Il nuovo Parlamento Europeo dovrebbe essere investito dal compito di mettere in atto ogni strategia possibile per ottenere il varo di una vera Assemblea Costituente dell’Unione
La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019
Un compito immane incombe sul Parlamento Europeo che andrà ad essere eletto tra soli due mesi ma sino ad ora le forze politiche parlano d’altro. Salvini rilancia un suo argomento becero, utile solo a fare incetta di voti: la flat tax. Incostituzionale (poiché per la nostra Carta la tassazione deve essere progressiva). Irrazionale (poiché confligge con la situazione attuale, nella quale non possiamo permettercene i costi). Ingiusta (poiché costituirebbe un regalo per i ceti più ricchi, che ne trarrebbero il maggior vantaggio, e un danno per i più poveri, che sarebbero costretti a ricevere servizi pubblici depotenziati, mentre non possono permettersi il lusso di ricorrere a prestazioni private per sanità, scuola, ecc.). Delle tematiche squisitamente europee nessuno parla. I signori politici si limitano ad enunciare slogan: vogliono quasi tutti un’Europa diversa. Sì, ma quale? Come diversa? Alcuni di essi vogliono “più Europa”. Senza preoccuparsi di spiegare cosa significhi per loro tale espressione. Altri vogliono solo allentare i vincoli europei o magari un ritorno alla sovranità nazionale con uscita dall’Unione e dall’euro. Un ritorno al passato!
Bisogna reclamare a gran voce chiarezza e sincerità sugli intenti reali.
Ci dicano quale compito vogliano assegnare ai candidati che ci propongono di eleggere. Devono limitarsi a svolgere il loro ruolo di comparse in un parlatoio che non ha neanche l’iniziativa delle leggi? O devono assumere anche iniziative “fuori di chiave o di ruolo”? Per esempio, una serie di sedute permanenti (“occupazioni” pacifiche e di effetto mediatico) per rivendicare una vera Costituzione e per lanciare una nuova idea di Unione. Magari a geometria variabile.
I nostri lettori ricorderanno certamente che, dopo l’esperienza della bocciatura referendaria (2007 in Francia e nei Paesi Bassi) del testo di Costituzione esitato dalla Commissione guidata da Valéry Giscard d’Estaing,si ripiegò sull’idea di surrogare tale Costituzione con dei trattati (per aggirare l’ostacolo della volontà popolare). Ma tale strategia doveva valere provvisoriamente, giusto il tempo di far maturare nel popolo sovrano l’idea di poter appartenere ad una Unione che abbracciasse, proteggesse e rafforzasse, in un organismo democratico superiore e più vasto, le società democratiche nazionali. La democrazia doveva anzi essere la cifra distintiva e la precondizione della possibilità di appartenenza a quell’Unione.
Poi si realizzò l’allargamento ad Est, forse troppo frettolosamente e senza tenere nel giusto conto quella precondizione. E si pensò di realizzare la moneta unica, preceduta da un periodo di rodaggio, in cui le monete poterono oscillare entro limiti prestabiliti, e da quel momento la condizione dell’eurozona fu caratterizzata da vincoli quasi esclusivamente di politica economica: l’economia prese il sopravvento sulla democrazia. La Grecia fece carte false e l’Italia dovette stringere la cinghia e “pagare una tassa” per entrare sin dall’inizio nella zona euro. L’Inghilterra ne rimase fuori per scelta, limitandosi a far parte della UE, senza adottare la moneta unica; pur avendo, mediante la sua banca nazionale, una quota di possesso della BCE (istituto di emissione dell’euro). Situazione piuttosto anomala. Che fine farà quella quota in seguito alla brexit? È auspicabile che sia distribuita tra le altre banche nazionali degli Stati dell’Unione. Proporzionalmente.
L’estrema sintesi sopra riferita (necessariamente incompleta) serve a dare un’idea delle questioni oggi divenute ineludibili: a cominciare da un difetto di democrazia che va urgentemente colmato, dotando il Parlamento di un vero potere legislativo, che comprenda l’iniziativa delle leggi. Il PE non può limitarsi a discutere e ad approvare/modificare/respingere questioni proposte da un altro soggetto. Inoltre non devono esserci sovrapposizioni tra materie di competenza del Parlamento Europeo ed altre, da riservare ai legislatori nazionali e, ove esistenti, a quelli regionali. Il che significa che bisogna por mano ad un complesso lavoro di stesura di un testo costituzionale che tenga conto dei problemi sin qui emersi e che definisca esattamente le materie di competenza Europea, distinguendole rigorosamente da questioni affrontabili ad altro livello (nazionale e regionale). Significa anche prevedere una possibilità di consentire ai singoli Stati di scegliere il livello di integrazione: potrebbero convivere, in una UE articolata, Stati che condividano solo l’idea di appartenere ad un sistema europeo difensivo-militare e di sicurezza antiterroristica (alleati); altri Stati che potrebbero essere interessati solo ad un commercio e ad un sistema economico-monetario comune (soci); altri che potrebbero essere interessati ad entrambi i sistemi (soci ed alleati); ed altri ancora che intenderanno far parte a tutti gli effetti (anche legislativi, esecutivi e giudiziari) di una vera Unione, che però non dovrebbe occuparsi di tutto (e men che meno di pezzatura degli ortaggi o di norme sulla pesca, visto che poi tali norme, penalizzanti per i nostri pescatori italiani o greci, non possono in alcun modo essere imposte a pescherecci di vattelappesca, in transito sulle acque internazionali a poche miglia dalle nostre coste.
