Il prof. Salvo Adorno: “Nella trasmissione Rai una critica demolitoria e nessuna proposta sul futuro dell’area”
La Civetta di Minerva, 12 gennaio 2019
Sul territorio ancora un dibattito con lo sguardo al passato senza prendere atto delle nuove realtà, senza proporre soluzioni se non quella di chiudere stabilimenti demonizzando aziende e territori. Penso sia arrivato il tempo per un’operazione verità che collochi i problemi del nostro territorio nella loro reale dimensione, senza abbassare la guardia ma senza indulgere in catastrofismi di maniera che, senza sbocco, avranno l’unico risultato di scoraggiare le popolazioni a pretendere rispetto e risanamento.
Illuminante e rigoroso per riportare il dibattito (ma meglio ancora l’iniziativa politica e le strategie concrete) l’intervento del prof. Salvo Adorno sulla trasmissione “I dieci comandamenti”, contrabbandata sotto forma di inchiesta, che rimesta confusamente sulle piaghe della popolazione sotto la “benedizione” di un officiante onnipresente nelle litanie senza sbocco della protesta e che non aggiunge nulla di nuovo e di utile.
Dice Adorno: “Mi aspettavo un’analisi critica di una delle più complesse realtà industriali e territoriali del Mezzogiorno, ho trovato invece una lettura semplificata e monocorde che non aiuta a capire, anzi serve a coprire la realtà. La narrazione è priva di scansioni temporali, per cui la storia dell’area industriale è raccontata in un unico continuum temporale che va dal 1949 al 2018 caratterizzato da una permanente devastazione del territorio e delle vite umane. Non è così, ci sono fasi diverse con diverse responsabilità”, osserva lo storico in una nota. “Dopo una critica radicale, demolitoria e strumentale dell’attuale modello di sviluppo non c’è un minimo di proposta su quale dovrebbe essere il futuro dell’area. Non c’è una voce che apra un orizzonte di sviluppo. Alla fine si rimane con l’impressione di aver assistito a un viaggio di solo andata (senza ritorno) verso gli inferi. Un biglietto che nessuno acquisterebbe volentieri”.
Ho avuto la sensazione di un film già visto nel mediocre servizio di Concita De Gregorio, della serie “Fuori Roma” riservato ad Augusta. Ripetizione pedissequa di un mantra “è tutto un disastro, non c’è speranza” lasciate al suo destino questa landa desolata ed andate altrove a vivere senza l’incubo del cancro. Si potrebbe raccogliere l’invito e quindi pensare ad emigrare; ma dove? Lasciando perdere la terra dei fuochi, Mestre, Taranto e zone industriali di vario tipo, ci si potrebbe orientare sulle metropoli: Milano, Torino e via elencando ( dove la pollution regola i flussi di traffico meglio dei vigili urbani)… ma se ti attrezzi e cominci a leggere l’incidenza del cancro, dell’inquinamento e diavolerie varie in queste aree, attraverso i dati che la scienza mette a disposizione (ho detto la scienza non la “scimunitanza”), ci rendiamo conto che l’Italia è in larga parte perduta, e allora pensiamo all’estero: Francia, Spagna, Belgio, Inghilterra etc.. per stare in Europa, ma anche qui la situazione non è delle migliori, allora altri continenti (Asia, America, Medio Oriente etc.): stessa roba, forse un pensierino per l’Africa? Ma lì scappano per altri motivi, allora ti viene da pensare che, forse, il cancro sia lo strumento moderno con cui signora morte si prende la rivincita sul progresso scientifico che ha portato i livelli di vita ad oltre ottant’anni e che le cellule e il Padreterno hanno previsto meccanismi di autoregolazione dello sviluppo demografico perché non è possibile (purtroppo!) vivere all’infinito.
Allora che fare? E ti torna in mente De Andrè con il suo girotondo contro la guerra e ti rendi conto che il “un po’ più in là” non c’è, quindi affrontiamo il problema.
Il prof. Adorno cerca di riportare la discussione ad una dimensione utile al fine di porsi obiettivi concreti e conducenti a percorsi possibili e produttivi di soluzioni, verso un “governo” della problematica; lo fa ricordando che “la questione iniziò a porsi a metà degli anni settanta con le morie di pesci nel porto di Augusta e con l’emergenza dei bambini malformati. Figure epiche come il dottor Giacinto Franco e il pretore Nino Condorelli misero a nudo le responsabilità delle aziende e della politica in quella prima fase… il servizio dei “Dieci comandamenti” sembra fotografare bene lo stato di fatto agli inizi degli anni 80, proiettandolo erroneamente nel presente con una falsificazione della realtà.Da allora invece è iniziata una lunga difficile e contraddittoria fase che ha visto una latente e progressiva deindustrializzazione, l’emanazione di stringenti norme civili, amministrative e penali, su stimolo della legislazione europea, la presa di consapevolezza da parte di tutti gli attori in campo della centralità della questione ambientale e della necessità di un suo superamento.
