Nonostante sia stata la stessa magistratura ad accertare crimini “interni”. I cittadini disorientati da una giustizia che, con gli stessi dati, decide in un modo e poi all’opposto
La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018
Manifesta stupore il vice presidente del CSM Giovanni Legnini di fronte alla nuova inchiesta sui giudici corrotti, che arriva quasi all’indomani del caso Bellomo (il consigliere di Stato accusato di abusi e molestie nei confronti delle studentesse che frequentavano i suoi corsi di formazione), e chiede “una forte reazione della magistratura”.
“I magistrati sono circa 9mila e l’ordine giudiziario nel suo complesso è sano ma l’arresto anche di uno solo non può che destare preoccupazione e sconcerto perché quella del giudice non è certo una professione qualsiasi. – E poi aggiunge in merito alla situazione siracusana: – Se i fatti saranno confermati, il sistema emerso desta gravissime preoccupazioni. Sulle anomalie che si manifestavano da tempo alla Procura di Siracusa siamo già intervenuti, pur non potendo conoscere gli episodi di corruzione. La prima commissione a maggio 2017 è andata a Siracusa, tant’è che dopo lo stesso Longo, per l’incompatibilità ambientale e funzionale, ha chiesto di essere trasferito e ciò è stato subito disposto. Longo poi a novembre è stato condannato in sede disciplinare”.
Eppure, solo in questa vicenda, l’elenco dei magistrati coinvolti a vario titolo, e di quelli sui quali ancora non è trapelata notizia di accertamenti che dovranno comunque essere fatti per le perplessità che sollevano alcune sentenze, è davvero lungo. Racconta di una deriva istituzionale che non ha risparmiato ormai nessun ordine professionale, nessun apparato dello Stato: si direbbe che malaffare e intrallazzo abbiano avuto la meglio su quei valori di onestà e legalità che appaiono sempre più residuali nella nostra società.
La corruzione negli atti giudiziari costituisce l’apice del nostro degrado, quel confine, superato il quale, si dissolvono i cardini del vivere civile, della democrazia e della giustizia.
E se è pur vero che ad accertare azioni criminali “interne” è la stessa magistratura che restituisce ai cittadini la speranza di ristabilire ordine e verità, il massimo organismo di controllo dei giudici non può limitarsi ad affermazioni rituali come quelle di Giovanni Legnini, quasi un alibi per assolversi dalle proprie mancanze, da quell’atteggiamento prudente, difensivo e troppo spesso poco oggettivo, che non si può fare a meno di notare quando questi casi vengono alla luce. Il CSM, così come chi dirige le procure e gli stessi magistrati che certo comprendono quanto accade intorno a loro, quali armi usino impropriamente i loro colleghi, hanno l’obbligo non solo e non tanto morale e deontologico, bensì giuridico, in quanto pubblici ufficiali, di intervenire subito, con determinazione e armandosi di bisturi. Qualsiasi ritardo, qualsiasi tentennamento è un vulnus profondo al nostro vivere insieme nel rispetto delle regole.
Nel 2011 due esposti anonimi denunciavano il sistema corruttivo che vedeva insieme magistrati e avvocati, e si diceva fossero opera di un magistrato che aveva preferito restare nell’ombra, e certo, a mettere insieme i molteplici indizi, dovettero operare anche altri professionisti, avvocati in particolare. Tutti però costretti dal sistema “Italia” a non esporsi per non pagare in prima persona come in altre occasioni abbiamo visto accadere (il caso Why not per tutti). E se allora ci fosse stata più correttezza nelle indagini, analizzando tutto quello che alcuni indicavano come platealmente evidente, oggi, forse, le cose sarebbero andate diversamente.
Non sempre insomma il CSM, la sua sezione disciplinare, appare certo della strada da prendere, per non parlare della sensazione di disorientamento che genera nei cittadini una giustizia che, sugli stesi dati di fatto, decide ora in un modo ora in quello diametralmente opposto.
Il caso del pm Maurizio Musco, raggiunto anch’egli pochi giorni fa, insieme al collega Marco di Mauro, da avviso di garanzia è da questo punto di vista emblematico.
