L’amministrazione più rosa Augusta (anche vicesindaco e assessori), bene anche Solarino, Portopalo, Noto e Priolo, così così Avola, Sortino e Ferla. Maglia nera a Carlentini
La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019
Che cosa unisce una pedagogista come Anna Siemsen, nata in Vestfalia alla fine dell’Ottocento in una famiglia di pastori evangelici, all’erede ribelle di una facoltosa dinastia ebraica berlinese come Ursula Hirschmann, un’italo–tedesca che ha sempre sostenuto, come Brecht, di aver cambiato “più frontiere che scarpe”? Che cosa lega la giurista belga Eliane Vogel–Polsky, femminista degli anni Settanta specializzata in diritto del lavoro, all’ottocentesca Louise Weiss, autrice del più bel discorso finora pronunciato al Parlamento europeo? E cosa hanno in comune Sofia Corradi, la professoressa italiana che trenta anni fa ha dato il via al progetto Erasmus, e Fausta Deshormes, alta funzionaria della Commissione europea, con Simone Veil, ex deportata ad Auschwitz, magistrato, ministro alla Sanità in Francia? La risposta è una sola: l’Europa. Queste donne hanno infatti investito gran parte della loro esistenza nella costruzione di un’Europa unita e in pace, l’Europa del pensiero, delle idee, della visione e della realtà. E’ importante, anzi doveroso, in questo frangente, rendere omaggio all’impegno, troppo spesso misconosciuto, delle pioniere che insieme agli uomini hanno contribuito a rendere quest’Europa possibile.
Non meno importante è stato il contributo di figure relativamente meno note come Marga Klompé, l’unica donna eletta nell’Assemblea della CECA del 1952; Christiane Scrivener, diventata nel 1989 la prima commissaria alla fiscalità; Eliane Vogel–Polsky, l’avvocato che ha portato davanti alla Corte di giustizia la mancata applicazione dell’articolo 119 del Trattato di Roma sulla parità di salario tra i sessi; e ancora Fausta Deshormes La Valle, Katharina Focke, Colette Flesch, Sofia Corradi: ciascuna ha contribuito, in modo originale, a costruire l’Europa come la conosciamo e la viviamo oggi. O come vorremmo viverla. Non dobbiamo farci ingannare dal fatto che a Roma, il 25 marzo 1957, nessuna di queste donne, e neppure qualcun’altra, fosse presente alla firma dei Trattati. Come attestano da tempo i migliori studi e ricerche del genere, il contributo femminile al processo di unificazione è stato importante non solo dal punto di vista teorico e politico, ma anche nella costruzione affettiva e sentimentale di un’identità europea in cui tutti i cittadini, uomini e donne insieme, potessero riconoscersi e sentirsi “a casa”. E’ un contributo degno di essere maggiormente conosciuto, valutato e apprezzato, per restituire a queste pioniere il ruolo che meritano, e ampiamente, nel Pantheon dell’Europa.
E per quanto riguarda il nostro Belpaese? L’Italia ha avuto la prima donna ministro nel 1976. Quarantadue anni dopo, nel governo Conte il 27% dei ministri sono donne. La parità di genere nella politica ha fatto progressi sensibili, ma restiamo ancora lontani dai principali Paesi europei. Il rapporto AGI/Openpolis (“Trova l’intrusa”, e cioè gli effetti delle leggi per la parità di genere su Comuni, Regioni, Parlamento nazionale ed europeo) fa il punto ed emerge che in tutti gli organi di rappresentanza la quantità di donne, e soprattutto la qualità dei loro incarichi, continua a non reggere il confronto con quelli degli uomini. Attualmente l’Italia è tredicesima in Europa per percentuale di donne ministro, e sotto la media europea del 30,40%. Al primo posto si trova la Spagna, con oltre il 60% di donne ministro. Considerando le posizioni chiave nei governi Europei (capo politico, ministro degli Esteri, ministro dell’Economia e/o delle Finanze) al momento le donne sono solo 14: tre sono capi di Stato, quattro ministri degli Esteri e sette titolari di un ministero economico. In media dal 1976 le donne ministro in Italia sono state il 10% delle diverse squadre, e solo con il governo Renzi si è ottenuta una piena parità (50 e 50), anche se temporanea. I governi successivi hanno fatto segnare un arretramento nella rappresentanza femminile, considerando anche sottosegretari e viceministri: nell’esecutivo Gentiloni la quota era del 28,33%, e in quello Conte scende al 17,19%, la più bassa dal governo Letta in poi. La parità arretra anche nelle Regioni, dove si contano oggi solo due donne governatore su 20, mentre tra il 2003 e il 2015 sono state cinque.
Anche nei Comuni la presenza femminile si mantiene bassa, con soli 9 capoluoghi guidati da un sindaco donna. Qui però il nostro Paese è nella media europea, con il 14% complessivo di amministrazioni locali rosa. Va meglio se si guarda al Parlamento: nella diciottesima legislatura si registra il record di donne in entrambi i rami: alla Camera la presenza femminile è del 35,71%, al Senato del 34,48%. Il solo Movimento Cinquestelle ha, nelle due Camere, oltre il 40% degli eletti donne. Maria Elisabetta Alberti Casellati è la prima donna a guidare il Senato, e considerando che Laura Boldrini è stata presidente della Camera nel quinquennio precedente, per la prima volta nella nostra storia – per due legislature consecutive – un ramo del Parlamento è guidato da una donna. Un ruolo lo gioca anche il mutato contesto culturale, in cui il tema sembra conquistare sempre maggiore importanza. Nelle assemblee in cui non erano attivi specifici correttivi per favorire la parità di genere, vedi i Comuni con meno di 5.000 abitanti e il parlamento nazionale, i dati delle donne sono comunque aumentati. Questo è dovuto sicuramente ad una maggiore sensibilità al tema ma anche, soprattutto per i consigli comunali più piccoli, a un’importante effetto traino. Più in generale è quindi giusto sottolineare che tutti i correttivi inseriti dal 2004 ad oggi hanno contribuito a “velocizzare” (direttamente ed indirettamente) una dovuta evoluzione nella rappresentanza politica. Ora, seppur ad intensità diverse, in ogni organo politico del paese la parità di genere è un tema e ovunque si sono testimoniati dei miglioramenti.
E veniamo ora al tasto dolente del contesto che più ci compete, e cioè quello dei comuni siciliani in generale e di quelli della provincia di Siracusa in particolare. A questo proposito è di questi giorni la denuncia di Valeria Ajovalasit, presidente di Arcidonna, che ha apertamente criticato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, perché non sarebbe prevista una maggiore presenza femminile nel prossimo rimpasto di giunta. La Ajovalasit esprime inoltre «delusione e anche tanta rabbia» per un orientamento che violerebbe un principio di democrazia paritaria e la legge del 2014 nella quale viene prevista una presenza di almeno il 40 per cento di donne nelle giunte comunali. «Nel 2019 – incalza la Ajovalasit – dobbiamo ancora sprecare il nostro tempo a contrastare tesi insostenibili, offensive e degne del peggiore maschilismo e di una cultura fortemente conservatrice che fa a pugni con una idea di città aperta e accogliente, crogiuolo di diverse culture, che è stata capitale della cultura». Per poi così concludere «La presenza delle donne nei luoghi di decisione, legge o non legge, è fondamentale perché risponde alla necessità di rappresentare le differenze nella gestione della cosa pubblica. Quindi, caro sindaco, non si arrampichi su vecchi stereotipi ormai insostenibili e affronti con serietà la questione».
