a questa prospettiva la piattaforma di ecommerce Alibaba, numero uno in Cina, che ci lavora da due anni assieme al Distretto agrumi di Sicilia e con la collaborazione della Regione Sicilia, dell’Istituto nazionale per il commercio estero (ICE) e non ultimo del Ministero delle politiche agricole. Infatti, l’apertura del mercato cinese a questo settore agrumicolo italiano è stata avviata grazie al protocollo fitosanitario firmato dai due paesi nel 2017, ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, che intanto consentiva l’export via mare.

E lungo la Via della Seta marittima è finora arrivata in Cina la prima partita di arance rosse siciliane, di varietà Moro e Tarocco, sbarcata lo scorso 18 marzo nel porto Yangshan di Shangai da una nave salpata dal porto di Catania 45 giorni prima, il 5 febbraio festa della patrona cittadina Sant’Agata. I due container di 12 metri e dal peso di quasi 40 tonnellate di arance di un’azienda di Scordìa, hanno poi raggiunto Ningbo, città di millenaria fama commerciale, accolte con tanto di cerimonia inaugurale.

In tutto ciò decisamente non mancano aspetti singolari e perplessità. La Cina è il terzo paese produttore al mondo di arance (l’Italia molto distanziata è al nono posto) ed è la patria dell’arancio: Citrus sinensis, cioè cinese, il suo nome scientifico botanico. Ed è un errore ritenere che non produca pure arance rosse. “Le produce e l’Università dello Hunan ha da qualche anno in coltivazione varietà rosse, le chiamano Lido Blood Orange, introdotte dall’Italia. Quindi tra qualche anno è presumibile che saranno loro ad esportarle in Italia” – commenta il professore Giuseppe Barbera. Direttore del dipartimento di colture arboree dell’Università di Palermo, autore di numerose pubblicazioni scientifiche e responsabile di progetti nazionali e internazionali, Barbera sull’argomento non usa giri di parole: “è un mondo molto stupido e cieco quello che gioisce perché le arance in aereo, con relativi costi ambientali in termini di carbon miles, arrivano nel paese che per primo e di più le produce. Mentre per gli agrumicoltori siciliani e italiani, per quelli che si prendono cura dei paesaggi agrari più belli del mondo, si spendono solo chiacchiere”.

Nel comparto agrumicolo cinese la produzione di arance rosse ‘siciliane’ è nata dallo sviluppo delle prime piante da embrioni della cultivar Tarocco di Sicilia, frutto delle sperimentazioni delle ricerche del Citrus Research Institute of Chinese Accademy of Agricoltural Science iniziate una decina di anni fa. In particolare nel distretto di Wanzhou i terreni coltivati ad arancia rossa coprirebbero circa 8 mila ettari, in base ai dati che ricaviamo dalla lettura del Corriere Ortofrutticolo, il quale puntualizza che “per ragioni tecniche la qualità del prodotto per ora non è paragonabile a quella delle rosse siciliane”.

Ma bontà e rimarcati benefici salutistici non premiano gran parte dei produttori siciliani, di certo i piccoli agricoltori ai quali i commercianti all’ingrosso pagano cifre irrisorie. Quest’anno per il Tarocco si è trattato di 15-20 centesimi, e anche meno, al chilo; 25-35 centesimi la valutazione per il Moro, di cui se ne produce sempre meno analogamente al Sanguinello. Di contro nei mercati del nord Italia e all’estero le rosse siciliane si possono trovare in vendita a 3 euro e più al chilo.

Aumentano i piccoli produttori di arance che, non riuscendo a far fronte alle spese, cedono i propri terreni ai commercianti” – ci racconta Alfina Leone, titolare di un’azienda agricola nell’agro di Carlentini – “Terreni che mio padre cominciò a coltivare negli anni Cinquanta e che adesso gestisco con mio figlio. Se dovessi conferire le arance solo ai magazzini dei commercianti avrei già venduto anch’io i miei ettari di agrumi. Resistiamo perché riusciamo a differenziare la commercializzazione della produzione: parte di frutto fresco la diamo ai commercianti; parte la vendiamo direttamente noi nei settimanali mercati contadini a Siracusa e in quello di Slow Food a Lentini; un’altra parte ancora la spediamo a un Gas (Gruppo di acquisto solidale) del nord Italia. Inoltre una percentuale di arance la trasformiamo per le nostre marmellate di Moro e Tarocco che commercializziamo”.

Ai Gas e attraverso la vendita su Internet distribuisce le sue arance la Cooperativa Beppe Montana/Libera Terra, che a Belpasso e Lentini gestisce terreni espropriati dallo Stato alla mafia. Interessante anche la Rete Incampagna che riunisce alcune decine di produttori di arance ed altro delle province di Siracusa e di Catania. Andrea Valenziani, che ne è il coordinatore, ci dice “Esportiamo principalmente in alcune città italiane, a Parigi, in Belgio, in Polonia. Vendiamo a singoli, a gruppi di acquisto, a realtà aziendali che praticano sistemi di filiera minima che valorizzano il prodotto e chi lo ha prodotto, come nel caso delle nostre arance”.

Esperienze positive in un mercato e in una regione dove le contraddizioni non mancano. L’ennesimo esempio lo ha evidenziato la società catanese Oranfresh, specializzata in distributori automatici di spremuta d’arance che vende in una sessantina di paesi del mondo ma quasi per niente in Sicilia.

Il titolare Salvatore Torrisi ha proposto pubblicamente che la Regione obblighi Asl e scuole ad indire bandi di gara per introdurre negli ospedali e negli istituti scolastici macchine per le spremute fresche di arance coltivate in Sicilia, sia rosse che bionde. Perché, paradossalmente, ciò finora non avviene.

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