Per rilanciare la questione della rifondazione democratica e costituzionale dell’Unione (senza ripartire da zero e senza distruggere l’esistente) bisognerebbe che il PE eletto venisse investito (dalle forze politiche che ci chiedono il voto e da noi cittadini che voteremo) di un preciso compito: quello di mettere in atto ogni strategia possibile (civilmente accettabile anche se fuori dai protocolli ordinari) per ottenere il varo di una vera Assemblea Costituente dell’Unione. Non pletorica: basterebbero una novantina di componenti, da eleggere con apposite elezioni, alle quali ogni Stato potrebbe candidare i suoi più apprezzati professori di diritto costituzionale e di materie affini.
L’Europa “diversa” a cui tendere con decisione (senza buttare alle ortiche quella esistente, largamente imperfetta) forse dovrebbe ispirarsi in qualche modo all’esperianza dell’antica Roma, che vincolava a sé in vario modo i diversi popoli con cui veniva a contatto nella sua espansione. I quali erano soci o alleati e potevano poi aspirare ad ottenere la piena cittadinanza romana. Oggi della nostra Unione Europea fanno parte popoli che hanno avuto in regalo troppo prematuramente una condizione alla quale non erano forse preparati. Ed ora costituiscono zavorra, come l’Ungheria di Orbàn. Oggi abbiamo dei trattati che surrogano una Costituzione, ovvero una sorta di simil-Costituzione, imposta dall’alto ad alcuni popoli, concessa troppo a cuor leggero ad altri. Oggi abbiamo una moneta unica per un’eurozona che non è logicamente concepibile: non ha senso che all’interno dell’eurozona ci siano paradisi fiscali e furbastri che praticano il dumping fiscale o che lo abbiano praticato e poi siano addirittura diventati presidenti della Commissione. Oggi abbiamo un Parlamento dimidiato nelle prerogative ma dotato di una doppia sede; abbiamo qualche istituzione di troppo (Commissione; Consiglio dei ministri dell’Unione; Consiglio Europeo dei Capi di Stato); oggi non sono ripartite nel modo più collaudato e più funzionale le tre funzioni (legislativa, esecutiva e giudiziaria); non abbiamo una politica estera comune… Abbiamo una moneta unica ma sistemi fiscali diversi e imposizioni fiscali diverse. E con la moneta unica convivono forzatamente economie in competizione, senza che sia possibile per alcuna di esse svalutare per competere. E a chi ad libitum ignora le norme fissate sull’import-export non viene applicata alcuna sanzione. Un guazzabuglio! Abbiamo un Parlamento che andremo a rieleggere tra due mesi ma non abbiamo ancora un sistema elettorale uniforme. Era il lontano 1982 quando se ne discusse a Roma in un apposito convegno a cui si ebbe l’opportunità di partecipare, interloquendo con Giuseppe Petrilli e con Altiero Spinelli. Gli Atti di quel Convegno, editi dal Movimento Europeo, recano testimonianza dell’intervento di chi scrive alle pagine 128-131. Ma la questione cadde nel dimenticatoio.
La nuova moneta viene ancora emessa a debito, come le precedenti; cosa che continua ad indebitare strutturalmente i paesi già pesantemente gravati dal debito pubblico. Nessuno pretende ovviamente di poter far pagare i propri debiti pregressi ai cittadini di altri stati dell’Unione. Ma basterebbe modificare il sistema di emissione e questo già sarebbe un modo per alleviare il debito pubblico da una delle sue concause. Però nessuna forza politica lo dice o lo pensa. Forse nemmeno lo capisce. Salvini ci propone la flat tax come specchietto per allodole ed è probabile che molti abbocchino e gli diano il voto, così come molti lo votano per i suoi modi da duce redivivo. Il PD torna ad essere inclusivo e ci chiede i voti per aver finalmente cambiato il modo di porsi, ma di programmi relativi alla costruzione di una nuova Europa sino ad oggi non ce ne sono stati prospettati neanche da quel partito. I cinquestelle sembrano avere in serbo qualche mossa o qualche idea ma non si decidono a farne parola. E i pochi di essi che hanno parlato prima di arrivare al governo ciarlavano di uscita dall’euro e di roba simile. Come se tornare ad una moneta nazionale (magari emessa a debito come oggi l’euro e come in precedenza la lira) fosse il toccasana grazie al fatto di poter svalutare. Sai che guadagno!
Intanto la disuguaglianza cresce e con essa monta il malcontento. In Francia già sconfina nel ribellismo ad oltranza. Che è un sintomo da non sottovalutare ma costituisce una strategia violenta (inaccettabile) e perdente. Macron decide di sforare rispetto ai limiti imposti per pompare un po’ di risorse in più nella spesa e nelle retribuzioni. Ma non pensa a rivedere il sistema: solo ad elargire più briciole. Non basta. E l’Europa tace e fa la dura contro gli inglesi che se ne vanno. Farebbe bene a collaudare, con la brexit, modi civili e consensuali di uscita volontaria dall’Unione, poiché forse non sarà possibile tenere unita forzatamente tutta questa Unione mal realizzata. Forse bisognerebbe usare più elasticità di vedute e propiziare un sistema europeo a geometria variabile. Con una Unione politica, economica e monetaria al centro. Soprattutto autenticamente democratica. Ma lo vedete il banchiere Juncker nei panni di un padre della nuova Europa? E vedete in questa Europa il coronamento del sogno di Spinelli, Falorni e Rossi? Forse no.
E però alcuni strillano che ci vorrebbe più Europa. Ma che vadano a farsi f…ischiare!

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