Affido, oltre le “Tifoserie”: Riflessioni sulla Genitorialità e la Centralità del Minore

Il dibattito che sta scuotendo Siracusa sulla vicenda della piccola “Mia” (nome di fantasia tratto dagli articoli de “La Sicilia”) impone una riflessione che superi la cronaca e interroghi le nostre coscienze. Commentando l’articolo della Direttrice Marina De Michele e l’intervista ad Aldo Castello — il quale chiarisce magistralmente la natura dell’affido come servizio temporaneo e non come anticamera dell’adozione — emerge un interrogativo cruciale: cos’è oggi la genitorialità e come si esprime nel superiore interesse di un minore?

Basandomi sulla psicologia dello sviluppo e sull’esperienza maturata nel settore, vorrei offrire alcuni spunti focalizzandomi sulle certezze scientifiche e cliniche che spesso vengono dimenticate nel calore della polemica, consapevole di basarmi solo su notizie frammentarie e lette sui media.

Cos’è la genitorialità e come si esprime?

La genitorialità non è un evento (il parto) né un contratto, ma un processo dinamico. Possiamo schematizzarla in tre dimensioni fondamentali:

Genitorialità Biologica: Il legame di sangue, che costituisce la radice identitaria e storica del bambino. Non è un “titolo di proprietà”, ma un diritto del minore alla propria verità biografica.

Genitorialità Affettiva/Accudente: Si esprime nel “quotidiano”, nella capacità di rispondere ai bisogni primari e affettivi, creando quella “base sicura” necessaria alla sopravvivenza psichica.

Genitorialità Sociale e Protettiva: La capacità di una comunità (Tribunale, Servizi, famiglie affidatarie) di garantire al minore la continuità degli affetti e la protezione dai traumi.

Nel caso di Mia queste dimensioni sono entrate in un conflitto tragico. Da un lato una madre che ha esercitato una genitorialità eroica fuggendo per salvare la figlia dall’infibulazione; dall’altro una famiglia che ha esercitato una genitorialità accudente per anni, ma che ora fatica a esercitare la funzione protettiva, che richiederebbe il coraggio, la forza, di favorire il distacco.

Il trauma da annientamento e l’illusione della “voce della bambina”

A sette anni Mia sta vivendo quello che in neuropsicologia definiamo un trauma da annientamento. La minaccia di separazione dalle figure di riferimento attuali non è un semplice “dispiacere”, ma una ferita che colpisce le fondamenta del Sé. Lo stress cronico derivante da un conflitto di lealtà così violento altera lo sviluppo dei circuiti emotivi.

Quando leggiamo frasi definitive attribuite alla bambina dalla stampa (Luisa Santangelo su La Sicilia), dobbiamo avere il rigore scientifico di riconoscere che quelle parole non possono essere “sue”. A sette anni espressioni così strutturate e decise sono lo specchio di un’influenza subconscia dell’ambiente. La bambina si fa portavoce del dolore degli adulti che la circondano, in un estremo quanto disperato tentativo di sopravvivenza affettiva: dice ciò che serve per non perdere l’amore di chi la sta crescendo.

L’errore dell’affido vissuto come risarcimento

L’affido è un ponte. Ed è anche un grande atto d’amore! La scelta di una coppia a cui affidare un bambino piccolo è sempre una scelta difficile e complessa. Solitamente il Tribunale evita l’affido a chi attende un’adozione proprio per prevenire questo “sequestro emotivo” che impedisce il ritorno alle origini. Dietro la resistenza a “lasciare andare”, si cela spesso un’elaborazione incompiuta di chi ha fatto o dovuto fare scelte diverse dalla generatività biologica. Il bambino smette di essere un soggetto da aiutare per diventare un oggetto necessario a colmare un vuoto.

Un appello all’amore che libera

Si pone dunque una domanda etica ineludibile: è troppo chiedere a dei genitori un atto di autentico amore verso la bambina? La genitorialità più alta non è quella che trattiene, ma quella che libera… e questo vale per qualsiasi genitore e tipologia di genitorialità.

Un vero atto di genitorialità, in un momento di tale crisi, richiede un eroismo psicologico da parte degli adulti di riferimento: devono essere loro a rassicurare la piccola. Mia troverà la forza di riabbracciare sua madre solo se vedrà negli occhi di chi l’ha accudita finora il permesso di farlo. Se la famiglia affidataria non la “consegna” simbolicamente, legittimando la madre biologica, condannerà la bambina a un eterno senso di colpa e a una frammentazione interiore. Favorire il ricongiungimento non significa negare l’amore provato, ma elevarlo a una forma pura di protezione. Questo sacrificio è l’unico che può realmente portare il nome di Amore.

Al contempo, la madre biologica non può farcela da sola. Il ricongiungimento non può essere un semplice passaggio burocratico. Questa donna, segnata da traumi indicibili, ha bisogno di una rete di sostegno corale che la aiuti a ricostruire un ponte con una figlia che oggi la vive come un’estranea. Può questo aiuto essere richiesto anche alla famiglia affidataria?

Conclusione: Verso una Verità che Libera

Non si può recidere un legame biologico in assenza di gravi incapacità protettive, specialmente quando la separazione è nata da un atto di amore estremo. Se Mia restasse in questo clima di contrapposizione, la sua ribellione adolescenziale sarebbe devastante per tutti, anche per la famiglia affidataria che ne reclama “comprensibilmente” il diritto di tenerla. Dobbiamo fidarci del rigore dei periti e del Tribunale: saper “lasciare andare” non è una sconfitta, ma l’atto d’amore che può salvare Mia dall’annientamento e le restituisce la propria interezza.

È troppo chiedere alle tifoserie e alla politica di tacere per il rispetto della bambina e per la sofferenza di tutti i protagonisti di questa complessa vicenda?

Francesco Sciuto (neuropsichiatra infantile)

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