La democrazia senza fondamenti

Nel percorso politico-istituzionale della nuova Europa, limiti, ristrettezze e burocratismi delle procedure di decisione hanno palesato il suo “deficit democratico”

 

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Il pensiero filosofico-politico più attento ha iniziato a registrare, già nei primi anni ’90, il problema della crisi della democrazia. Ed è indubbio riconoscere come democrazia e globalizzazione siano intimamente intrecciate. O meglio, che il loro destino – da una parte, la crisi profonda, sistemica della prima e, dall’altra, l’affermarsi pervasivo e totalizzante della seconda – sia segnato simultaneamente dalla loro speculare insorgenza temporale e dalla loro contrapposizione “negativa”, come attesta purtroppo l’esperienza epocale di questi ultimi decenni. La presa d’atto della ‘morte’, della fine della democrazia, volutamente e provocatoriamente affermata, auspicava così di far ripartire un pensiero in grado di scavare al suo interno, dal momento che con il crollo dell’ordine bipolare, la fine dello Stato nazione e l’affermarsi della logica imperiale, «le parole ‘democrazia’, ‘politica’, ‘libertà’ delimitano il nostro orizzonte mentale, ma non siamo più sicuri di conoscerne ancora il senso reale e la nostra adesione dipende ormai più da un riflesso condizionato che da una vera e propria riflessione […]. Oggi bisogna chiedersi se può esistere una democrazia senza nazione» (così, scriveva, nel 1993, Jean-Marie Guéhenno, nel suo saggio, La fine della democrazia).

Nella domanda finale – «può esistere una democrazia senza nazione?» –, si intravvede come il crepuscolo della democrazia fosse legato alla crisi dello Stato-(nazione), epilogo destinale di un insieme di processi storico-politici degli ultimi decenni del ‘900: crollo del Muro di Berlino, fine dell’ultimo Bastione comunista (1992, fine dell’Urss); chiusura del vecchio “ordine mondiale” Usa/Urss del secondo dopoguerra e contestuale unificazione dei mercati globali giunta alla sua vetta con il dominio totale del “finanzcapitalismo”. È indubbio che da quel preciso spartiacque dell’89 che ha posto tutti noi di fronte all’affermarsi potente di Imperi, o «grandi spazi geopolitici» (quei Grossraum, di cui già negli anni ’30 profetizzava Carl Schmitt), iniziava ad aprirsi una vasta, profonda e critica riflessione sulla democrazia contemporanea, sulla “questione democratica” – altro che fine della storia!

Una contesa concettuale e teorico-politica vedeva autorevoli studiosi cimentarsi nel cogliere le aporie, il senso e la stessa “effettualità” della democrazia, nel paradosso di dover riconoscere come sospesa o declinante la sua “parabola”, ma pur reclamata ed invocata senza voler tuttavia rinunciare alla sua nominazione, auspicando che, dalla sua stessa crisi, la democrazia potesse riemergere e mantenersi nella permanenza del suo valore, nonostante di essa – democrazia – si fosse già costretti a parlarne contro, oppure ad evocarne il suo post, o il suo oltre. Basti rimandare a quegli autori – da Colin Crouch a Ralf Darhendorf, da Höffe Otfried a Pierre Rosanvallon a Samuel N. Eisenstadt, per citare i maggioriche nei loro saggi ne hanno descritto aporie e paradossi. Inevitabilmente, infatti, il restringersi dello spazio politico della “sovranità esclusiva” degli Stati-nazione europei, per effetto inevitabile della globalizzazione economica, ha via via reso i “cittadini” dei diversi Stati più distanti dai luoghi della “decisione politica”, mentre anche il “Vecchio Continente” s’è visto costretto ad accelerare i processi (politici, economici e monetari) di unificazione istituzionale, come in effetti è avvenuto, per far sì che anche l’Europa politica si configurasse come un Grossraum – un «grande spazio geopolitico» –, per competere dentro lo scenario internazionale del «nuovo ordine globale», in cui Usa, Cina, India e la risorgente Russia di Putin iniziavano a costituire Imperi sempre più ravvicinati in un mondo totalmente unificato e in forte competizione economico-finanziaria. Solo che in questo percorso politico-istituzionale della nuova Europa, limiti, ristrettezze e burocratismi delle procedure di decisione hanno palesato quel “deficit democratico” dell’U.E. che ha connotato i giudizi espressi da tutti gli studiosi, evidenziando le contraddizioni di un’Europa, rimasta imbrigliata nei contrapposti e divisivi interessi “interni” dei singoli Stati nazione e incartata nelle sue contraddizioni al punto che di fronte alla crisi finanziaria mondiale del 2007, proprio l’Europa è apparsa come lo “spazio politico” che ne ha risentito sempre più, stretto in un unanimismo procedurale dietro cui giocavano un ruolo le autonome esigenze delle singole nazioni più potenti.

Da qui, speculare alla crisi democratica qui denunciata, l’emersione di quel “populismo, la cui pervasività ha iniziato a esprimere sia la rivolta delle masse verso le Élite, sia l’estrema crisi della “rappresentanza” delle istituzioni democratiche e il distacco o l’impotenza dei cittadini rispetto alle decisioni politiche degli Stati, con il risultato di rendere la democrazia un feticcio. Sino all’illusione che la parabola declinante di ogni forma di mediazione – partiti, sindacati, crisi di legittimità di altri corpi intermedi –, in parallelo alla pervasività dei legami liquidi diffusi dal web e dai social, legittimasse il dominio del nuovo Totem della immediatezza sociale e della “democrazia diretta”.

Il tema ha pertanto acquisito una inedita centralità, mentre l’inquietudine attraversa e coinvolge oggi l’intero spettro dei livelli istituzionali. Sino a quel profondo distacco dei cittadini dalla vita politica: condizione che il compianto Zigmut Bauman esplicitava nei termini della «solitudine del cittadino globale», vale a dire quei processi radicali di “individualismo” che spingono il singolo – ciascuno di noi – a ricercare, così ancora Bauman: «soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche».

La democrazia vive così la sua profonda crisi, mentre la “vita comune” dà l’immagine di un paradossale “insieme”, di una strana moltitudine individualistica, col rischio di dar vita – come profetizzava Nietzsche – ad «un’involontaria organizzazione per l’allevamento dei tiranni». Se “l’Europa politica” è il nostro destino comune, le sue Istituzioni e le sue classi dirigenti devono trovare la strada di un nuovo senso politico e di una inedita cittadinanza democratica, pena il rischio di un profondo fallimento.

 

Da leggere

Siracusa, la paralisi di una generazione: viaggio tra declino demografico, record di scoraggiamento ed esodo dei giovani laureati

1. Le fonti della crisi Questo viaggio nei numeri della condizione giovanile a Siracusa è …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti