Se il dolore dell’altro diventa invisibile: riflessioni sull’eclissi dell’umano

Tra neurobiologia del trauma e crisi dei sistemi educativi: perché la “comunità come terapia” è l’unica risposta possibile alla deumanizzazione.

Dopo lo sterminio dei bambini a Gaza, le vittime in Ucraina e i traumi che segnano l’infanzia in circa sessanta scenari di guerra nel mondo, la cronaca di questo inizio 2026 ha portato nelle nostre case nuove e tragiche testimonianze di un malessere profondo. Non sono solo i conflitti globali a scuotere le coscienze, ma una violenza molecolare, quotidiana, che riguarda i nostri giovani: dalle morti di Crans Montana ai troppi femminicidi che continuano a insanguinare ogni fascia d’età.

Tuttavia, sono gli episodi di violenza volontaria tra coetanei a segnare il punto di non ritorno. Le lame portate a scuola e lo sciacallaggio sui morenti ci sbattono in faccia il fallimento dei nostri sistemi educativi e di cura. L’Italia di questo gennaio 2026 sembra attraversata da un brivido che nulla ha a che fare con il clima, ma con la tenuta del tessuto sociale. L’omicidio di Abanoud Youssef a La Spezia, accoltellato all’uscita di scuola; il tredicenne fermato a Genova con una lama da 22 centimetri nello zaino; il diciannovenne di Torino, derubato del portafoglio mentre giaceva esanime sull’asfalto.

Questi non sono soltanto reati, ma manifestazioni di un’oggettivazione totale della vittima. Siamo di fronte a processi di deumanizzazione meccanica che “spengono” la nostra capacità di vedere l’altro: chi deruba un morente non vede un uomo in sofferenza, ma un oggetto inerte, un “ingranaggio rotto” da cui prelevare risorse. L’altro è ridotto a pura strumentalità, privato di ogni profondità interiore.

Nonostante questo sfilacciamento sociale e relazionale, la risposta istituzionale appare sterile. Ci si perde in convegni-passerella per esperti che non scalfiscono le dinamiche di comunità. La politica, dal canto suo, risponde con l’installazione di metal detector all’ingresso delle scuole: una misura che appare come lo “sciocco che guarda il dito mentre indica la luna”. Pensare di fermare il collasso educativo con un sensore di metallo è un’illusione pericolosa; è la rinuncia definitiva alla comprensione del malessere in favore di una sicurezza di facciata che non educa, ma tenta un inutile controllo: nessun metal detector potrà mai rilevare l’assenza di empatia o la lama invisibile del distacco emotivo.

Il panorama educativo attuale somiglia sempre più a un campo di battaglia dove, anziché costruire, ci si preoccupa di difendere il proprio perimetro. Tuttavia, intercettare il malessere e smettere la continua deresponsabilizzazione (è colpa della famiglia, no è colpa della scuola… è colpa sempre di qualche altro!) è il primo passo fondamentale per uscire dall’immobilismo. Questo rimpallo di responsabilità non serve a prevenire alcun atto violento e la sola repressione, in assenza di un progetto educativo profondo, resta una stupida illusione.

Che il sistema educativo sia in crisi è ormai un’opinione condivisa. Le diverse agenzie — famiglia, scuola, comunità — faticano a trovare gli strumenti e la creatività necessari per “attualizzarsi” in un mondo che cambia a velocità vertiginosa. Le istituzioni, così come la famiglia rispondono a questo mutamento con i sintomi del disadattamento, manifestando dinamiche che oscillano tra due estremi: Il disimpegno e l’invischiamento.

Queste dinamiche alimentano relazioni disfunzionali con conseguenze disastrose, portando a una crescita esponenziale di disturbi psicopatologici tra i giovanissimi.

Le neuroscienze da anni ci avvertono: il “congelamento emotivo” da cui scaturisce la violenza ha radici neurobiologiche profonde. Le scoperte scientifiche confermano infatti che i traumi infantili non restano confinati nel ricordo, ma alterano strutturalmente lo sviluppo dei circuiti neurali preposti alla regolazione delle emozioni e alla risposta allo stress, spianando la strada a processi psicopatologici dove l’altro cessa di essere percepito come simile. Comprendere questo non significa giustificare la violenza — che va perseguita con fermezza — ma riconoscere che non si può sanare una ferita biologica e sociale con un semplice cerotto repressivo.

