Archivio storico comunale. Così Siracusa tutela il proprio patrimonio culturale

Nell’ambito del programma I giovedì della cultura organizzati da Italia Nostra, due giorni fa, il geometra Marcello Cioè, già funzionario del Comune di Siracusa, ha intrattenuto i presenti con la rievocazione delle vicende che hanno contrassegnato la storia dell’Archivio storico della città, un archivio a cui si è dedicato volontariamente e gratuitamente per anni.

So di darvi una delusione ma quello di stasera non sarà proprio un incontro culturale, che potrei fare perché ho i dati e le notizie per farlo, ma sarebbe poco utile perché l’80% degli atti di cui parlerei non esistono più. Farò allora una cronaca di ciò che è successo in più di 25 anni e che rendono la vicenda, più che amara, grottesca” ha esordito.

Per La Civetta, testimone di quei fatti sin dal 2005, un rimmergersi in un passato non dimenticato, la testimonianza che a Siracusa sono cambiate le Giunte ma mai l’approccio alla tutela del proprio patrimonio culturale per lo più oltraggiato e danneggiato da approssimazione, sostanziale disinteresse, e quindi ignoranza.

Farò molti nomi ma premetto che nel mio racconto non c’è alcun intendimento di colpire politici, amministratori o dirigenti comunali, perché è proprio la macchina comunale che è urobora, cioè divora se stessa, si autodistrugge. Nessuno, premetto, ha volutamente cercato di danneggiare l’archivio. Purtroppo però un archivio è un bene culturale che non dà visibilità (non come teatro, spettacoli, non favorisce turismo) e così con altri suoi simili resta in buona compagnia in ambito di mancata gestione dei beni culturali di sostanza e non di apparenza”.

A campeggiare alle sue spalle l’immagine di un album di foto vuoto, orbite oculari senza occhi, prive di vista: “Un archivio storico comunale non è, come molti credono, un insieme di carte vecchie inservibili da buttare; è il luogo della memoria di una comunità civile. Ciò che un album delle fotografie è per una famiglia. La prova del proprio passato. Perduta quella non c’è più nessun ricordo. Ma oggi la maggior parte dell’album siracusano è già tra la spazzatura. Serve prendere coscienza che è importante salvare il poco che rimane anche perché per l’Ente locale avere un archivio storico non è un piacere o un lusso, bensì un obbligo di legge. Se infatti avere una biblioteca o un museo civico è una scelta, l’archivio storico è l’unico bene culturale che l’Ente per sua natura produce e non può sottrarsi dal custodire”.

Sintetizziamo le tappe indicate da Marcello Cioè come significative di una cronaca di 25 anni caratterizzata da scelte sbagliate, noncuranza e … inaugurazioni spot.

Nella primavera del 1998 il consigliere comunale Salvo Adorno accompagnò Marcello Cioè nell’ex convento di San Domenico, in via Nome di Gesù, allora ancora sede di una scuola media. In un grande locale buio al piano terra giaceva accatastata una miriade di documenti, lasciati chissà da quanto tempo all’umidità e ai topi, mentre in un secondo ambiente tantissimi atti, distrutti da un incendio, formavano un tappeto di carta annerita “in certi punti una poltiglia spessa anche 70-80 centimetri … Solo nel 2002 riuscii autonomamente a racimolare i soldi per disinfestare le carte e toglierle da quel posto. Non tutte però. Più della metà non erano recuperabili: dovetti lasciare sul posto almeno quaranta metri cubi di atti, tra cui proprio i più antichi e preziosi che non so quale fine abbiano fatto”.

Preziosi tuttavia i documenti salvati, testimonianza dell’intera attività comunale dalla fine del periodo borbonico agli anni Sessanta del Novecento: atti di Urbanistica, Lavori Pubblici, Polizia Municipale, Pubblica Beneficenza, Anagrafe, affari di Giunta e Consiglio Comunale; documenti della Banda cittadina, della Biblioteca, dei censimenti, dell’attività di proiezione; vicende del Teatro, degli edifici religiosi, delle soggiogazioni; i bilanci e i rendiconti ordinati dell’ultimo quarantennio del XIX secolo, il catasto borbonico, i registri di protocollo, e molto altro ancora.

I faldoni vennero collocati ‘provvisoriamente’ nei locali dell’ex aula bunker di contrada Pantanelli, sebbene inidonei.

Seicento faldoni, che contenevano gli atti più antichi e importanti, furono ‘accolti’ dall’Archivio di Stato. “Nei 5 anni in cui le carte restarono in Contrada Pantanelli certamente vi furono alcuni ammanchi, visto che non esisteva alcun tipo di vigilanza e le chiavi di accesso non erano a disposizione del Comune”.

Nel maggio 2005 l’allora assessore alla pubblica istruzione Vincenzo Vinciullo individuava il seminterrato della scuola media Mazzini di via Madre Teresa di Calcutta come “idoneo (!) ad ospitare sia l’archivio comunale corrente che quello di valore storico”.

Una decisione improvvida: con alcuni nostri articoli avevamo già criticato la scelta non solo perché i locali non rispondevano ad alcuna delle stringenti norme di settore trattandosi di un bene culturale – necessari nello specifico “locali sani, puliti, areati, ragionevolmente sicuri da intrusioni e da rischi di allagamento… sempre altamente sconsigliati i seminterrati” – ma anche perché, come documentato, il seminterrato della scuola, con accesso alla fine di una ripida discesa, si era già più volte allagato. Non pervenuta la Soprintendenza archivistica regionale nonostante gli obblighi istituzionali di controllo e tutela.

In realtà la scelta rispondeva probabilmente ad un’altra esigenza: quella di far scomputare a un privato (Giuseppe Frontino, Impresa RGD I papiri) gli oneri di urbanizzazione nell’ambito della famigerata procedura di urbanistica contrattata in auge in quegli anni, un sistema più attento all’interesse privato che a quello pubblico a nostro giudizio.

Il progetto, redatto il 15 novembre 2006 – racconta Cioè – si rivelò poco coerente con i suggerimenti espressi: già dal titolo si intuiva l’approssimazione: “adeguamento del piano cantinato della scuola Mazzini da destinarsi ad archivio”. Si spesero (o meglio “non si incassarono”) 411mila euro per sistemare due grandi locali da cinquecento metri quadrati ciascuno cui si accede tramite una ripida rampa incassata fra alti muri di sostegno. Solo uno dei due locali fu dotato di servizi igienici con aerazione forzata. Il soffitto, un vero dedalo di tubazioni fognarie, fu coperto da un controsoffitto in pannelli. In pratica, si giocò volutamente sull’equivoco che distingue un “locale adibito ad archivio” da un “archivio storico nel suo complesso”, due realtà diverse così come una città è diversa da un accampamento. Le prescrizioni da me suggerite furono disattese: i locali non erano sufficientemente aerati né illuminati; mancava l’impianto di deumidificazione controllata; si erano lasciate le fognature aeree che stillavano continuamente non propriamente rugiada; non si era prevista la possibilità di rendere costante la temperatura interna; non vi era né impianto di riscaldamento né di condizionamento; non era stato previsto un locale separato per la consultazione degli atti; ma soprattutto la struttura rimaneva nascosta all’interno di un edificio scolastico, senza una minima garanzia di sorveglianza e di sicurezza per l’eventuale personale. Ineliminabili i concreti rischi di allagamento a causa della ripida rampa di accesso”.

Le foto della prima inaugurazione nell’estate del 2007 evitarono di immortalare gli stanzoni squallidamente vuoti: in primo piano solo le ‘autorità’ della città.

Unica nota positiva, la bravura dei ragazzi che si esibirono al pianoforte, incolpevoli elementi di uno dei classici teatrini della politica, messi su affrettatamente solo per coglierne i frutti nell’imminente campagna elettorale”.

Un po’ alla volta, grazie a impegno ed insistenze, i locali vennero attrezzati adeguatamente (70mila euro le risorse racimolate qui e là). Venne messo su anche un angolo per conferenze da 50 posti, scaffalature e armadi. E a questo punto furono trasferite le carte dell’ex aula bunker e successivamente restituiti i documenti prima all’archivio di Stato. In assenza di personale dedicato, grazie a un progetto con l’Università di Catania tra il giugno 2008 e il marzo 2010 alcuni giovani inventariarono e informatizzarono gli atti. L’archivio si era trasformato in un luogo dignitoso (per quanto possibile) e frequentabile: una scommessa vinta con fatica sebbene restassero irrisolti i problemi strutturali – “Dai bagni fuoruscivano spesso liquami che invadevano il pavimento, altri cadevano dall’alto distruggendo i controsoffitti. Qualche pioggia particolarmente violenta allagava, a quel tempo per fortuna solo parzialmente, tutti gli ambienti” – e di gestione per la mancanza di personale addetto.

   

Per cercare di sensibilizzare al problema e smuovere le acque pensai allora di rassegnare una sorta di dimissioni dalla pseudo carica di “esperto scientifico” per l’archivio assegnatami dal sindaco Bufardeci. Non cambiò nulla. Il 10 marzo 2010 venne chiuso definitivamente il locale e l’archivio cadde nell’oblio.

Nel marzo 2011, sindaco Visentin, il deputato regionale Enzo Vinciullo tornò ad essere assessore della pubblica istruzione e lo contattai. Credo che per sua iniziativa il sindaco Visentin mostrò di nuovo interesse e affidò la gestione dell’archivio al solo settore culturale e scolastico: la precedente assegnazione a due assessorati era stata disastrosa per il reciproco scambio di responsabilità. 

La seconda inaugurazione venne accompagnata dalle consuete promesse benauguranti dei politici. Tre impiegati comunali vennero però assegnati, una conquista, ma senza alcuna preventiva formazione: una presenza inutile nei fatti”.

A dare il colpo finale la natura. “Alcune piogge di eccezionale intensità, che investirono la nostra città nei primi mesi del 2012, provocarono il completo allagamento dei mille metri quadrati dell’archivio, in due circostanze distinte. L’acqua, favorita dalla ripida rampa di accesso, arrivò ad invadere anche le basi delle scaffalature, rovinando i faldoni posizionati più in basso e gli stessi arredamenti, ancora quasi nuovi. Si disse che gli episodi erano stati favoriti dal cattivo funzionamento della vasca di raccolta delle acque ma senza dubbio fu la prova, inutile, dell’infelicità della scelta del seminterrato. La denuncia di uno dei tre dipendenti sulla inidoneità dei locali ad ospitare personale in regime continuativo determinò la chiusura definitiva dell’archivio. Risibile e contrastanti con quanto deciso in precedenza alcune dichiarazioni degli amministratori dell’epoca”.

Nominato nel 2015 responsabile di diversi uffici e anche dell’archivio, decisi di trasferire in piazza Minerva un bel numero di faldoni riguardanti i Lavori Pubblici che si erano salvati dall’inondazione e organizzai un corso di formazione per alcuni impiegati comunali con la collaborazione della nuova direttrice dell’Archivio di Stato Tina Corridore. Ma neanche 2 mesi dopo il corso, nel 2016 nel seminterrato entrò con violenza una marea d’acqua alta un metro e mezzo che con la forza d’urto fece crollare i faldoni fino al quarto ripiano, entrò negli armadi blindati, distrusse gli arredi e le attrezzature, e tutto rimase in ammollo almeno per un paio di giorni, finché i vigili del fuoco non svuotarono tutto, lasciando un inferno. I pochi relitti salvabili li trasferii in piazza Minerva, e il resto, una vera e propria poltiglia, furono portati a discarica senza poter attendere eventuali autorizzazioni della Soprintendenza Archivistica perché l’odore nauseabondo arrivava fino alle soprastanti aule scolastiche e la salute dei bambini era prioritaria. Così ci prendemmo una denuncia come atto dovuto che comunque in tribunale finì in una bolla di sapone. Da quel momento, e fino al mio pensionamento nel 2022, ciò che resta dell’archivio è in piazza Minerva in attesa di un’attenzione che ancora non è giunta. Di quell’album di fotografie oggi rimangono solo alcuni brandelli a cui fra poco nessuno riuscirà più a dare neanche un nome”.

NOTA

La documentazione è frammentata in almeno 4 luoghi diversi.

L’Archivio di Stato: gli atti antichi del senato (XVI-XVIII sec.) furono portati un secolo fa all’Archivio di Stato e oggi è ancora possibile studiarli in via Turchia. In realtà un Comune non dovrebbe delegare una struttura statale, però col senno del poi si può dire che così si sono salvati.

Due locali al piano terra dell’ex seminario dei chierici di piazza Minerva, fino a poco tempo fa sede di uffici comunali, oggi svuotati in attesa di concederli a un’università privata. Questo archivio veniva considerato fino a pochi anni fa come l’unico archivio storico del comune. In realtà è solo la punta dell’iceberg. Contiene solo le deliberazioni originali degli organi di governo, con tutti gli allegati ufficiali, e poche altre cose, che gestiva l’ultimo archivista comunale, Pippo Di Stefano, andato in pensione nel 2009. Oggi questo archivio è quasi un intruso che prima o poi verrà spostato, non si sa dove, non si sa come.

Via Sebastiano Olivieri. Il grosso dell’archivio novecentesco si trovava fino all’anno scorso in un capannone alla Targia, in balia di nessuno, un tempo gestito da una società nata appositamente per acquisire, gestire e digitalizzare gli archivi, la RIT, in realtà un carrozzone politico, poi fallito. Dall’anno scorso le carte in un deposito di via S. Olivieri sono affidate alla Nettuno Multiservizi che provvede alla digitalizzazione.

Infine il protagonista della serata, il nucleo più cospicuo dell’archivio storico antico, oggi in massima parte distrutto dal 2016 quando era nello scantinato della scuola di via M. Teresa di Calcutta.

Tutto questo senza contare i piccoli archivi, anche antichi, come quello dello Stato Civile e Demografici, o i diversi fondi custoditi nella biblioteca comunale. Una vera frammentazione, per giunta gestita da uffici i più diversi.

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