Europa da distruggere o da riformare? Serve chiarezza

Gli spaccamontagne alla Salvini tuoneranno minacciosi contro l’Europa, oggi invisa ai più, ma forse, sotto sotto, mireranno solo ad acquisire maggiori consensi elettorali. E il PD…

 

La Civetta di Minerva, 9 febbraio 2019

Unione Europea. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarla. Invece c’è. Ma è talmente mal congegnata che non piace a nessuno. O a pochissimi. E allora… che fare? Ce lo chiederemo sempre più spesso man mano che si avvicineranno le elezioni del nuovo Parlamento Europeo.

Per qualche forza politica le europee di maggio saranno soprattutto l’occasione per contare i più recenti spostamenti del corpo elettorale. Nelle urne e non solo attraverso i sondaggi. Salvini vorrà toccare con mano quanti consensi sia riuscito ad erodere ai suoi contraenti pentastellati e quanti al suo ex alleato cavallerizzo. E costui, ridisceso in politica ancora una volta, mirerà a conquistare un seggio in quel Parlamento Europeo che ha sempre ridicolizzato. Si sarà ricreduto sulla funzione dei parlamentari pendolanti tra Bruxelles e Strasburgo, che ha sempre considerato dei perditempo in vacanza? Probabilmente no, ma un seggio bilocato ora gli serve per riguadagnarsi l’immunità parlamentare. Non si sa mai! E i suoi più fidi scudieri-elettori gliela forniranno in un piatto d’argento, ora che può ricandidarsi. Del ruolo di parlamentare europeo non gliene importerà un fico secco. Per inciso, è appena il caso di far notare quanto la sua parabola somigli a quella del suo “nipotino” Renzi: detestava il Senato ed ora ne fa parte il senatore di Scandicci. Ironia della sorte!

Al cavallerizzo sarà inutile chiedere perché voglia andare a sedere sugli scranni del PE. Nessuno dei candidati che abbiano conti in sospeso con la giustizia ammetterà mai che mira a mettere al sicuro il suo deretano. Ma agli altri politici sì. E da essi è giusto pretendere risposte esaurienti. L’elettore deve sapere se dà il voto ad un Tizio che vuole la distruzione di questa misera Unione mal realizzata e l’uscita dall’euro o se lo attribuisce ad un Caio che vuole più Europa. E ha il diritto di pretendere delle risposte sincere. Purtroppo dubitiamo che le avrà. Certi spaccamontagne alla Salvini tuoneranno minacciosi contro l’Europa, oggi invisa ai più, ma forse, sotto sotto, mireranno solo ad acquistare più consensi elettorali. Forse non vogliono distruggerla e nemmeno si curano di capire come la si possa o la si debba riformare. In questo momento storico l’idea e la realtà dell’Unione sono così poco allettanti da rendere attraente chiunque si dica pronto a strapazzarla o ne minacci, spavaldamente, la distruzione. Salvini intende cavalcare elettoralmente il tema dell’avversione all’Europa. L’uomo non è nuovo a piroette clamorose. Da giovanotto rampante nella lega di Bossi, vagheggiava la separazione della padania dall’Italia ed il rafforzamento di un “sistema” economico-produttivo padano-teutonico. E dileggiava Roma ladrona e noi terroni. Ora ha trasformato la sua lega in forza nazionale, rastrella voti nel profondo Meridione e si atteggia a vindice degli interessi nazionali italiani contro la perfida Germania. Domani magari cambierà di nuovo idea, accampando una giustificazione qualsiasi. Di comodo. Come ha fatto l’altro ieri rispetto al proposito, più volte spavaldamente espresso, di voler andare davanti ai giudici.

Salvini ha buon fiuto per i temi elettoralmente più redditizi. Il ritornello “meno tasse per tutti” è utilizzato da lui nella variante “flat tax”, in barba alla progressività predicata in Costituzione. Tale specchietto per allodole risulta più seducente per chi più ha, ma sortisce l’effetto perverso di accalappiare (e sodomizzare) il ceto medio. Se questo capirà che non fa parte di quell’1% che si sta arricchendo a detrimento del 99% della popolazione, il successo di una colalizione ispirata al desiderio di maggiore giustizia sociale sarà matematico. Ma chi dovrà proporre una tale coalizione? I pentastellati, allergici ad alleanze di programma, al massimo potranno rassegnarsi ad accettarla “contrattualmente”, costretti dalla logica dei numeri. Giusto per consentire il nascere di una maggioranza. Forse potrebbe essere un PD rinsavito a prendere tale iniziativa. Campa cavallo…!