L’emergenza silenziosa: i numeri del disagio I dati di inizio 2026, forniti da Garante Infanzia e SINPIA, delineano un’”emergenza silenziosa”. Circa il 31-33% della popolazione in età evolutiva manifesta sintomi clinici, così suddivisi: 10-12% sintomi internalizzanti( ansia, depressione, ritiro sociale); 10-15% sintomi esternalizzanti (aggressività, disturbo oppositivo, ADHD); 8-10% comorbilità ( ragazzi che soffrono contemporaneamente di entrambe le manifestazioni). Gli accessi al Pronto Soccorso, nel 2024/2025, hanno avuto un aumento esponenziale di casi di autolesionismo e tentato suicidio. Il suicidio rimane la seconda causa di morte tra i 15 e i 19 anni, subito dopo gli incidenti stradali. Altre ricerche ci informano del tempo passato dai ragazzi e dai giovani davanti ai video giochi, al televisore e al cellulare: Videogiochi: 7,5 ore a settimana di media. Il 16% dei videogiocatori ha tra i 6 e i 17 anni. Smartphone: 3-4 ore al giorno (dato medio per la fascia pre-adolescenziale). Violenza mediatica: Nei primi 18 anni di vita, attraverso la televisione, i bambini assistono a circa 200.000 atti di violenza e 16.000 omicidi. La situazione peggiora sui social media dove, a differenza della finzione TV in cui il “cattivo” perde, si assiste a situazioni reali in cui comportamenti negativi cercano approvazione tramite i like. Si stima, invece, che 3 bambini su 5 (circa il 60%) trascorrano il tempo libero quasi esclusivamente al chiuso (casa propria o di amici).

In questo scenario, la priorità è saper leggere e intercettare i segnali di disagio nei bambini e nei ragazzi. Quando notiamo un’eccessiva chiusura o instabilità comportamentale, sbalzi d’umore continui o difficoltà nel controllare l’impulsività, siamo di fronte a problemi di “regolazione emotiva” le cui cause precise vanno certo ricercate, ma è fondamentale intervenire subito per aiutarli prima che il malessere si trasformi in disturbi psicopatologici molto più complessi e difficili da gestire. Appartenenza e Ricomposizione: La Comunità come Terapia

Se accettiamo l’idea che la psicopatologia non sia un guasto isolato della macchina biologica, ma il riflesso di una frammentazione profonda dei legami umani, allora dobbiamo ammettere che la cura non può più risiedere nel solo intervento clinico. Curare significa, prima di tutto, ricomporre. Dobbiamo avere il coraggio di passare da un modello di controllo — spesso rigido e punitivo o, al contrario, troppo flessibile e discontinuo— a uno di vigilanza affettiva. In questo nuovo paradigma, la “Base Sicura” di cui parlava Bowlby smette di essere un perimetro esclusivamente familiare per trasformarsi in un impegno collettivo, un’infrastruttura sociale fondata sull’appartenenza che sostiene l’individuo nel suo divenire.

Ed è per questo che la scuola diviene fondamentale nel percorso di cura, purchè veramente aperta all’inclusione, alla cura delle relazioni e allo sviluppo dell’empatia e dell’affettività; alla possibilità di diventare comunità educante aperta all’esterno e alla multidisciplinarietà. Non esiste la contrapposizione tra apprendimento e cura delle relazioni! Per fare questo ha bisogno di dirigenti scolastici e docenti consapevoli del loro ruolo, con percorsi di formazioni autentici e continui e con una vocazione e passione educativa. Servizi sociali e sanità devono smettere di essere organi dell’emergenza per diventare presidi di prevenzione e punti di riferimento sociale. Delegare tutto alla politica è un’illusione: la guarigione del tessuto sociale parte dal basso, dal coraggio di ricostruire i criteri del “prendersi cura”. Una comunità è realmente educante solo se lo è per tutti, a partire dai più fragili e vulnerabili. Altrimenti, il rammarico davanti alla cronaca rimarrà solo un inutile esercizio di retorica.

Francesco Sciuto, Neuropsichiatra infantile

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