I costi ambientali, a seguito delle battaglie dei cittadini, sono entrati nei bilanci aziendali, e la consapevolezza ambientale è diventata patrimonio diffuso della popolazione. Confondere e sovrapporre la fase del disastro con quella del difficile e complesso cammino verso il risanamento, come fa il servizio, serve solo a rendere più difficile quest’ultimo. Oggi sia in termini sanitari che in termini propriamente ambientali la situazione è migliorata, negarlo come emerge dal servizio non è utile: ridotta è infatti l’attività industriale, più stringente è il controllo sanitario e ambientale, migliorate sono le tecnologie.
C’è un ampio contenzioso sui dati statistici (alcuni sostengono una diminuzione, altri un aumento dei casi di morte per cancro) che meriterebbe, questo sì, confronti pubblici numerosi, qualificati e partecipati, capaci di entrare nel merito delle cifre, senza demagogia e nel rispetto del dolore di chi ha perso amici e parenti”.
Tempo perso? In un tempo in cui si vede un mondo in bianco e nero, dove le sfumature e le analisi critiche si considerano cedimenti alla controparte (ma quale?), dove tutto si riduce ad un like o a lanciare anatemi? Forse! Ma è un’operazione che va tentata per trovare le strategie che permettano di coniugare sviluppo e salute visto che la gran parte di noi è indisponibile ad una decrescita felice che limiti, non dico annulli, ma solo limiti le comodità e le opportunità che il progresso scientifico e tecnologico ci garantiscono.
Il temerario Adorno conclude il suo pensiero affermando che “Da parte di tutti i soggetti pubblici e privati del territorio è infatti necessario uno sforzo di analisi oggettiva dei dati, capace di offrire un quadro condiviso dello stato dell’ambiente. Certamente serve intransigenza assoluta nei confronti di chi inquina, oggi più di prima, perché oggi c’è piena consapevolezza del danno subito, ed è importante tenere alta la mobilitazione civile sui temi ambientali, come forma di controllo sociale sul territorio, ma la lettura demolitoria del servizio dei “Dieci comandamenti” blocca ogni analisi e destina l’area industriale alla stasi e alla decadenza, mandando in malora quella che rimane comunque una risorsa territoriale ricca di infrastrutture, saperi e tecnologie. Oggi il vero impegno civile e politico è quello di ripensare il futuro del tratto di costa tra Augusta e Siracusa a partire dalla sua recente storia industriale e dalle sue risorse culturali e naturalistiche, senza buttare via niente di quello che c’è nel territorio, bensì pensando a sanarlo e valorizzarlo per le popolazioni che ci abitano: ma per farlo bisogna partire da una corretta lettura del passato e del presente. Quel servizio della televisione pubblica per fare questo non ci serve.”
Ovviamente la nota del prof. Adorno ha subito trovato una parte dei “signori della protesta sempre e comunque” pronti a demonizzare e catalogare l’intervento come un sostegno alle industrie e un allineamento sul fronte del “nemico”. Presumo che anche queste mie considerazioni e la scelta di riprenderne le note saranno meritevoli di un “un like” perché è questo il tempo che viviamo, un tempo di radicalità a prescindere, un tempo in cui molti pensano di sapere con certezza dove sta il buono e dove sta il cattivo, salvo poi con contorsioni, degne di miglior causa, adattare il proprio pensiero a seconda delle necessità, a fronte delle evidenze e dei disastri causati dal “ sentire” fazioso e acritico o ipercritico verso gli altri. Comunque sia, penso che lasciarsi trascinare dal fiume in piena non sia una grande opera in favore della civiltà, costruire dighe alla stupidità, all’approssimazione e al fancazzismo sia un dovere civico oltre che morale.
Infine, lasciare che le tre centraline di rilevamento dell’aria ad Augusta siano non funzionanti e scoprirlo solo dopo una denuncia di Legambiente non è certo una buona testimonianza sulla concreta attenzione che si dedica allo stato dell’ambiente e segna la credibilità di chi, pur governando, cerca sempre altrove il titolare dell’azione di vigilanza e contrasto a chi l’ambiente lo usa come una discarica.

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