La storia dimenticata - IA

Il prezzo dell’oblio: quando dimentichiamo la Storia

Quando la memoria si perde, la politica smette di servire il bene comune e torna a essere dominio del più forte.

Sono spaventato perché viviamo in un’epoca che solo pochi anni fa avremmo giudicata “inverosimile”, distopica, perfino incredibile. Eppure ci siamo dentro.

Siamo nell’epoca dei Cetto Laqualunque. Non la macchietta di Albanese, ma quelli tragicamente veri.

Le due guerre mondiali ci avevano consegnato un mondo distrutto ma culturalmente pronto ad accettare un principio: le controversie tra Stati devono essere risolte pacificamente.

Le Nazioni Unite nacquero anche per questo, perseguendo non solo il principio di convivenza civile tra stati, ma promuovendo progetti di sviluppo comune come l’Agenda 2030 e i suoi diciassette obiettivi.

Ovviamente un percorso irto di ostacoli perché è più facile usare la forza (se ne disponi) per imporre la propria volontà, piuttosto che mediare tra interessi contrastanti. Perché si sceglieva la strada impervia? Perché troppo sangue e distruzione avevano vissuto i nostri padri; troppo dolore.

E così tanto si era fatto, passando per il 68, la marcia su Selma, la fine dell’apartheid, la lotta ai terrorismi, la caduta del muro di Berlino, la fine dell’Unione Sovietica.

Perché tutti avevano compreso che era più conveniente vivere in pace collaborando, che rovinarsi la vita facendosi male l’un l’altro. Si era capito che sangue chiama sangue.

Niente nazionalismi, niente falsi patriottismi, niente filosofie primatiste, bilanciamento tra Stato sociale e iniziativa privata.

Ma arrivati a questo punto abbiamo commesso l’errore; abbiamo fatto credere ai nostri figli che questo tipo di benessere era dovuto e non frutto di fatica e compromessi.

Noi, peraltro, ce ne siamo dimenticati. Abbiamo cominciato a pensare che lo sviluppo economico fine a stesso fosse la strada da perseguire. Quindi non più politica appassionata e imprenditoria illuminata, quella di Adriano Olivetti, ma semplicemente soldi per fare altri soldi.

Con ciò non voglio dire che un’azienda debba perdere di vista il profitto. Ma puoi fare profitto per reinvestire e crescere oppure fare profitto per distribuire dividendi depauperando l’azienda. Così come in politica puoi operare per il bene comune o presenziare per aumentare il tuo potere e trarne vantaggio personale.

Forse siamo precipitati in una brutta china quando si è consentito agli imprenditori (in tutto il mondo) di entrare in politica, dandogli credito e fiducia; oppure, standone fuori, comunque di influenzarla.

Oggi abbiamo un palazzinaro alla guida degli Stati Uniti che pensa di poter fare politica con gli stessi metodi che usava quando faceva l’imprenditore.

Quello che oggi deve farci preoccupare non è un Trump in sé e per sé, ma il fatto che gli statunitensi lo abbiano votato per due volte.

Se la prima volta poteva essere stato un fraintendimento, la seconda diventa una scelta consapevole; con gli elettori che diventano corresponsabili delle conseguenze, nel bene e nel male.

Ecco, è questo che deve preoccuparci! Non il Trump o il Netanyahu di turno, ma la volontà popolare che ha portato a questi voti.

Nel deresponsabilizzare i nostri figli dandogli tutto, nel dimenticare noi stessi gli insegnamenti della Storia, non abbiamo compreso che così avremmo perso di vista il valore delle conquiste civili.

E persa questa strada, non resta che la forza del più forte. Che è dannosa non solo per quello che stiamo vedendo oggi, ma per l’esempio che ne traggono le menti più deboli: “se lo fa il capo, lo prendo ad esempio”.

È l’aver perso il “codice morale” il nostro vero problema. Tutto il resto è la naturale conseguenza!

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