Il 19 settembre 2012, dopo l’ispezione amministrativa disposta dal Ministro di Giustizia Paola Severino a seguito delle inchieste giornalistiche e di ciò che ne derivò, Musco fu trasferito a Palermo su altro ufficio giudiziario in via cautelare, una misura disciplinare riconfermata sia il 7 marzo 2013 che il 5 giugno 2014, una volta rigettate le due istanze di revoca presentate dal magistrato. Intanto prendeva il via il procedimento penale a suo carico istruito dalla Procura della Repubblica di Messina che si concluderà, dopo alterne vicende, con una condanna, passata in giudicato, a 18 mesi di reclusione per abuso d’ufficio nella vicenda Carrubba Perrotta: è il 23 febbraio 2017. Ma, proprio perché inizialmente scagionato in primo grado, in attesa della definizione del processo penale, il 18 luglio 2014, la Procura Generale della Corte di Cassazione ha deciso di procedere a uno stralcio del più ampio procedimento disciplinare, del quale fu disposta la sospensione, e successivamente la Sezione Disciplinare del CSM (intanto rinnovato nelle nomine) il 24 marzo 2015, ha assolto Musco per “insussistenza degli illeciti disciplinari”, consentendogli di restare a Siracusa, ciò nonostante nell’istruttoria emergessero con ogni rilievo i rapporti non solo genericamente amicali con l’avvocato Piero Amara.
Contro le motivazioni dell’assoluzione (La Civetta anno VIII n.10 del 27 maggio 2016) fu quindi il Ministro della Giustizia Andrea Orlando a presentare ricorso contestando punto per punto quanto deciso dalla disciplinare in considerazione, in ogni caso, degli obblighi di un magistrato.
Ma ancora, nel 20 maggio 2016, le Sezioni Unite della Cassazione, di nuovo, accogliendo solo in parte il ricorso del Ministero, rinviarono il tutto al CSM.
Poi nulla, fino al marzo 2017, quando, alla luce della condanna ormai definitiva a 18 mesi di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici (Carrubba-Perrotta) e in presenza del giudizio di primo grado per tentata concussione (vicenda Villa Corallo del 2007) a 3 anni e 8 mesi di reclusione, il ministro Orlando è tornato a chiedere nei confronti del magistrato la misura cautelare. Da qui la decisione del CSM prima di trasferire Musco alla Procura di Sassari (con la perdita di anzianità di un anno) poi, su istanza dello stesso Musco, probabilmente anche per motivi di salute, a Caltanissetta nel ruolo di giudice civile, decisione tra l’altro che lascia allibiti e porta a pensare che il CSM in concreto non attribuisca la minima importanza all’efficienza del servizio giustizia. È ben noto infatti che il magistrato che abbia espletato sempre e soltanto le funzioni di pubblico ministero non può essere da un giorno l’altro catapultato al settore civile, data la totale diversità e la complessità della materia che richiede ottime competenze specifiche.
Ma il 5 dicembre 2017 segna l’altro capovolgimento di fronte: i giudici della Corte d’Appello di Messina hanno riformato la condanna comminata per la tentata concussione “perché il fatto non sussiste” (e non si sa se, una volta depositate le motivazioni, verrà proposto ricorso in Cassazione).
Ecco quindi la spiegazione della presenza del pubblico ministero Maurizio Musco al quinto piano del Tribunale di Siracusa, spesso nella stanza del collega Longo, dove, scrive il gip di Messina, appare interessato alla sua attività, partecipa agli incontri anche con l’avvocato Giuseppe Calafiore “parimenti legato al Musco da un rapporto confidenziale”, suggerisce a Longo come difendersi dalla contestazione disciplinare, quali domande fare a una collega di Catania e di registrare la telefonata, e anche gli consiglia gli espedienti per sfuggire alle intercettazioni – è necessario che “si procuri un’altra scheda telefonica intestata a terzi per eludere l’attività tecnica e non porti mai con sé il nuovo cellulare per evitare perquisizioni e sequestri (consigli scrupolosamente seguiti poi da Longo).
Nel leggere le pagine dell’ordinanza per l’applicazione delle misure cautelari si vive un effetto di straniamento, come se le microspie non fossero poste nell’ufficio di un giudice ma riprendessero un incontro tra boss della malavita o un summit mafioso.
30 gennaio 2015 la sicilia
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