L’astensione dal voto è una vigliaccheria

IL TACCUINO

 

La democrazia ci è costata cara e non possiamo regalarla a chi  la stupra. Andare a votare significa fare politica e il Papa ci ha insegnato che fare politica è espressione nobile di carità

 

La Civetta di Minerva, 17 novembre 2017

L’astensione dal voto è un’espressione di vigliaccheria, non di protesta. E poi, contro chi si è diretta la protesta? E ancora, chi non va a votare ha diritto alla protesta se rinunzia a un suo diritto di scelta di partiti e di uomini?

Se pensassimo quanto sia costato al cittadino il diritto di voto non dovremmo nemmeno per un attimo pensare di non andare a votare. Perché lasciare il campo agli amici degli impresentabili? Infatti  costoro si mobilitano, e si organizzano scientificamente – almeno così  mi dicono voci attendibili – sostano  vicino ai seggi elettorali con un biglietto di 50 euro in mano pronti a consegnare la banconota non appena all’uscita dal seggio controllano  sul  cellullare se l’impresentabile è stato votato. E’  questo che vogliamo?

La democrazia ci è costata cara e non possiamo regalarla a chi  la stupra. L’andare a votare significa fare politica e il Papa ci ha insegnato che il fare politica è espressione nobile di carità. E qui si apre un discorso a parte. Se il fare politica è espressione nobile della carità, perché ce ne stiamo lontani pronti però a criticare chi la fa?

Se la cultura coincide con un titolo di studio i tanti architetti disoccupati sfornati dalla nostra locale facoltà possono limitarsi nei pub la sera a dissacrare i politici mentre se ne stanno beati a gustare l’apericena  acquistato con i soldi di papà  o con la pensione del nonno?

Dichiarano che esprimeranno un voto di protesta contro il sistema politico attuale, ma si guardano bene dal mettersi a fare politica. Costa l’umiltà di cercare il consenso, costa lo studio per conoscere le necessità del contesto sociale in cui si vive, ed allora il rifugio è la critica lasciando agli altri, magari a quelli non titolati di una laurea, di guidare la società.

Non dobbiamo dimenticare che un candidato alla presidenza della Regione è stato indicato da cinquemila persone su sei  milioni di siciliani, quindi meno dello zero virgola uno per cento, ed hanno scelto persona che non ha  cultura  da laureato. Se  la categoria degli intellettuali e degli uomini acculturati apre gli occhi e  prende atto dello stato di arretratezza economica e sociale  in cui versa la Sicilia, non ha alibi; non ha il diritto di critica ma deve  soltanto prendere atto del grave peccato commesso di omissione di  carità.

Sono però sempre in tempo per farsi perdonare, perché la Sicilia ha bisogno di loro.

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