Alfabetizzazione digitale: la nuova questione democratica

” Una società che obbliga un ottantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è “moderna”, è una società che ha deciso di sbarazzarsi dei propri padri. Siamo nel 2026 e tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma provate a mettervi nei panni di chi ha costruito questo Paese con la fatica delle mani e oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita medica o pagare una bolletta devi avere un nipote esperto, allora il sistema è fallito. Chi progetta queste barriere si sente un genio dell’innovazione, ma è solo un miserabile che ignora la realtà della carne e delle ossa. Non è evoluzione se lasciamo indietro chi ci ha preceduto. La tecnologia deve essere un aiuto, non un esame di ammissione per avere diritto alla salute o alla dignità. Stiamo togliendo la voce a chi ha più esperienza di noi, nascondendo dietro lo schermo la nostra incapacità di prenderci cura delle persone.” – Mauro Delogu-

Questo stimolante post su facebook di Mauro Delogu tocca un nervo scoperto della trasformazione digitale contemporanea, ma lo fa partendo da una premessa che merita di essere interrogata con maggiore profondità: non è infatti la tecnologia a produrre automaticamente esclusione, né la digitalizzazione dei servizi pubblici a costituire di per sé una forma di abbandono sociale. Il punto, semmai, è comprendere quale idea di digitalizzazione stia guidando le scelte amministrative. Se il digitale viene concepito come una semplice sostituzione dell’analogico (si pensi allo sportello che diventa portale, al modulo cartaceo che diventa PDF, alla fila fisica che diventa autenticazione tramite codice) allora è inevitabile che emergano nuove forme di disuguaglianza e non perché la tecnologia sia intrinsecamente escludente, ma perché si limita a replicare nel digitale le rigidità della burocrazia tradizionale.

Questa è la vera ambiguità che ha accompagnato molte politiche di digitalizzazione negli ultimi anni: si è spesso parlato di innovazione mentre, in realtà, si stava semplicemente trasferendo l’apparato amministrativo esistente dentro una nuova infrastruttura tecnica. Ma la trasformazione digitale, se presa sul serio, non è questo, è senza dubbio una ridefinizione dell’architettura amministrativa, della produzione dei dati pubblici, delle modalità con cui i cittadini accedono ai diritti e partecipano alla vita collettiva.

Proprio per questo il legislatore italiano, nel Codice dell’Amministrazione Digitale, ha introdotto un principio che spesso rimane sullo sfondo ma che in realtà rappresenta uno dei pilastri dell’intero impianto normativo. L’articolo 8 stabilisce che lo Stato, le regioni e gli enti locali devono promuovere la diffusione delle competenze digitali tra i cittadini al fine di favorire l’uso consapevole delle tecnologie e l’esercizio dei diritti civili e sociali. Non si tratta di una clausola accessoria, ma del riconoscimento giuridico di un fatto ormai evidente: nell’ecosistema contemporaneo le competenze digitali sono diventate una condizione di cittadinanza.

Questo passaggio, tuttavia, viene spesso frainteso, infatti non significa che la società debba adattarsi passivamente alla tecnologia, né che le generazioni più anziane debbano essere lasciate sole di fronte a strumenti che non conoscono. Significa esattamente il contrario e cioè che la politica pubblica ha il dovere di costruire percorsi di alfabetizzazione digitale diffusa perché senza queste competenze una parte crescente della vita collettiva – dall’accesso ai servizi sanitari alla partecipazione democratica, dall’informazione alla formazione –  diventa difficilmente accessibile.

Le politiche europee sulla trasformazione digitale hanno riconosciuto con grande chiarezza questa dimensione. Gli indicatori del DESI, che misurano il livello di digitalizzazione degli Stati membri, mostrano da anni che il divario principale non riguarda tanto le infrastrutture tecnologiche quanto le competenze delle persone, infatti, dove la popolazione possiede competenze digitali diffuse, la tecnologia diventa uno strumento di accesso e di partecipazione, mentre, dove queste competenze mancano, il digitale rischia di amplificare disuguaglianze già esistenti.

È qui che la riflessione dovrebbe spostarsi: non sul rifiuto della tecnologia, ma sulla qualità delle politiche pubbliche che accompagnano la trasformazione digitale perché una società che rinuncia a investire nelle competenze digitali non sta difendendo la dignità delle generazioni precedenti: sta semplicemente rinunciando a costruire un ambiente democratico all’altezza del tempo in cui vive. Le competenze digitali non sono quindi soltanto una questione tecnica, svilupparle, infatti, significa poter comprendere come funzionano i servizi pubblici, poter accedere alle informazioni amministrative, poter orientarsi in un sistema economico sempre più fondato sui dati e sulle piattaforme. In questo senso l’alfabetizzazione digitale non è molto diversa da ciò che, in altre epoche, è stato l’accesso alla lettura e alla scrittura.

Per questo la trasformazione digitale non dovrebbe essere raccontata come una contrapposizione tra innovazione e umanità, la vera alternativa non è tra lo smartphone e lo sportello fisico, tra il codice e la relazione umana ma tra una digitalizzazione progettata come infrastruttura di cittadinanza e una digitalizzazione ridotta a semplice automazione burocratica.

Se la tecnologia viene infatti utilizzata per replicare vecchi modelli amministrativi, finisce inevitabilmente nuove forme di esclusione, ma se viene accompagnata da politiche di formazione, accessibilità e diffusione delle competenze, può diventare una delle più potenti leve di democratizzazione della conoscenza mai esistite. E forse la domanda più seria, oggi, riguarda proprio il tema della responsabilità pubblica: vogliamo una società che utilizzi il digitale per ampliare l’accesso ai diritti e alla conoscenza, oppure una società che si limiti a trasferire le proprie disuguaglianze dentro nuovi strumenti tecnici, chiamando innovazione ciò che in realtà è soltanto una diversa forma di esclusione?

(fonte immagine: BitMat)

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