Marco Rizzo e l’impossibile proposta di un comunismo europeo

Il totalitarismo ideologico non fu dissimile da nazismo e fascismo. In Italia il PD è politicamente amorfo, simile a una sinistra democristiana modernizzata

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

Qualche settimana fa su La7 a “Otto e mezzo” Marco Rizzo, cofondatore con Cossutta del Partito dei Comunisti italiani, dal 2014 definitivamente Partito Comunista Italiano (di cui ricopre la carica di Segretario), ha suscitato in me un sentimento di tenerezza per la spontaneità con cui esprimeva concetti ideologici che mi hanno riportato indietro nel tempo quando le campagne elettorali e i confronti politici si svolgevano sul piano della diversificazione delle idee e non già su cortilesche argomentazioni per il discredito personale dell’avversario politico di turno, condito e supportato da una diffusione mediatica consapevolmente responsabile delle incertezze e della confusione in cui incorre il corpo elettorale. Alcune dichiarazioni di Rizzo vanno però bonariamente stigmatizzate, e dico bonariamente, per la loro inconsistenza pratica sul piano realizzativo.

Egli dice: uscire dall’Europa con un’internazionale europea di lavoratori; uguaglianza sociale con il potere ai lavoratori che possono, con le innovazioni della scienza, condurre le aziende senza i padroni; i lavoratori possono condurre alleanza sociale e tornare a far contare la gente; Tsipras in Grecia aveva illuso e poi ha tradito. E fin qui Rizzo, che poi non è altro che il pensiero di Marx che definiva il modello sovietico socialismo reale; esso doveva essere una fase transitoria verso il comunismo in senso proprio, stadio finale (rimasto sempre confuso) che avrebbe visto la scomparsa dei rapporti di lavoro, delle classi, del diritto, dello Stato. Peraltro il preteso egualitarismo del comunismo, proprio perché irreale, conduce a disuguaglianze manifeste; il tasso di disuguaglianza nei Paesi socialisti era simile a quello dei Paesi capitalisti: leggermente inferiore a quello degli Stati Uniti, era quasi il doppio di Svezia e Gran Bretagna.

Questo comunismo non è stato una semplice dittatura, ma un totalitarismo ideologico non dissimile da quello nazista e conseguentemente fascista. Alcuni caratteri dei due totalitarismi sono simmetrici e rovesciati. Ciò spiega in parte la loro contrapposizione. Tale contrapposizione risiede nel fatto che ogni regime dispotico ha bisogno di un nemico esterno per giustificare restrizioni della libertà, sacrifici, fallimenti. Tant’è che i due regimi si proponevano come antidoto all’altro. Le cause del “successo” del comunismo sono le stesse che hanno condotto alla sua sconfitta. Il comunismo non è stato sconfitto da oscuri complotti: è imploso su se stesso. Restano in piedi regimi autoritari di matrice comunista come la Cina, la Corea del Nord, il Vietnam, Cuba o semiautoritari come il Venezuela. Ma questi regimi hanno perso la velleità di un’esportazione mondiale dell’ideologia comunista, che essi stessi hanno dovuto “annacquare” visti gli esiti fallimentari.

Condannare il comunismo significa, allora, assolvere il “capitalismo” in ogni sua manifestazione? Significa legittimare un’economia senza regole e senza etica? Significa ignorare le ingiustizie sociali che si manifestano negli Stati e fra gli Stati? Certamente no. Ma è proprio il totalitarismo oltranzista che ha determinato la rivolta di intere popolazioni, cosicché crollarono, uno dopo l’altro, i regimi di Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Germania est, Romania determinando il completo dominio, a livello mondiale, di quel “capitalismo” becero capace di entrare nelle intimità più profonde di ogni essere umano e di coinvolgere anche intere realtà dove il comunismo sopravviveva (Cina, Russia, India, Cuba, ecc.) e che hanno virato verso oligarchie politiche ed economiche. Tsipras non ha tradito, come afferma Rizzo, ma ha dovuto adeguare, per poter salvare il suo Paese, la politica nazionale a quella che è imposta a livello internazionale. E qui la necessità di chiarire come e chi determina i condizionamenti imposti.

Forse pochi conoscono l’esistenza sulle Alpi svizzere di una cittadina, Davos, famosa per la sua vocazione di turismo invernale, ma ancor più perché ogni anno vi si svolge un congresso del WEF (World Economic Forum – Forum economico mondiale). La fondazione è finanziata da circa mille imprese associate, in genere multinazionali con fatturato superiore ai 5 miliardi di euro. Le imprese associate sono quasi sempre leader nel proprio settore o Paese e hanno un ruolo chiave nell’orientarne gli sviluppi futuri. L’incontro è a inviti e si tiene a porte chiuse. Alto il livello qualitativo di partecipazione e, soprattutto, decisionale. Dalla fine degli anni novanta il World Economic Forum, insieme al G7, alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione Mondiale del Commercio, è duramente contestato da parte del movimento anti-globalizzazione, secondo il quale il capitalismo e la globalizzazione erano alla base dell’incremento della povertà e della distruzione dell’ambiente. Un altro elemento di critica è legato al ruolo preponderante che i partner strategici del WEF hanno nella definizione dei temi discussi nei meeting.

