Spesso chi si espone e adisce l’Anac viene mobbizzato, licenziato oppure subisce ritorsioni. La recente legge prevede la tutela dell’identità, oltre alla garanzia di nessuna ritorsione sul lavoro e tantomeno di atti discriminatori
La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018
Nell’Italia delle fake news e delle notizie sensazionali si è dato pochissimo spazio a una legge che può contribuire a ridurre i fenomeni di corruzione che inquinano la nostra democrazia. Solo ai più faziosi o ai più disinformati può passare per la testa che il fenomeno sia di esclusiva competenza della politica. Come migliaia di episodi piccoli e grandi hanno dimostrato, essa è un cancro che attraversa la società in lungo ed in largo, in basso e in alto. Riguarda la politica, l’economia, le professioni e così via fino ad incunearsi nelle piccole vicende quotidiane diventando un fenomeno di massa che, appunto, costituisce un cancro mortale per la nostra democrazia poiché settorializzando il fenomeno solo ad alcune categorie, enucleandolo dal nostro vivere quotidiano lo esorcizziamo decretando che non riguarda il nostro modo di vivere e di rapportarci con gli altri. Abbaiando alla luna evitiamo di concentrarci sul da fare in concreto anche nel nostro piccolo quotidiano poichè il problema, a giudizio dei più, non ci riguarda ed è riferibile sempre e solo agli altri.
Il parlamento prima di sciogliersi ha, finalmente, varato una norma utile, che può concorrere concretamente a scoperchiare il fenomeno nell’unico modo possibile: proteggendo chi dice no e aumentando le tutele per chi denuncia i corrotti; lo ha fatto con la legge sul whistleblowing che protegge chi segnala corruzione o le irregolarità sul posto di lavoro. Un passo importante per l’affermazione della legalità, oltre le chiacchiere e le dichiarazioni di principio.
Che il fenomeno sia diffuso è testimoniato dai dati pubblicati dall’ISTAT in seguito ad uno specifico e puntuale studio del fenomeno effettuato nel 2016. Così, oltre alla percezione che ciascuno di noi ha, veniamo a sapere con documenti oggettivi che il numero di famiglie coinvolte in episodi di corruzione almeno una volta è stato il 7.9% della popolazione (ben 1.742.000 persone) e che negli ultimi tre anni il fenomeno ha riguardato il 2,7% (ovvero 597.000 persone) e negli ultimi 12 mesi ben l’1,2% (ovvero 255.000 persone) . Ovviamente i dati riguardano fenomeni accertati e documentati che, ovviamente, sono solo la punta dell’iceberg. Ebbene, il 3,2% dei casi si sono verificati nel settore lavorativo (concorsi, avvio attività, ricerca di lavoro), il 2,4% in ambito sanitario (visite mediche specialistiche o accertamenti diagnostici, ricoveri o interventi) e il 2,1% quando queste persone si sono rivolte agli uffici pubblici.
Non sarà popolare di questi tempi in cui a parlar bene di qualcuno si rischia il linciaggio, ma va riconosciuto che la legge sul whistleblowing è un’altra “norma di civiltà” varata da questo vituperato parlamento (dopo quella sul fine vita, sull’omofobia, sulla diversità di genere e così via); è una legge utile che si preoccupa di non lasciare solo chi segnala illeciti di cui è venuto a conoscenza sul luogo di lavoro come ha opportunamente sottolineato il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, il 15 novembre scorso quando la Camera ha approvato in via definitiva la legge per la tutela di chi segnala reati oppure irregolarità nel lavoro, pubblico o privato, a partire da casi di corruzione.
La legge prevede, infatti, la tutela dell’identità, oltre alla garanzia di nessuna ritorsione sul lavoro e tantomeno di atti discriminatori. Infatti, non è raro che chi si espone e denuncia viene mobbizzato, licenziato oppure subisce ritorsioni. La nuova legge dovrebbe impedire tutto ciò. Il dipendente, pubblico o privato, che segnala all’Autorità anticorruzione (www.anac.it) o denuncia all’autorità giudiziaria condotte illecite, di cui sia venuto a conoscenza grazie al proprio rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa che potrebbe avere effetti negativi. Inoltre, non hanno alcun valore eventuali atti discriminatori oppure ritorsiviadottati dal datore di lavoro. Se ciò avviene, spetterà al datore di lavoro dimostrare che le misure discriminatorie siano motivate da ragioni estranee alla segnalazione da parte del dipendente.
Per la lotta all’inquinamento questa norma potrebbe essere un valido aiuto per far uscire dal silenzio quei dipendenti che, costretti con minacce o ricatti, magari di notte, o con la complicità di chi poi ne subirà le conseguenze in termini di salute propria o dei propri congiunti, supportano la dispersione nell’aria o nel suolo di scarti della produzione inquinanti
La Commissione europea ha stimato che il whistleblowing può valere 50 miliardi di euro per le casse pubbliche grazie al maggior numero di denunce perchè “la corruzione ruba il futuro ai giovani e scoraggia le imprese sane”. Ormai è accertato, chi segnala gli illeciti è chi vuole rimettere in sesto il Paese; le chiacchiere valgono zero.
Questa come le altre decine di leggi che si preoccupano, in concreto, di cambiare le cose nel nostro paese non sono state oggetto di attenzione né di menzione sul social dove impazza la sagra delle fake news e della superficialità. Fenomeno quello delle fake che ha concorso ad alterare il confronto democratico (come emerge con sempre più chiarezza) nel più potente paese del mondo e che ha, finalmente, richiamato l’attenzione dell’Unione europea che ha avviato sul sito www.ec.europa.euuna consultazione pubblica sul tema, un questionario a cui si può rispondere fino al 23 febbraio. I risultati, insieme al lavoro di un team di esperti, aiuteranno a capire l’efficacia delle misure anti-bufale messe in atto dalle big del web come Facebook e Google e a definire nuove mosse dell’Ue.
Il fenomeno delle fake news, probabilmente, condizionerà anche le prossime elezioni politiche in Italia poiché il fenomeno si è esteso e dilatato oltre misura.Risulta infatti, dal 51esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis, che al 52,7% (più della metà degli italiani) è capitato di credere a notizie false circolate in rete. La percentuale sale al 58,8% tra i più giovani che dichiarano di crederci spesso nel 12,3% dei casi. Il rapporto registra quanto i social abbiano avuto una forte espansione anche come fonte di informazione: Facebook, uno dei social più sotto accusa per la diffusione di false news, è utilizzato per questo scopo dal 35% degli italiani e la percentuale sale al 48,8% tra i giovani. Aumenta però anche la percezione del problema: per il 77,8% quello delle fake news è un fenomeno pericoloso. Soprattutto le persone più istruite pensano che esse siano create ad hoc per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%).
Infatti il web sempre più è occupato da veri e propri odiatori seriali che spingono le persone che hanno qualcosa da dire a lasciarne o a limitarne l’uso perché, sempre di più, navigando su Fb alla ricerca di amici e conoscenti, nonostante si cerchi di affrontare, sia pure sinteticamente, discussioni e riflessioni con tono dialogante, anche se a volte caustico e ironico, si ricevono risposte tutte perentorie ed estremiste, improntate a un astio e una rabbia di fondo sempre meno comprensibile in un confronto che vorrebbe essere civile e reciprocamente utile.
Purtroppo quella che poteva essere un’occasione di allargamento della democrazia è diventata una maschera per coprire le proprie frustrazioni e l’odio verso tutti, in puro stile Napalm 51, il personaggio dell’odiatore seriale inventato da Maurizio Crozza. Per parte mia l’odio social neanche mi sfiora, è qualcosa che avviene su un pianeta nel quale non ho mai messo piede, né vorrò mai metterlo. Il tempo è breve, le cose da fare tante, le nostre parole preziose. E le persone, sono convinto, sono migliori di come appaiono sui social.

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