Paesi Bassi, un settantenne al Tribunale: toglietemi vent’anni

Se è lecito cambiare all’anagrafe nome o identità sessuale, perché non dovrebbe essere lecito modificare un numero adottato per convenzione sociale?

 

Cos’è l’età, se non un numero? È fatta di rughe, è data dalle esperienze o è frutto di un mero calcolo, basato su una convenzione di ore, giorni, anni che trascorrono? La domanda l’ha posta – e l’ha fatta porre ai giudici di un tribunale dei Paesi Bassi – un uomo che, sulla propria carta d’identità risulta aver ammirato quasi settanta primavere, ma che, responso dei medici alla mano, dimostra meno di cinquant’anni.

Gli argomenti utilizzati dall’olandese per perorare la propria causa sono ampiamente futili: una settantenne ha maggiori difficoltà per comprare un’auto o una casa, ha sostenuto l’uomo. Per di più, quando gli infidi siti di incontri amorosi chiedono di indicare la propria età anagrafica, la sincerità dell’attempato dongiovanni mette in fuga le donne. Ogni problema parrebbe risolto, asserisce il settantenne, se i giudici gli abbuonassero una ventina d’anni, consentendogli di avere – fisicamente e legalmente – meno di cinquant’anni. Ad aumentare la provocazione della richiesta sta il legame che l’uomo ha instaurato tra la sua battaglia e quelle intentate da chi vuole cambiare genere sessuale. Il parallelismo è semplice: se è lecito cambiare dati essenziali di sé, come il nome o l’identità sessuale, perché non dovrebbe essere lecito modificare un numero adottato per convenzione sociale?

Il tribunale olandese, che dovrà pronunciarsi nelle prossime settimane, ha mantenuto un punto di vista pragmatico, tenendo in considerazione gli effetti economici che avrebbe la regressione dell’età (l’istante dovrebbe continuare a percepire una pensione?), nonché gli aspetti legati alle conseguenze giuridiche della cancellazione di un lasso temporale, realmente trascorso.

Al di là della futilità dei motivi addotti dalla richiesta dell’uomo – il quale, oltre ad essere un pensionato, è una sorta di web influencer nel proprio paese – resta la rilevanza di alcuni quesiti, decisamente più profondi, che tale richiesta ha sollevato. Con una generale aspettativa di vita più lunga, alcune limitazioni legate al mero dato anagrafico, come quelle previste per l’accensione di un mutuo, non sono, forse, più attuali. Con un diffuso miglioramento delle condizioni di salute degli individui, sarebbe, forse, lecito permettere di superare la discrasia tra l’usura che effettivamente il corpo dimostra e la cifra annotata nei documenti. Ma, allora, ciò varrebbe pure nel caso contrario, permettendo a chi è, sulla carta, ancora giovane di documentare stanchezza e decrepitezza per percepire in anticipo la pensione o fruire di maggiori servizi sociali?

La questione, probabilmente, scemerà. La webstar olandese avrà acquisito, nel frattempo, maggiore notorietà e, magari, le giovani donne sui siti di incontri che, prima, facevano le schizzinose, subiranno il suo fascino, che abbia cinquanta o settant’anni. Eppure, la tematica resta interessante: se l’età è un concetto fluido, se il numero non conta, se ci ripetiamo costantemente che è importante restare attivi e sentirsi giovani dentro, possiamo sdoganare il tabù degli ordinari cicli anagrafici e temporali. Ed avremo, forse, risolto l’annosa questione che tanto ha angosciato la Fornero e chi, adesso, fa calcoli aritmetici di precisione per arrivare all’agognato, arrotondato cento. Chiunque si senta stanco, sfatto, ingrigito e lo dimostri potrà chiedere una pensione o un altro sussidio (purché non si chiami reddito di cittadinanza, beninteso). Poco importa che abbia solo vent’anni e sia, in realtà, un disoccupato.    

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