Queste poche righe (…a porte chiuse, aziende con più di cinque miliardi di euro di fatturato, rappresentanza politica di altissimo livello politico e militare come Cina e USA), penso siano sufficienti a chiarire come e da chi l’esistenza umana è gestita, limitata e condizionata.

E in Italia? Detto di Rizzo e della sua incrollabile fede, il panorama politico si presenta assai variegato e privo di precise identità.

E’ in essere un’entità nata, “Liberi e Uguali”, da una costola del Partito Democratico più per divergenze di carattere personale che per una vera e propria scissione per lontananza di vedute politiche e che attraverso i suoi adepti dichiara di porsi alla sinistra di tutti gli schieramenti e dove i suoi maggiori esponenti Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani allorché erano Presidente del Consiglio e Ministro dell’Industria non hanno mai messo in atto principi riconducibili alla sinistra.

Il M5S, nato come movimento per stimolare la “democrazia diretta”, convinto sostenitore dell’abolizione dell’euro e dell’uscita dell’Italia dall’Europa e che ha adottato il motto populista “onestà-onestà”, ha finito per diventare un Partito a tutti gli effetti ingannando i propri elettori, oserei dire, nel modo più indegno. Oscurato il suo fondatore, il candidato Premier Di Maio si è prestato (gli elettori ben presto ne avranno contezza) a fungere da “pupazzetto” abilmente gestito dalla triade D’Alema, Travaglio, Davigo. Le sue dichiarazioni, che in caso di vittoria del Movimento non ci sarà nessuna spartizione di incarichi ministeriali con altre aggregazioni politiche a cui si dà la possibilità di condividere il programma in caso di vittoria elettorale, sono assolutamente false. E questo perché i Ministri segnalati dalla “triade” ce li ha già dentro. Tant’è il mal di pancia all’interno del “Partito” di molti parlamentari.

Ad un attento osservatore non sfuggono certo molte, troppe coincidenze non dell’evidente, ma delle apparentemente insignificanti e quasi sommesse affermazioni pubbliche ora di Travaglio, ora di D’Alema, ora di Davigo; dello stretto rapporto di collaborazione editoriale Travaglio/Davigo; della sintonia D’Alema/Davigo sin dai tempi di “Mani Pulite”. Da queste semplici cose si può desumere facilmente la stretta collaborazione che ci sarà fra M5S e “Liberi e Uguali”.

La Destra, o pseudo tale, raccatta una miriade di voti da opportunisti, corruttela, sudditanza (Berlusconi); populisti e nordisti (Salvini); nostalgici (Meloni).

Resta il Partito Democratico amorfo politicamente. Non si può definire di sinistra e neppure di destra. Verosimilmente più vicino ad una sinistra democristiana modernizzata. Non ha fatto male negli ultimi due Governi, ma ha un grosso problema interno e soprattutto esterno: Renzi! Sembra un controsenso, ma non è così. Renzi ha dato una grossa scrollata a questo Partito destinato a cadere sempre più in basso nelle mani di chi poi se ne è andato; ha formato dei Governi composti da persone per bene, capaci e che hanno lavorato per il bene del Paese, con tanti risultati positivi e inattaccabili dal punto di vista personale (tant’è che un certo tipo di magistratura giustizialista ha tentato, anche con il “falso”, di delegittimare qualche componente); ha, insieme ad altri meriti quello non indifferente di avere esautorato il Direttore generale delle Infrastrutture (Ministero fondamentale per l’economia) che stava lì da trent’anni gestendo commesse per miliardi in modo non proprio cristallino e che aveva avuto l’ardire di licenziarsi, percepire la buonauscita e riassumersi. E in trent’anni nessuno si era accorto di niente. Eppure ne erano passati di Presidenti del Consiglio: Berlusconi, Monti, Letta, D’Alema, Prodi.

Detto questo, occorre anche dire che la sua furbizia ha permesso a Renzi di far fallire il pastrocchio Berlusconi/D’Alema tendenti a portare quest’ultimo alla Presidenza della Repubblica e ad anticiparli con l’elezione di una persona di tutto rispetto: Mattarella. Ma la furbizia non basta, occorre anche essere un buon politico, Ha commesso degli errori che un vero politico non avrebbe mai commesso: ha insistito a portare alla consultazione popolare la riforma costituzionale e la nuova legge elettorale dopo che in Parlamento non erano passate; ha messo mani, con buone intenzioni che poi si sono dimostrate un boomerang, in quel ginepraio che è la scuola e, all’interno del Partito, non ha dimostrato di possedere moderazione e cautela. Non ci perda troppo tempo a crescere politicamente!

Concludendo: che Dio possa illuminare l’elettorato italiano!

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