“Quei soldi in Abruzzo non sono mai giunti”. Il docufilm di Fabio Leli, Premio Fava Giovani, svela la furbata del governo dopo il terremoto in Abruzzo. L’inchiesta fa luce sulle connessioni tra le lobbies del settore, politica, fisco e mafia
La Civetta di Minerva, 2 febbraio 2018
Una spirale turpe e insidiosa che coinvolge l’industria dell’azzardo, la politica italiana, l’Aams (agenzia Dogane e Monopolio di Stato) e la criminalità organizzata, trascinando nella disperazione oltre un milione e mezzo di italiani. È quanto emerge dal film inchiesta “Vivere alla grande”, scritto, prodotto e diretto da Fabio Leli, giovane sceneggiatore pugliese, premiato domenica sera a Palazzolo Acreide, in seno all’XI edizione del premio “Giuseppe Fava-Giovani”, organizzato dalla Fondazione e dal Coordinamento “Giuseppe Fava”, con il patrocinio dell’Associazione Antiracket e del Comune di Palazzolo Acreide.
Un’inchiesta puntuale e coraggiosa, da cui emergono pieghe, forse, inaspettate. Come il nesso fra l’azzardo e una delle tragedie più pesanti del nostro Paese: il terremoto in Abruzzo.
“Mi sono ritrovato a Roma, appena iscritto alla facoltà di Cinematografia – racconta Leli – nel 2009, subito dopo l’approvazione del cosiddetto Decreto Abruzzo. Rimasi esterrefatto dal proliferare delle slot machine e dei centri scommesse. Le facce da zombie, sempre le stesse dal mattino alla sera, di quanti stavano letteralmente attaccati ai muri con i gratta e vinci o alle leve delle slot, mi hanno spinto ad indagare cosa c’è dietro a tutto ciò. La prima cosa che è venuta fuori è stata la grave operazione di speculazione sul terremoto dell’Aquila voluta dal Governo italiano e dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze Tremonti, che hanno fortemente incentivato il gioco d’azzardo in Italia, collegandolo alla ricostruzione. Un’operazione in cui l’italiano è caduto in pieno. Mentre, di fatto, l’Aquila quei soldi non li ha mai visti”.
E non è il solo risvolto dell’inchiesta. Ad apparire coinvolti in un macabro gioco delle parti sono le lobbies legate all’industria dell’azzardo, una politica che concede ricche transazioni e un trattamento fiscale di favore alle concessionarie e, immancabile, la Mafia.
“La criminalità organizzata – continua il regista – impone slot e videogiochi anche nei bar, caffè e tabacchi in cui la coscienza del proprietario si opporrebbe. Se alle spalle c’è un Governo che ne incentiva l’uso, che armi ha il singolo esercente per dire di no?
Prodotta in fase iniziale dal basso, l’inchiesta attraversa l’intera penisola per dare voce ai veri protagonisti della vicenda: le vittime.
“Ero stufo – incalza Leli – di vedere servizi e pseudo inchieste in cui lo sfortunato di turno raccontava, faccia al muro, incappucciato e con la voce contraffatta, come si era fatto fregare dal gioco. Raccontata così, la percezione della vittima è parziale e alterata. Sembra essere solo colpa della sua debolezza. Ma le cose stanno diversamente”.
Il film assume allora il volto di Francesco, che dopo aver perso lavoro, casa e famiglia, grazie all’amore per la figlia e alla passione per la natura e per i funghi porcini riesce a rinascere e a ricostruirsi pian piano una vita. E di Mattia, che, invece, la vita l’ha persa dietro alle illusioni di una macchinetta.
“La scommessa, il gratta e vinci o la slot – è ancora il regista a spiegarcelo – sono visti dalla vittima come un investimento, una possibilità di riscatto per la vita. Spesso l’ultima. E se gliela togli, il rischio è che si senta depredata. È un circolo vizioso che trova purtroppo in Italia terreno fertile. Viviamo in un Paese che offre scarse possibilità di realizzazione. E che, perdipiù, ha nel sangue la tradizione della scommessa. Basti pensare al totocalcio, al totip, ai numerosi film sul tema. L’italiano è assuefatto. E il problema abbraccia tutte le città, grandi e piccole, tutte le classi sociali e, ancora più grave, tutte le età. Gli studi dimostrano che già a sette anni i bambini cominciano ad “investire” la loro paghetta settimanale in scommesse e alle slot”.
Ma le vittime sono anche fra chi il fenomeno dell’azzardo ha cercato di combatterlo all’interno delle istituzioni. È il caso dell’ex senatore della Repubblica Raffaele Lauro, che ha apertamente denunciato la politica fiscale ruffiana del Governo rispetto alle concessionarie e non è stato ricandidato dal suo partito di allora, il Pdl. E del comandante della finanza Umberto Rapetto, fondatore del Gat (Gruppo Anti-Crimine Telematico), costretto a frettolose dimissioni dopo aver multato per 98 miliardi dieci società concessionarie legate al Monopolio di Stato, per l’utilizzo illegale di slot e giochi online. Multa, tra l’altro, ridotta poi dalla Corte dei Conti a 2,5 miliardi.
Troppi gli interessi all’interno dei <Palazzi>, per dirla con Fava. Troppe le vittime. Troppi i soldi degli italiani che, ogni anno, continuano ad essere risucchiati in questa spirale. Come uscirne?
“E’ una lotta impari – conclude Leli – anche se è triste ammetterlo. Ed è difficile venirne a capo. Io stesso, dopo aver girato il film ho avuto continue minacce e telefonate intimidatorie, persino da società sedicenti contro il gioco d’azzardo. L’unico modo è fare rete, unirsi, boicottare bar e caffè in cui sono presenti le slot. Il film ha cambiato tante persone. Forse perché conoscere le responsabilità pesanti di Stato, lobbies e mafia o capire, come spiegano un matematico ed un fisico all’interno dell’inchiesta, che si tratta di software in cui è prevista la vincita per spronare all’ennesima puntata, che è tutto deciso a monte da chi quei software li programma, può aiutare a comprendere che si tratta di un devastante canto delle sirene”.
Una devastazione che ha un nome preciso: ludopatia. E che, come sottolinea l’assessora alla Pubblica Istruzione di Palazzolo Acreide, Melita Girasole, “non manca di colpire persino un piccolo centro come il nostro, dove nell’arco del 2016 sono state registrati più di tre milioni e mezzo di euro in scommesse e giocate. La vecchietta che guadagna quattrocento euro di pensione sociale non spende più la sua moneta da un euro nel pane, ma nel biglietto che spera possa dare un futuro ai suoi nipoti. Un dato triste e allarmante. È arrivato il momento di svegliarsi e fare qualcosa”.
Nonostante l’importanza del tema, scarsa la presenza dei palazzolesi alla proiezione e al dibattito, moderato dalla giornalista di Meridionews Marta Silvestre, in cui sono intervenuti la presidente della Fondazione, Maria Teresa Ciancio, insieme a Francesca Andreozzi, vice presidente della Fondazione nonché nipote del giornalista ucciso dalla Mafia nel 1984, a Luciano Modica, amministratore giudiziario e scrittore, oltre allo stesso regista.
“Dato il successo avuto con le scuole in occasione dello spettacolo teatrale <Lezione sulla Mafia>, accompagnato dall’Orchestra Musicainsieme a Librino – commenta il portavoce del Coordinamento Nello Gibilisco – cercheremo per il prossimo anno di coinvolgere maggiormente gli stessi studenti. Auspicando per il futuro una più attiva partecipazione di Palazzolo”.

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