Stefano Piazzese, dottorando in scienze umanistiche e filosofiche all’Università di Messina, ha da poco dato alle stampe un bel saggio sul più grande poeta tedesco della modernità, Friedrich Hölderlin. Sul libro di Piazzese ne discuteremo insieme all’autore, moderati dall’editore, Silvio Aparo (Apalós), il sottoscritto e Andrea Raciti (Ist. Italiano per gli Studi filosofici di Napoli), venerdì 30 gennaio a Catania, alle ore 18,00, presso la Feltrinelli (via Etnea). Mentre, sabato 31 gennaio, alle ore 18,00 all’Urban Center, a presentare il libro con Piazzese, saremo il sottoscritto e Monica Centanni, grecista dell’Università di Venezia e Catania, e già componente del Cons. di Amministrazione della Fondazione Inda.
Il poeta tedesco Hölderlin era nato il 20 marzo del 1770 in una piccola cittadina situata nel Land del Baden-Württenberg e morirà il 7 giugno del 1843, a Tubinga, città di grande importanza culturale e storica, sede del famosissimo seminario e prestigioso collegio di studi teologici – lo “Stift” – in cui Hegel, Schelling e lo stesso Hölderlin elaborarono il progetto del “più antico programma dell’Idealismo tedesco”. Siamo di fronte a quello spirito di profonda ricerca ideale e culturale, a cavallo tra fine settecento e primi dell’ottocento, tesa a rivendicare un percorso di liberazione spirituale dell’umanità. Un’idea venata da profondo idealismo teso alla costruzione di una “mitologia della ragione”.
Hölderlin è considerato tra i più grandi poeti della Letteratura mondiale. I suoi scritti, le sue poesie, le sue traduzioni delle tragedie greche, le sue liriche – Iperione o l’eremita in Grecia, La morte di Empedocle, Inni e frammenti, Sul tragico, Scritti di Estetica, le sue traduzioni di Edipo il tiranno e l’Antigone di Sofocle, ecc. – non hanno mai smesso di suscitare interesse, attenzione e curiosità intellettuale: non solo nel suo tempo, bensì anche nei secoli successivi, sino alla nostra attualità. Vale così segnalare qui, infatti, l’intenso lavoro di profonda riflessione speculativa, dedicato a Hölderlin, scritto da Giorgio Agamben nel 2021: La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante: 1806-1843 (Einaudi). Saggio a cui fa attento riferimento il testo di Piazzese, insieme ad un’ampia e puntuale bibliografia, italiana e straniera.
Figura poliedrica e geniale, Hölderlin mostra sin da giovane il suo fervore ed entusiasmo – comune anche agli esponenti dello “Stift” – verso il “movimento giacobino” in una Francia attraversata da grandi cambiamenti, pur se l’adesione di Hölderlin ai princìpi di libertà in corso, piuttosto che coincidere con le istanze di un rivolgimento politico-sociale, appare mossa prevalentemente dalla ricerca intensa di una liberazione spirituale dell’umanità. Attorno a ciò si estrinsecherà la tensione e l’impegno del grande poeta.
Ai primi dell’800, alla notizia della morte della sua amante Susette, quelli che erano stati i segni incipienti di un suo disagio emotivo, psichico – Hölderlin aveva attraversato a piedi varie città tra Francia e Germania, profondamente dimagrito, vestito come un mendicante. Sono i segni della sua follia: sì che quella che appariva una forma spinta di ipocondria, era schizofrenia. Hölderlin morirà di polmonite nel 1843.
Tutto il grande pensiero filosofico europeo – ebreo e non – di primo novecento, da Rilke a Cassirer, da Benjamin a Lukacs, da Stefan Zweig ad Heidegger, da Gershom Scholem a Paul Celan, solo per citarne alcuni, s’è abbeverato alla poesia di Hölderlin, alla sua visione del “Tragico” e alla straniante parola del poeta, seppur quest’ultima – come scrive in un passo del saggio, Piazzese – «rimarrà sempre “in fuga” in modo da rendere anche questa breve speleologia del tragico hölderliniano un “superfluo”. Ma, d’altronde, cos’è il sapere se non un continuo “superfluere”, traboccare, che permette a colui che indaga la parola poetica, in questo caso, di percorrere nuovi sentieri del conoscere, di continuare ad errare, di essere ramingo sull’orlo degli abissi di senso grazie al potere dell’eccedenza di ogni “lógos” che inquieta e meraviglia la ragione indicando sempre un “altrove” rispetto al “già detto” e al “già esperito”?».
Il libro di Stefano Piazzese è uno scavo nell’opera di questo grande poeta, ne svolge il pensiero dentro il suo tempo (il primo ‘800), e così facendo, agita, scava una questione che è eterna, eterna: per sempre! Una questione che, da sempre, avvita il pensiero occidentale, che nasce in Grecia con Platone e trova tra fine ‘700 e inizio ‘800 la sua insorgenza aurorale, incisa nel suo “trittico”, Mito-linguaggio-conoscenza.
L’idea di costruire una mitologia della ragione, in cui Mito, Poesia, estetica, idealità dell’umano potessero fare Tutt’Uno, dando fondamento alla Ragione: questo “dire”, questa ricerca, questa tensione aveva animato, in quegli anni, il gruppo dello “Stift” di Tubinga – Hölderlin, Schelling, Hegel –, pur nella differenza che li legava e accomunava. Tra Kant e Hegel (e gli idealisti) andava agitandosi, tra fine ‘700 e prima metà dell’800, un sommovimento che attraverserà l’Europa, tra tentazioni egemoniche e guerre, tra idealità liberatorie e regressioni politiche.
Se l’Illuminismo – il lume della Ragione, “l’Aufklärung” (=il “rischiaramento”) della nuova epoca – aveva spinto la cultura, il pensiero e grandi filosofi, letterati e poeti del tempo ad invocare e auspicare il fondamento della ragione, ci si accorgerà ben presto che la Ragione non poteva dare “ragione di sé stessa”.
La ragione è infondata, se non è illuminata dalla stessa ragione. La forza della Ragione apparirà sempre più disarticolata nel prevalere costante e carsico del suo rovescio: la ragione della Forza. Poeticamente, attorno a tutto ciò, s’è interrogato Hölderlin, e s’interroga sempre il poeta. Ed è attorno all’eterna domanda del poeta che riflette, filosoficamente, il bel libro di Stefano Piazzese.

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