E nella nostra tanto vituperata provincia siracusana? Andiamo di male in peggio. Su 20 comuni infatti, solo 4 presentano un sindaco donna, e cioè Augusta, che in questo senso la fa da padrone, perché oltre al sindaco, l’avv. Maria Concetta Di Pietro, ha anche il vicesindaco donna, l’ing. Roberta Suppo, e addirittura la presidente e la vicepresidente del consiglio comunale sono entrambe donne, e cioè Lucia Fichera e Sarah Marturana. Anche fra gli assessori, Augusta è messa bene in quote rosa, perché ben 3 sono donne: l’ing. Adriana Commendatore (con delega alla sicurezza), Giuseppina Sirena e l’avv. Rosanna Spinitta. Altri sindaci donne nella provincia aretusea le presentano solamente i comuni di Canicattini Bagni, e cioè Marilena Miceli, che ha nominato tra gli assessori Loretta Barbagallo (alla cultura e turismo e spettacolo); Cassaro, che è il comune con meno residenti della provincia, solo 800, ha come sindaco l’avv. Mirella Garro e Buscemi, penultimo come residenti (1.035), che presenta come sindaco Rossella la Pira, di 46 anni.
Per quanto invece riguarda gli assessori delle altre giunte comunali della provincia di Siracusa, un ruolo di spicco le donne lo rivestono a Solarino, che ha il vicesindaco, e cioè Salvatrice Cassia, ma anche il presidente del consiglio comunale, Maria Manigrasso. Anche Portopalo di Capo Passero primeggia in questa speciale graduatoria, perché 3 su 4 assessori della giunta sono donne, e cioè Ornella Carmen Burgaretta (all’urbanistica e ai lavori pubblici), Silvia Lentini, all’ecologia e all’ambiente, e Rossella Micieli. Tre assessori donna ce li hanno pure i comuni di Noto (Sabina Pangallo, alla cultura e pubblica istruzione, Giusi Solerte, al turismo e pari opportunità, e Giuseppina Quartararo, al commercio e sviluppo economico) e Priolo Gargallo, con il vicesindaco Maria Grazia Pulvirenti e gli assessori Barbara Campione (allo sport e turismo e spettacolo) e Mariachiara Gambuzza (alla legalità e pubblica istruzione). Due assessori donne sono invece presenti nelle giunte comunali di Avola (Simona Caldararo alla cultura e pari opportunità e Paola Samantha Morale alla legalità e controllo del territorio); Sortino (Valentina Cianci all’urbanistica e Sofia La Mesa alla polizia municipale) e Ferla, con Lina Lo Monaco e Floriana Raudino. Chiudono questa particolare classifica con una sola presenza femminile nelle rispettive giunte i comuni di Lentini (Rita Brancato alle pari opportunità), Floridia (Maria Jlenia Giuliano ai servizi scolastici), Rosolini (Aurora Cataudella, nella foto), Melilli (Antonella Andolina, alla pubblica istruzione e pari opportunità), Francofonte (Giuseppina Tuzza, alla cultura e politiche scolastiche), Palazzolo Acreide (Giovanna Scollo all’istruzione e pari opportunità) e infine Buccheri, con Concetta Mazzone al turismo e servizi sociali. Nessuna donna è presente nella giunta del comune di Carlentini e un discorso a parte lo fa il comune di Pachino, allorché commissariato, che però il 15 febbraio di quest’anno ha nominato alla commissione straordinaria Rosanna Mallemi, insieme ad altri due suoi colleghi uomini.
Che dire? Che qualcosa si comincia a fare, ma che rispetto a Paesi civilmente più evoluti, come quelli del nord Europa, siamo ancora indietro anni luce. Perché fin quando il pensiero comune non si distoglierà dal fatto che il fenomeno non è un problema politico (dove di donne che ambirebbero all’idea di poter fare carriera nel settore ce ne sarebbero pure molte), bensì un problema di genere (perché se consideriamo che il numero di donne che va a votare è uguale se non maggiore di quello degli uomini, all’insegna dei risultati si evince che neppure le elettrici riescono alla fine dar fiducia alle candidate). È nel pensiero comune che ancora tardano a morire certe convinzioni retrograde e maschiliste, e cioè che certi posti che rivestono un ruolo d’importanza e di responsabilità nella società siano ancora più adatti agli uomini, e che le donne farebbero meglio invece a occuparsi d’altro. Bisognerebbe partire dalle scuole per sradicare certi atavici retaggi mentali, perché a nostro avviso se ci fossero più presenze femminili nelle stanze dei bottoni, non se ne avvantaggerebbero solo le donne, ma la collettività intera.

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