Diabete col veleno in coda. Che un farmaco costi poco è un difetto

Le nuove medicine possono sforare, per un mese, cento euro a confezione. Poiché solo gli specialisti li prescrivono, si agisce su di essi per incrementarne la vendita

La Civetta di Minerva, 24 novembre 2018

Come già descritto negli articoli precedenti, il diabete dilaga, i nuovi farmaci sono molto promettenti, i diabetologi sono sempre in diminuzione, le liste d’attesa sfiorano il paradosso, tra il comico e il tragico.

Già l’ammissione di tutti i responsabili delle cure di avere tra le mani un grosso problema sanitario, sociale ed economico costituirebbe un atto di onestà intellettuale: il denaro scarseggia, i malati aumentano, il sistema sanitario è in buona parte collassato. Invece accade che qualcuno approfitti della situazione per fare il proprio gioco.

Ci siamo ormai rassegnati che tutti i nuovi farmaci abbiano prezzi molto alti. In generale la causa che ne determina il costo elevato risiede nella lunghezza delle procedure per rendere sicuro il nuovo farmaco. Passano oltre dieci anni dalla sintesi delle molecole alla commercializzazione e i grandi investimenti iniziali possono vanificarsi se il farmaco fallisce o si dimostra pericoloso. La competizione fra i produttori ha perso molti protagonisti minori dell’imprenditoria del farmaco. Ci vogliono investimenti anche miliardari per seguire lo sviluppo di una molecola e queste cifre richiedono l’unione delle forze finanziarie che solo le multinazionali possono fare.

Dopo le titaniche fatiche di partorire farmaci nuovi e di successo, si tratta di recuperare gli investimenti. Trattandosi di sostanze che possono sfiorare o anche superare i cento euro per confezione, il target commerciale delle multinazionali sono le ricche nazioni europee, americane e i paesi dell’oriente asiatico.

Poiché solo i medici prescrivono i farmaci, è su di essi che si agisce per incrementare la vendita dei nuovi presidi. Sulle società scientifiche, sui governi, su tutti i portatori d’interesse (stake-holders, si dice tra di noi) e su tutti i singoli medici specialisti di quella specifica area di uso del farmaco, saranno esercitate pressioni di ogni sorta con inviti a congressi, visite d’informatori scientifici, pubblicazioni. E’ naturale e consequenziale che chi è incaricato di provare, sperimentare, monitorare il nuovo farmaco abbia rapporti di vicinanza con il produttore. Difficilmente metterà in luce i lati oscuri o svantaggiosi di questo uso.

La potenza facilitatrice delle multinazionali è leggendaria. Il mondo scientifico viene sostenuto dal denaro elargito da loro. Le società scientifiche dipendono da esse per molte delle attività culturali e di ricerca che, altrimenti, non troverebbero altro finanziamento. Avviene così che molte delle mode scientifiche e, addirittura, molte delle linee guida per curare le persone risentano di questa potentissima spinta. Dato per certo che l’intelletto dei veri uomini di scienza non è mai in vendita e che l’autonomia culturale di chi è vincolato dal Giuramento di Ippocrate non conosce particolarità, bisogna ammettere che siamo pur sempre uomini.

Avviene così che quando gli organismi che governano il ”bene Farmaco” nelle varie nazioni mettono paletti per limitare l’uso a spese della collettività di alcuni nuovi farmaci troppo costosi, c’è sempre chi ha interesse a forzare le regole. Così avviene per i nuovi farmaci per il diabete, prescrivibili solo dai diabetologi di struttura pubblica. Vezzeggiati e molto corteggiati dalle aziende che commercializzano queste sostanze, devono barcamenarsi tra i piani terapeutici online creati dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) e sposati dal Ministero della Salute e la spinta dei pazienti, ormai cresciuti oltremisura, tanto che parliamo di un’epidemia di diabete.

Una condizione lavorativa lacerante se si pensa alla responsabilità personale dei medici verso lo Stato quando si prescrivono a carico della comunità farmaci carissimi, alla discriminazione che si esercita tutte le volte che, per qualsiasi motivo, si pongono ostacoli all’accesso alle cure dei cittadini, respinti dalle liste d’attesa. Una lotta quotidiana. Sfibrante per i medici e per i pazienti.