Dal PD si vorrebbe sentire qualche parola chiara, ma c’è da aspettarsi solo confusione: mille balbettii scomposti, parzialmente divergenti, leggermente convergenti, sfumature sussurrate e distinzioni elegantemente svesciate, parole in libertà e pochissime idee. Ovviamente saremo felici se avverrà il contrario, cioè se quel partito, che fu di sinistra (e che ora Carlobello Calenda vorrebbe radicare definitivamente in una collocazione impropria, quella di una liberaldemocrazia di centrodestra), tornerà ad esercitare un ruolo guida nella galassia delle sinistre italiane e ad attirare i consensi dei ceti poco abbienti, del ceto medio impoverito e di tutti gli assetati di giustizia, presentandosi come un tutore credibile dei loro interessi di persone danneggiate dalla disuguaglianza crescente e dal liberismo imperante. Ma sino ad ora non mostra di avere idee chiare sul lavoro, su come stimolarne la crescita, su come tutelarlo seriamente dalla precarietà, su come suddividerlo tra tutti, su come preservarlo dalle delocalizzazioni di aziende e dall’importazione di un esercito di manodopera di riserva, su come impostare una politica economica di ampio respiro, su come puntare verso una nuova rivoluzione energetica (cosa che genererebbe lavoro ed investimenti a iosa).

Il PD deve ancora metabolizzare le sonore sconfitte subite sotto la guida di Matteo il rottamatore e sta faticando a trovare un nocchiero. Gli si può solo augurare che ci riesca presto e che il nuovo segretario sappia fare il punto, rendersi conto della posizione e tracciare la nuova rotta da seguire. Possibilmente nell’interesse dell’Italia intera e non solo del suo partito. Purtroppo talvolta l’interesse contingente di un partito disfatto appare quello di far quadrato e non di collaborare ad una impresa, politicamente rischiosa in termini elettorali, con degli alleati o dei possibili contraenti. E il Renzi rottamato ha proprio lasciato il PD arroccato in se stesso, intento a far quadrato… in mezzo al mare in procella. Oggi alcuni di quel partito si ricordano di Sturzo. Potenza delle ricorrenze! Forse, se riuscissero a scrutare attentamente la realtà presente, si accorgerebbero che all’ombra di alcuni campanili (solo di alcuni) sono tornati a costituirsi dei comitati civici politicamente e culturalmente agguerriti, niente affatto inclini a vagheggiare una nuova DC; ovvero ben consapevoli del fatto che la semplice idea di un partito cattolico rappresenterebbe la pretesa ossimorica di mettere insieme due realtà opposte ed inconciliabili: la parte e il tutto. Ed infatti aspirano a rappresentare solo una parte dell’elettorato (quella socialmente bisognosa di cura, tutela, promozione…).

Se tale formazione ancora in nuce vedesse la luce prossimamente, forse un PD schierato dalla parte giusta potrebbe far massa critica assieme ad un tale Partito Popolare (o comunque si voglia chiamare) e assieme ad un movimento pentastellato, ridimensionato dall’improvvido abbraccio contrattuale con Salvini. Abbraccio innaturale per molti aspetti, ma reso purtroppo necessario dal gran rifiuto di Renzi, proferito da un salotto televisivo. Se il rottamatore non si fosse opposto, la tela approntata da Mattarella ci avrebbe presentato un quadro politico diverso dall’attuale, già precocemente sfilacciato ed a rischio di lacerarsi definitivamente ancor prima delle europee di primavera.

Ma torniamo appunto alle europee, tralasciando scenari politici nostrani. I quali potranno meglio delinearsi già durante la furibonda battaglia che sta per divampare. Chiediamo con insistenza e pretendiamo da tutti i contendenti (Berlusconi escluso) che ci dicano esattamente cosa intendano fare a Bruxelles e a Strasburgo. Non ci basta che ci dicano di volere una Europa diversa. Vogliamo sapere come. E in che modo intendano attuare il cambiamento. Sono disposti a conferire al Parlamento che si va ad eleggere un mandato pre-rivoluzionario? Spieghiamo: i neoleletti potrebbero essere investiti del mandato/progetto di attuare iniziative fuori di chiave. Per esempio, occupare (pacificamente) i loro seggi ben oltre la durata delle sedute, prolungandole sine die, per porre con forza mediatica rilevante la questione della Costituzione Europea, attualmente surrogata da trattati e specialmente da quello di Maastricht.Con tali iniziative, che richiamerebbero quella storica della pallacorda (1789), potrebbero chiedere con forza il varo di una Assemblea Costituente che potrebbe essere formata da un numero ristretto di professori ed esperti di diritto costituzionale e da un numero ancora più ridotto di politici, eleggibili in ciascuno Stato dell’Unione. Ipotizziamo, a mero titolo di esempio, che cinque costituzionalisti e due politici potrebbero essere eletti in ciascuno degli stati più grandi mentre un politico o un costituzionalista potrebbe bastare a rappresentare uno stato piccolo.

