Se non è stato Dio a creare il male, da dove viene?

Lettera alla Civetta dell’ex ordinario di psicologia dinamica all’Università di Torino. Il male nell’uomo tra psicologia e teologia

La Civetta di Minerva, novembre 2018

Il male inteso come malessere dell’uomo non è facile da affrontare, ancor meno da spiegare. Perciò chiedo scusa se non riuscirò a essere sempre chiaro nella mia esposizione. Poiché devo dire molto in poco tempo, tralasciamo tutto quello che è stato scritto sul male, e partiamo dall’ammissione dell’esistenza del male. C’è il male che vediamo intorno a noi, il male che subiamo in svariati modi, il male che facciamo a noi stessi, il male che facciamo agli altri.

La grande domanda che gli atei di solito pongono a noi cristiani è: «Come si può conciliare la presenza del male con un Dio che si dice buono?». In un programma televisivo, peraltro di alto profilo, un giornalista poneva proprio questa domanda al suo interlocutore, e terminava dicendo approssimativamente: «Di fronte alla morte di un bimbo neonato se un Dio esistesse sarebbe un mascalzone».

D’altronde appare altresì difficile conciliare un Dio onnipotente con un Dio buono. Tale pensiero è sostenuto in un’intervista fatta a don Alberto Maggi e apparsa su “La civetta di Minerva” il 14 ottobre 2016. Con riferimento all’onnipotenza di Dio dice: «Se dichiariamo che Dio è onnipotente, abbiamo una grande contraddizione: se Dio è onnipotente, allora non è buono, così come popolarmente s’intende l’onnipotenza, cioè può fare tutto. Un Dio buono come fa a rimanere insensibile di fronte alle tremende tragedie e sofferenza dell’umanità?».

Ora il male esiste perché Dio esiste. Se Dio non esistesse il male non sarebbe identificabile, né avrebbe significato. Tocca pertanto a noi cristiani fornire una risposta, e non possiamo limitarci a spiegare il male come un semplice atto di disubbidienza a Dio dei nostri progenitori.

Il neonato che muore è, dunque, male se c’è un Dio che permetta la sua morte.

Per la dea ragione tutto è relativo, anche il male, e quel che era male ieri non è male oggi, e quel che è ancora male oggi non lo sarà domani. Per gli uomini che non hanno Dio come riferimento esiste il legittimo e l’illegittimo, il legale e l’illegale, il lecito e l’illecito, il conveniente e il non conveniente, non il male in sé, come principio fondante una morale assoluta.

Nella Bibbia, il male si rivela soltanto alla presenza di Dio. “Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo e sua moglie si nascosero dal Signore Dio” (Gen 3,8).

Se vogliamo capire la natura del male com’è evidenziata nella Bibbia e quale forma assume nell’uomo, dobbiamo comprendere innanzitutto il progetto di Dio. In Genesi è scritto: «E Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono» (Gen 1,31),  «Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo» (Qo 3,11). In Dio non c’è male, né Dio lo ha creato. Se Dio non ha creato il male da dove viene, e in che cosa consiste?

Il progetto di Dio è creare un essere perfetto. Gesù stesso ci esorta a essere perfetti come il Padre nostro è perfetto (Mt 5,48). Perché c’è l’esigenza che l’uomo sia perfetto? Perché Dio possa instaurare una relazione autentica con lui. Ora, una relazione è autentica se è tra pari; altrimenti è tra un padrone e un servo. Nel creare l’essere umano, Dio lo ha provvisto del potenziale necessario, affinché potesse diventare simile a Lui (1Gv 3,2). L’essere umano, dunque, è una creatura programmata per diventare Dio. Secondo san Basilio Magno l’uomo sarebbe una creatura che avrebbe ricevuto il comandamento di divenire Dio.

Dio creò l’uomo a sua immagine (Gen 1,27), cioè potenzialmente capace di Dio, ma il progetto di Dio è di formare l’uomo pienamente compiuto nella sua immagine e somiglianza.

«Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26), questo è il progetto di Dio, e in questo progetto c’è tutta la fede di Dio. La nostra fede di credenti non è in Dio, poiché non è la nostra fede a operare, ma è fede nella fede di Dio, «Colui che porta a compimento ogni cosa in tutti» (Ef 1,23). Dio sta ancora facendo l’uomo. La somiglianza a Dio è la meta ultima dell’evoluzione dei figli di Dio. «Sappiamo – scrive Giovanni – che quando si sarà manifestato, saremo simili a lui, perché lo vedremo come Egli è» (1Gv 3,2).

In breve, Dio ha creato un essere nel cui corredo genetico c’è la sua immagine, cioè la capacità di sviluppare la natura divina di Dio. Il programma evolutivo dell’uomo è orientato a sviluppare la qualità divina della perfezione. Non casualmente il Dio dei cristiani è Padre, per avere figli simili a lui, cioè della sua stessa natura.

Dio, con la sua immagine, un’immagine eterna, ha messo nel cuore dell’uomo il pensiero dell’eternità, cioè di Dio (Qo 3,11). L’uomo necessita dell’eternità, infatti, per poter sviluppare tutte le sue straordinarie potenzialità per quantità infinite e buone per qualità. Il disegno di Dio è dunque trasformare un essere d’argilla in un essere divino come Lui.

Adamo appare insoddisfatto proprio perché gli manca la vita eterna, cioè la vita di Dio (Gv 10,10). Egli ha in sé il desiderio di essere “come Dio”, desiderio che è in tutti gli uomini. È un desiderio che Dio stesso ha messo nel cuore dell’uomo: il problema è come realizzare tale desiderio.

Nel creare l’uomo a propria immagine, Dio si è assunto un grosso rischio. Il primo problema è che l’uomo creato a immagine di Dio ha in sé il desiderio della propria realtà, o verità. L’immagine cerca, desidera, brama la propria Verità. Siamo una sorta di contenitore vuoto che aspira al proprio contenuto. Non c’è uomo che non cerchi la Verità, o qualcosa che dia senso, sostanza, significato all’immagine di sé, e questa immagine non avrà pace, come dice Sant’Agostino, finché non si unirà alla propria Realtà. L’immagine diventa vera soltanto se è unita alla sua realtà, ora la Verità dell’uomo è Gesù (Gv 14,6). L’uomo è vero se c’è un Dio. Se Dio non c’è allora non c’è né il vero né il falso, né il bene né il male.

Il secondo problema è che l’uomo non può diventare simile a Dio, se non è libero, come Dio è libero.

La libertà dell’uomo è il grande rischio di Dio.Un robot, a immagine dell’uomo, non sarà mai simile all’uomo perché non è in grado né di valutare in modo autonomo né di assumersi le conseguenze di una libera scelta. L’uomo è progettato a diventare simile a Dio, perciò è creato con una libera volontà. Vale a dire capace di una volontà propria. In breve, l’uomo gode, al pari di Dio, di una volontà e, di conseguenza, è libero di scegliere.

Riepilogando, l’uomo creato con il desiderio di essere come Dio è libero di realizzare il suo “desiderio” di essere Dio in modo indipendente da Dio.

Che cosa promise il Cherubino protettore, dalle ali distese, a Eva nell’Eden? «Diventerete come Dio» (Gen 3,4). Fa leva su un giusto desiderio, e stimola la libertà dell’uomo. La libera volontà dell’uomo affranca l’uomo da Dio e dal progetto di Dio nei suoi riguardi, inoltre svincola le sue scelte dalla volontà divina.

In altre parole, l’uomo in quanto creatura libera può realizzare la sua aspirazione alla deità in modo indipendente da Dio. L’uomo, da un lato, è dotato del più potente dei desideri (essere come Dio) e, dall’altro, è libero di scegliere come realizzare la propria potenziale deità. Egli per appagare il suo desiderio di essere Dio ha una doppia scelta: 1) o rinunciando alla propria libertà sottomettendosi alla volontà di Dio, dicendo: «Sia fatta la tua volontà». 2) o affermando la propria libertà, dimostrando così di essere libero come Dio è libero, non soggetto a nessuno.

Tornando all’Eden, Adamo scegliendo il frutto dell’albero della vita si sarebbe sottomesso a Dio con un atto di ubbidienza (L’albero della vita per noi oggi è la croce e Cristo il suo frutto). Egli invece realizzò il suo desiderio di essere come Dio scegliendo contro la volontà di Dio, affermando così, con un atto di affermazione, la propria libertà. Sul piano umano è come se un figlio adolescente, volendosi sentire grande e potente come il padre, decidesse di opporsi alla sua volontà in nome della propria libertà. In questo modo non interiorizzerà mai la volontà del padre e non sarà mai come il padre.