Per chi vive in mezzo agli eventi scientifici e ai congressi (come chi vi scrive che ha, ahimè, il pelo bianco e il vello nello stomaco) qualche dubbio diventa naturale davanti agli entusiasmi eccessivi di un medico rispetto ai farmaci e ai presidi per il diabete. Girano grossi capitali e avere l’esclusiva della prescrizione li mette in una posizione di enorme vantaggio sia sugli altri medici sia sui cittadini.

Sentir dire a fior di colleghi che si dovrebbe liberalizzare l’uso di questi farmaci a tutti quelli che potrebbero averne necessità mi sorprende, m’insospettisce, mi irrita. Perché? Il tutto a tutti è una bestialità gravissima in chi amministra denaro. Entusiasmarsi sulle premesse e sulle promesse di un nuovo farmaco è un segno inequivocabile in un medico di leggerezza e di scarsa capacità critica. Non è per noi una novità scoprire, anche decine di anni dopo la commercializzazione di un farmaco, che esso possa produrre effetti sconosciuti e anche pericolosi. Un medico avveduto ed eticamente solido ha una naturale circospezione nell’uso di nuovi farmaci. Attendere che i nuovi farmaci facciano il necessario rodaggio è un valore in medicina. Se un medico non sa valutare che nessuna assicurazione, privata o pubblica, darebbe tutto a tutti senza valutarne il costo, qualche sospetto viene.

La riprova di quanto vorrei divulgare sta nell’attacco su molti fronti a una famiglia di farmaci che hanno fatto la storia della cura del diabete: le sulfaniluree. Da quando fu commercializzata la prima categoria di nuovi farmaci contro il diabete, i Glitazoni, si alzò un coro di accuse verso questi farmaci, ancor ora in commercio e fra i più usati in Italia e al mondo. Qualcuna di queste accuse può avere un senso e ne abbiamo preso atto, altre sono più teoriche che pratiche, più strumentali che reali.

Si deve capire che oggi costare troppo poco è un difetto grave. C’è troppo poco margine per vezzeggiare chissà chi. E così si tracciano nuove barriere tra chi è povero e costretto a curarsi con le sulfaniluree, contornate da sospetti di effetti collaterali cardiocircolatori e di gravi ipoglicemie (??), e chi può concedersi il lusso di farmaci da cento euro al mese.

Sono brutti i tempi dove la verità bisogna saperla cercare, tanto è ben nascosta! Altrettanto brutti i tempi in cui le gambe della verità, anche scientifica, sono messe in moto dal capitale. E’ urgente che torni il tempo del rigore e dei valori etici. Per ora accontentiamoci di quel che passa il convento, sperando di superare l’inverno della politica e delle coscienze.

Dire la verità è un esercizio rischioso, anche fra uomini di scienza

Ho deciso, da ormai troppo tempo, da quale parte stare. Così, quando sono chiamato a rappresentare scientificamente, in tutti i consessi, la mia categoria di medici di famiglia, ho deciso di analizzare le responsabilità dei successi e degli insuccessi miei e dei miei colleghi, mettendo sullo stesso piano entrambe le situazioni. Mi sembra onesto ammettere i propri insuccessi. Sicuramente più conveniente che nascondere la polvere sotto i tappeti, arrogandosi capacità e risultati che nessuno coglie e vede. Sono spesso solidali con me molti dei colleghi che vengono ad ascoltarmi.

Ebbene, è la regola che i colleghi con responsabilità sindacali, scientifiche e politiche si sentano toccati da questa mia attitudine, tanto da cercare di prendere le distanze, a volte dileggiandomi, altre dissentendo.

Penso che cercare di vendersi al meglio, per loro, sia un valore ben più grande della semplice verità. E’ proprio vero che con l’età si perde il contatto con i valori che vanno di moda. Ho deciso di non seguire le mode. Non ho nulla da vendere. Dico le cose come stanno. Sulla verità si può edificare, sulle menzogne abbiamo già esperienze deludenti.

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