Gli eletti potrebbero ricevere il mandato di andare a porre con determinazione il tema della netta distinzione degli ambiti legislativi tematici delegabili alla dimensione comunitaria dagli altri, riservabili ai Parlamenti nazionale e ai legislativi regionali, secondo una precisa attuazione del principio di sussidiarietà: non decida Bruxelles ciò che può essere deciso in Sicilia o in Catalogna o nel Peloponneso. Ha certamente un senso riservare all’Unione la difesa da minacce esterne e la politica estera. Mentre è assurdo che oggi ciascuno Stato persegua un sua politica estera, talvolta in conflitto con l’altro: in Libia, ad esempio, gli interessi italiani e quelli francesi sono contrastanti.

I parlamentari europei inoltre potrebbero anche essere delegati (se venissero scelti in base ad un programma che prevedesse questo preciso impegno) a porre la questione della definizione di una politica economica e fiscale comune. Finalizzata ad assicurare a tutti lavoro e benessere. Mentre attualmente si subiscono regole cervellotiche ed imposizioni assurde per combinato effetto di trattati e di procedure consolidate.

Non è molto sensato avere una moneta comune ma politiche economiche in concorrenza e misure fiscali diverse. È addirittura osceno che all’interno dell’Unione sin qui realizzata siano tollerati dei paradisi fiscali (in Lussemburgo e in alcune isole della Manica). Un fisco unico prelevi risorse secondo regole comuni: e, tolte le spese comunitarie, redistribuisca a Stati e a Regioni (per le spese di loro competenza) secondo un criterio di proporzionalità demografica. In tal modo non ci sarà più motivo per ciascuno stato di operare a detrimento dell’altro, deindustrializzandolo o esercitando dumping fiscale o penalizzandolo negli scambi commerciali. Forse. Ed ogni Stato, ottenuta la sua proporzione di risorse, la spenderà per il suo funzionamento e per il pagamento dei suoi debiti. I quali, se saranno tali da compromettere la possibilità di una loro gestione compatibile col benessere, saranno decurtati (come avvenne a favore della Germania nel ’53) o con altre misure realizzabili senza danno per i risparmiatori.

Una vera Unione, insomma, è incompatibile con una sopravvivenza di economie statali diverse in competizione l’una con l’altra. E il debito ingestibile va ricondotto entro limiti sopportabili: con soluzioni ordinarie ed intelligenti ma anche con misure eccezionali. Senza essere con ciò essere scaricato su cittadini di altri Stati confederati. E le misure atte ad assicurare la trsparenza di ogni reddito personale e di ogni profitto aziendale ed un’equa tassazione progressiva vanno attuate, nello stesso modo in ciascuno Stato dell’Unione. Escludendo scappatoie di comodo e scudi pretestuosamente invocati in nome della privacy. Ha il coraggio di proporre questo chi si limita a invocare, genericamente, più Europa? E se non propone ricette del genere, perché dovremmo dargli il voto? Solo per conferire più forza cogente a questa Europa che ci strangola con l’austerity?

Ci sarebbe anche la questione della candidabilità di personaggi che, attraverso porte girevoli, transitano dalla politica alle banche e viceversa. Juncker e tanti altri come lui possono rappresntare interessi comuni o sono troppo legati agli ambienti da cui provengono? Stesso discorso potrebbe valere per i rapporti con le lobby delle multinazionali. L’elenco delle questioni da sollevare con forza a Bruxelles potrebbe continuare, ma non è il caso. Pochi esempi bastino. La parola ai partiti e ai movimenti. Ci dicano quali siano le loro idee portanti per una revisione dei trattati e per la Costituzione di una nuova Unione. Precisino quale missione vogliano affidare ai loro candidati. Che noi eleggeremo o bocceremo. Non ci delizino con espressioni generiche che non dicono nulla.

 

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