In vista del 18° Congresso Nazionale ICAR (Italian Conference on AIDS and retroviral Research) che si terrà a Catania dal 20 al 22 maggio 2026, si torna a riflettere anche sul tema della medicina di genere con un abstract dal titolo “Noi, Donne. Dalla perimenopausa alla menopausa” curato dall’Associazione NPS (Network Persone Sieropositive). Perché puntare i riflettori su un aspetto così specifico? Per il semplice motivo che la medicina moderna ha sempre basato la sua ricerca partendo dal presupposto che il corpo maschile, caucasico, e in buona salute fosse lo standard universale.
Ma questo sbilanciamento non riguarda solo questa patologia nello specifico, è un problema legato alla falsa credenza che l’organismo maschile e quello femminile differissero solo da un punto di vista riproduttivo. Questo ha portato a definire dei protocolli di ricerca sbilanciati. Storicamente le donne sono state escluse dai trial sui farmaci e dallo studio delle varie patologie a causa della “complessità” ormonale o per il timore di potenziali gravidanze. Il risultato è una farmacologia tarata su un uomo di circa 70 kg, bianco e caucasico, ignorando che le donne metabolizzano i principi attivi in modo differente e che accusano spesso effetti collaterali più severi e frequenti. Questo approccio ha prodotto uno squilibrio sistemico all’interno della produzione scientifica, portando a una comprensione incompleta della risposta farmacologica di tutti quei corpi che non rientrano nel range della ricerca.
Dalle malattie cardiovascolari alle patologie autoimmuni — che colpiscono le donne in misura dell’80% — la mancanza di una lettura specifica dei dati per sesso ha reso la diagnosi femminile un percorso spesso costellato di errori e ritardi.
Un esempio che può far capire a cosa può condurre una scarsa attenzione a questo aspetto è la gestione del dolore. Patologie come l’endometriosi o l’adenomiosi (patologie benigne croniche in cui tessuto simile all’endometrio cresce in sedi anomale), soffrono ancora di un ritardo diagnostico medio che oscilla tra i 7 e i 10 anni. Questo accade perché il dolore pelvico è stato per secoli culturalmente normalizzato come “parte dell’essere donna”.
Il corpo delle donne ha regole proprie. Non fare una ricerca mirata su di esso, sottovalutando il legame tra ormoni e sistema immunitario, significa lasciare milioni di pazienti senza cure adeguate. È ora di smettere di incentrare la medicina solo sulla riduzione dei sintomi e iniziare finalmente a curarne la causa biologica e, a volte, sociale.
Anche in ambito cardiologico, la ricerca ha faticato a riconoscere che l’infarto femminile può presentarsi con sintomi diversi da quelli manifestati dall’uomo. Se per il maschio i sintomi tipici sono rappresentati da dolore al petto irradiato al braccio sinistro, per la donna parliamo di una sintomatologia meno specifica, nausea, affaticamento, dolore alla schiena. Senza una formazione medica aggiornata sulla fisiologia di genere, il rischio di non arrivare a diagnosi adeguate e, quindi, a terapie tardive se non assenti, rimane elevato.
La menopausa stessa viene vissuta come un periodo della vita da vivere con rassegnazione e sopportazione. Invece andrebbe trattata come una fase di profonda ristrutturazione metabolica che richiede interventi mirati per proteggere il cervello, le ossa e il cuore per poter vivere con un’adeguata qualità della vita nella propria esistenza.
Riconoscere quindi, la specificità della fisiologia femminile non è una rivendicazione ideologica, ma un imperativo scientifico. Una salute femminile autentica richiede che vi sia un cambio di approccio totale. La medicina di genere sta ottenendo risultati in questo senso negli ultimi anni, ma quella che più di tutto va cambiata è la cultura alla base dell’approccio alla salute, sia da parte delle donne stesse che del personale sanitario.
Giusto per fare degli esempi si potrebbe cominciare con l’abbattimento dei pregiudizi di genere che portano a sottovalutare i sintomi riferiti dalle pazienti che spesso vengono archiviati come “lamenti” o “eccessivi”. Sarebbe sostanziale una sana educazione alla salute, partendo dalla conoscenza del proprio corpo, anatomicamente e fisiologicamente, per capire cosa è normale e cosa è sintomo di alterazione. Oggi, per promuovere la salute delle donne non bisognerebbe offrire solamente una prevenzione mirata alla sfera riproduttiva, ma colmare questo standard di ricerca per garantire una medicina equa e basata su dati rappresentativi di ogni possibile paziente.
Solo superando l’approccio standardizzato la medicina potrà essere realmente universale e dare la giusta cura ad ogni persona, al di là del genere e di ogni altra peculiarità.
https://www.npsitalia.net/category/donne/
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC2860802

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