Adamo, ma questo vale per tutti, non si riconosce creatura di Dio, ma come Dio. L’immagine di Dio, pertanto, non si è sviluppata in lui fino a diventare simile a Dio. Il figlio prima di diventare simile al Padre deve necessariamente sviluppare l’immagine del padre identificandosi al padre e facendo propria la sua volontà. Il figlio diventa come il Padre, infatti, a condizione che faccia esperienza della volontà del padre, rinunciando liberamente alla propria libertà, che lo porterebbe inevitabilmente a sviluppare un’opposizione a oltranza.

Senza questa identificazione al padre il figlio potrà al più imitare il padre senza mai acquisire il sentimento genitoriale del padre. L’imitazione è un atto esterno, di simulazione, di pura “ipocrisia”, e per questo modella un essere non vero, non autentico.

Quali le conseguenze del rifiuto di Dio? Opponendoci a Dio, la nostra immagine resta senza la sua Realtà (Verità); anzi da questa si slega. L’immagine di Dio in noi, cioè il desiderio di essere perfetti come Dio, risulta così senza il suo Oggetto. Il bisogno di essere come Dio (perfetti, onnipotenti, grandiosi, eterni) è insopprimibile. Ora se questo bisogno è distolto da Dio per una libera scelta, e se questo bisogno è ineliminabile, l’uomo è costretto a investire in qualche immagine di sé che possa farlo sentire unico, speciale, bravo, importante, eterno.

Ora l’unica immagine dell’uomo, che non si riveli precaria, imperfetta, mortale è l’immagine di Dio in lui.

L’uomo se vuole illusoriamente divenire eterno in un mondo caduco ed effimero deve identificarsi necessariamente all’immagine di Dio in lui, diventando egli stesso icona vivente di Dio e il solo oggetto degno di essere adorato e glorificato. In breve, venendo meno il rapporto con Dio, non rimane a ogni Adamo che amare e venerare l’immagine di Dio in lui, immagine cui si identifica, autoproclamandosi Dio.

Al progetto di Dio: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza», l’uomo oppone il proprio progetto: «Diventare dio senza Dio». Quali sono le conseguenze? L’uomo sviluppa un amore di sé, ossia della propria immagine deificata, senza limiti, sconfinata. L’uomo diventa un adoratore di se stesso, un egolatra.

L’egolatria, o adorazione della propria immagine, è la vera radice del male dell’uomo. L’uomo senza il Dio dei cieli si trova costretto a vivere il sentimento della propria eternità in una dimensione temporale, in cui regna la paura e la morte. Tutto ciò che ferisce questa immagine idolo genera vendetta; tutto ciò che la minaccia genera rabbia; tutto ciò che la oscura genera competizione; tutto ciò che la umilia genera disprezzo, tutto ciò che si rivela migliore di questa immagine idolo genera invidia, e odio, e distruttività. L’immagine idolo si ammanta di orgoglio, di tracotanza, di superbia; si è di fronte a un disturbo narcisistico della personalità. 

L’egolatria è puro delirio di grandezza; noi ci sentiamo grandi e unici e speciali perché tale è l’immagine di Dio in noi, ma in assenza di un Dio Padre di tutti, garante dell’uguaglianza tra gli uomini, nessuno è pari a noi.

Ora, se nel mondo l’individuo ha successo dà sostanza e contenuto, cioè una pseudo verità, alla propria immagine di Dio, ma se non ha successo metterà in atto tutte le sue difese contro la “morte” costruendosi il proprio mondo immaginario. Ogni uomo può diventare un Hitler, o uno Stalin, o un Napoleone, facendo milioni di morti, mettendo a ferro e fuoco il pianeta, se un “popolo” – nel suo bisogno di un messia – lo segue. Il Messia dei cristiani, a differenza di tutti gli altri, è mite e umile di cuore (Mt 11,29). Possiamo – senza il rischio di diventare nevrotici – imparare da lui a essere perfetti come Dio è perfetto.

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