Le dichiarazioni di Michelangelo Giansiracusa sulla possibile “spartizione” del Libero Consorzio di Siracusa tra Catania e Ragusa- bollate dallo stesso autore, in una tempestiva replica sulla suggestione dell’indimenticabile “Non ci sto” di Oscar Luigi Scalfaro del 1993 a reti unificate, come “mera provocazione che avrebbe capito anche un bambino” – hanno comprensibilmente scatenato un vivace dibattito politico e mediatico.
Dopo il tentativo di Giansiracusa di “sottrarsi al massacro” le successive repliche hanno inevitabilmente alimentato tensioni e polemiche in un momento già delicato per gli enti locali.
Tolto il siparietto dialettico, resta infatti il dramma vero. Il Libero Consorzio di Siracusa galleggia da dieci anni in un limbo di commissariamenti continui, bilanci bloccati e cantieri tenuti in piedi a furia di interventi tampone. La verità “accantonata” dai giochi di palazzo è che l’improvvida cancellazione delle vecchie Province – una genialata tutta siciliana che ha reso l’isola un unicum in Italia per volontà di Rosario Crocetta – ha trasformato questi enti in gusci vuoti.
Senza fondi, senza autonomia e con una pianta organica che si svuota via via per i pensionamenti, denunciare il collasso è sacrosanto sebbene proprio la nomina di un presidente – non con libere elezioni ma su scelta, proiezione, dei sindaci stessi, quelli che ora tacciono – e il ritorno a una parvenza di normalità politica avrebbero dovuto segnare la svolta anche garantendo una maggiore attenzione da parte della politica regionale alle reali esigenze.
È dentro questo cortocircuito che si inserisce l’ultima, dirompente mossa del presidente Giansiracusa. Un’uscita che spiazza se confrontata con la narrazione precedente: fino a ieri, infatti, l’amministrazione rivendicava con orgoglio i risultati concreti sul campo, dai cantieri aperti per la viabilità provinciale alla manutenzione delle strade alle scelte, anche impopolari, della riorganizzazione della rete scolastica nella logica del risparmio (!).
Poi, improvvisamente, la doccia fredda e la provocazione estrema lanciata ai microfoni: se entro fine anno non arrivano soluzioni finanziarie strutturali, tanto vale smembrare il Libero Consorzio e consegnarne metà a Catania e metà a Ragusa. Un grido d’allarme basato su dati reali – come l’imminente pensionamento di 17 dipendenti senza alcuna possibilità di rimpiazzo a causa del blocco delle assunzioni – che fotograferebbe un ente strutturalmente morto.
Ma quale potrebbe essere una diversa chiave di lettura di questa inaspettata sortita?
Denunciare che a breve decine di dipendenti andranno in pensione senza poter essere sostituiti e che il prossimo presidente erediterà terra bruciata serve a evocare le difficoltà future, nonostante gli sforzi e l’impegno quasi eroici della recente governance, o si sta forse preparando il terreno per giustificare manovre straordinarie?
In un contesto politico che precede scadenze elettorali cruciali come le amministrative, la gestione delle piante organiche, del precariato e dei flussi di spesa è da sempre la cartina di tornasole del consenso. Mettere le mani avanti dipingendo un quadro apocalittico potrebbe essere il modo per sbloccare deroghe, fondi e, di riflesso, leve di potere occupazionale. O si commette peccato mortale nell’avanzare l’ipotesi e affidarla alla parola scritta sottraendola ai rumors?
O (ma anche e) si vogliono mettere le mani avanti per giustificare l’impossibilità di fare di più, disinnescando le critiche future e ancora una volta affidare ogni valutazione finanziaria a un commissario ad acta, semmai come si è fatto nel luglio 2025 – nell’aprile si era già aperta la stagione Giansiracusa – chiamando all’opera di nuovo Giovanni Cocco, funzionario del Dipartimento regionale delle Autonomie Locali assai stimato dal sindaco di Melilli Giuseppe Carta?
Certo è che, dopo dichiarazioni, repliche e distinguo, restano i dati di bilancio dell’ente e la scadenza fissata dallo stesso presidente. Saranno dunque i fatti a dare risposte concrete a quegli interrogativi che, al momento, la politica locale – soprattutto le forze di opposizione – forse preferisce eludere, evitando di prendere una posizione e di esporsi pubblicamente.

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